Recalcati, Benigni, il Referendum

Eugenio Scalfari e il problema di difendere l’oligarchia

di Angelo Cannatà, ilfattoquotidiano.it, 10 ottobre 2016

Il testo di Massimo Recalcati – “Il ‘tradimento’ di Benigni”, Repubblica, 7 ottobre – è ben scritto. C’è stile. E capacità d’argomentazione. L’autore, attento studioso di Lacan, conosce la potenza della parola e la usa, in difesa del comico toscano, come meglio non si potrebbe. Tuttavia, conclusa la lettura si resta perplessi, c’è del vero nelle sue parole, ma qualcosa non va, qualcosa non torna. L’impressione è che Recalcati costruisca un bersaglio per colpire meglio. Ha stabilito che i fautori del No al referendum hanno una malattia ideologica (non tutti, certo, qualcuno si salva), accusano gli avversari di tradimento come faceva Stalin: ergo, sono stalinisti. Una lettura psicanalitica della sinistra (e del M5S). Interessante. E tuttavia, come tutti i sillogismi, anche il suo, se parte da premesse false non può condurre a conclusioni vere. Recalcati ha deciso che i protagonisti del No sono afflitti da malattia, la pone come premessa del ragionamento, e trae le conclusioni. Non va bene. Marx parlerebbe – non senza qualche ragione – di “mistificazione ideologica” perché sono occultati i reali processi in atto nella società italiana. Lo scontro sul referendum – è questo il punto – nasce da due visioni opposte della democrazia, dietro le quali ci sono forze, poteri, interessi. Sì, interessi di classe. Ben individuati daScalfari nel suo discorso sul ruolo dell’oligarchia nella storia.

Segue qui:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/11/eugenio-scalfari-e-il-problema-di-difendere-loligarchia/3088525/

Benigni e Recalcati, quando il tradimento “colpisce” a sinistra

di Paolo Gheda, ilsussidiario.net, 10 ottobre 2016

Nella concitata fase politica che stiamo attraversando, appressandoci alla fatidica data del referendum costituzionale, mentre sui media televisivi impazzano le interviste, i confronti a due in alcuni casi sui contenuti e in diversi altri semplicemente “muscolari”, e si leggono i resoconti più o meno neutrali delle convention organizzate dai vari comitati pro Sì e pro No, il mondo intellettuale italiano sembra essere scosso da un’inconsueta vitalità, che ha spinto e tutt’ora spinge molti a coinvolgersi direttamente o almeno a pronunciarsi con interventi piuttosto diretti (per onestà verso i lettori del sussidiario, chi scrive ha aderito al comitato presieduto da Lorenzo Ornaghi e coordinato da Giovanni Guzzetta “InsiemeSìCambia”). È recentissimo il caso di Roberto Benigni (a cui ormai oggi in Italia, tra ammiratori e detrattori, nessuno toglierebbe la qualifica di intellettuale), che ha suscitato una vasta discussione, in primis per il peso specifico che le sue prese di posizione possono assumere nell’orientamento dell’opinione pubblica nazionale. Non è la prima volta che Benigni si pone al centro di un turbinio di polemiche a causa di sue scelte pubbliche (partecipazioni a programmi e manifestazioni, interviste…), certamente questa è quella con la sua maggiore esposizione politica di sempre. Eppure la sua osservazione­-battuta secondo cui una vittoria dei No “sarebbe peggio della Brexit” manifesta semplicemente la propria opinione personale, e rimarca semmai una posizione rispetto al referendum pure da altri intellettuali abbracciata (certo non da tutti): cioè semplicemente quella per cui — al di là di una valutazione del merito specifico sui singoli punti di modifica introdotti nel testo costituzionale in ratifica referendaria (rispetto ai quali ci sarebbe naturalmente molto da dire in altra sede) — sopra ogni altra considerazione viene avvertita fortemente la preoccupazione che la mancata approvazione della legge, in mancanza di un’alternativa disponibile a breve, vada letta come un segno negativo nella politica interna e nelle relazioni internazionali, la quale appaleserebbe sostanzialmente un quadro storico di irriformabilità istituzionale nel nostro Paese, degradandone l’immagine attuale e le aspirazioni di crescita. Sarebbe, semmai, da riprendere il termine di paragone utilizzato da Benigni nel frangente in chiave negativa, ovvero appunto il recente referendum britannico, ma questo, di nuovo, è un altro discorso. Il No nel referendum come un “no” al futuro dell’Italia è naturalmente un punto di vista assai dibattuto, il quale, ad esempio, al di là del florilegio di battute “fuori campo”, mi è parso costituire pure il nucleo centrale del contendere nell’altrettanto recente dibattito televisivo a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber tra la ministra Maria Elena Boschi e il leader della Lega Nord Matteo Salvini. Ma pare che a Benigni — a cui è sempre stato “concesso” tutto, dall’anticlericalismo d’antan dei tempi più giovanili sino alle “sceneggiate amorose” in diretta con Raffaella Carrà — questa presa di posizione così netta non sia stata proprio “perdonata”. Sarebbe pertanto interessante domandarsi come mai si sia in questo frangente prodotta quest’alzata di scudi in difesa di un’onestà (questa volta intesa in senso molto poco intellettuale…) eventualmente compromessa dal suo implicito endorsment al Sì. Assodata l’autorevolezza del personaggio — e se la riflessione fosse fatta risalire alla di lui professione di comico, bisognerebbe per coerenza far notare quanto scrive Lorenzo Giarelli su Linkiesta: “eppure nessuno ha detto nulla quando Paolo Rossi si è espresso per il No” —, ho trovato assai stimolante l’interpretazione che di questo atteggiamento di condanna moral(istico) ne ha restituito su Repubblica del 7 ottobre scorso Massimo Recalcati, noto psicanalista (e a sua volta intellettuale) italiano, interprete del modello psichiatrico di Lacan, dandone una versione appunto di tipo comportamentale. Secondo Recalcati la critica “da sinistra” all’endorsement referendario del comico toscano sarebbe un sintomo riconducibile ad una “una grave malattia che ha da sempre storicamente afflitto la sinistra” (e che ora sarebbe stata pienamente ereditata dal M5s), ovvero una “malattia (ideologica) del ‘tradimento'”, affliggente peraltro la destra come la sinistra dell’inconsueto fronte del No.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/10/10/LETTURE-Benigni-e-Recalcati-quando-il-tradimento-colpisce-a-sinistra/3/727368/

Traditori e rinnegati

di Adriano Sofri, ilfoglio.it, 8 Ottobre 2016

Caro Massimo Recalcati, ho una sola obiezione alla tua denuncia della caccia al traditore: non è stalinista. Stalin innovò formidabilmente in quantità. Ma la paranoia e la superstizione del traditore era già connaturata a certe sinistre quando prese un nome più squisito, quello del rinnegato. (Il rinnegato Kautsky ecc.). Il rinnegato dà al traditore qualcosa in più di subdolamente sacrilego, e non a caso ha un’origine religiosa. Tutte le religioni dogmaticamente costituite hanno odiato e perseguitato i loro transfughi ben più accanitamente che gli infedeli in genere. Lo fanno oggi reciprocamente i fanatici sunniti e sciiti. Lo stesso Giuda diventò il prototipo del traditore e il bersaglio dell’antigiudaismo cristiano perché fu propriamente un rinnegato. Cordiali saluti.

http://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2016/10/08/traditori-e-rinnegati___1-vr-148875-rubriche_c596.htm

Il tradimento di Benigni

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 7 ottobre 2016

LA SCADENZA per il voto sul referendum costituzionale si avvicina e, come è normale, il dibattito politico si infiamma. In ogni referendum che ha marcato il passo, il paese si è inevitabilmente diviso (monarchia e repubblica; divorzio, aborto). Accade in democrazia che vi sia una maggioranza e una minoranza. La cosa che più mi colpisce non è quindi né l’infiammarsi del dibattito politico, nè la divisione del paese, ma un sintomo che manifesta una grave malattia che ha da sempre storicamente afflitto la sinistra (ora pienamente ereditata dal M5S). Ne ha fatto recentemente le spese Roberto Benigni aspramente attaccato per la sua presa di posizione a favore del Sì. A quale grave malattia mi sto riferendo? Si tratta della malattia (ideologica) del ” tradimento”. Anche una parte del fronte di sinistra del No ne è purtroppo afflitta. Non coloro che ragionano nel merito dei contenuti della riforma non condividendoli (come provò a fare con cura Zagrebelsky in un recente confronto televisivo con Matteo Renzi), ma coloro che vorrebbero situare il confronto sul piano etico impugnando, appunto, l’antico, ma sempre attualissimo, tema del tradimento degli ideali.

Segue qui

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/10/07/il-tradimento-di-benigni31.html?ref=search

http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=57f77494978e8

Advertisements

2 thoughts on “Recalcati, Benigni, il Referendum

  1. Non è chiaro se il testo sul “tradimento” di Benigni sia di Silva o di Recalcati. Comunque poco importa. Conobbi Benigni da quando con una lampadina ed un fazzoletto sulla faccia recitò il monologo “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” all’Alberichino, e fu una rivelazione, una ventata impagabile d’aria fresca nel panorama dei teatrini romani degli anni ’70 che per diversi anni crearono un teatro underground italiano di ricerca e di grande innovazione.
    Lo seguii nei suoi deliziosi film con la regia di Giuseppe Bertolucci, un cinema “minore”, sperimentale, che però era l’espressione di un estremo desiderio di rinnovamento in cui confluivano le istanze di una generazione “difficile” e controversa. Benigni allora incarnava il trash italiano, col suo spiritaccio toscano irriverente formato e collaudato nelle case del popolo, non nel partito comunista che già tendeva al compromesso. Poi c’è stata una metamorfosi strisciante che lo ha portato con le oceaniche letture dantesche verso un successo culminato nell’Oscar a La vita è bella. E insieme c’è stata una sua progressiva scalata al guadagno e all’imborghesimento, che ha preso forma definitiva nella ‘ditta’ formata con una moglie di buona famiglia cattolica ed il fratello di lei. Certo quest’iter è stato facilitato dall’involuzione della sinistra, ma sta di fatto che, se Benigni era e rimane un bravissimo attore, fare anche il regista dei suoi film non gli ha certo giovato. Il suo repertorio si è spostato sui classici, i suoi interessi su personaggi popolarissimi come Pippo Baudo. Ma non si trattava di “spostamenti progressivi del piacere” quanto di spostamenti oculati verso il soldo, e verso ambienti elitari che una volta avrebbe acutamente sputtanato. L’estensore dell’articolo che ho letto a favore del SI sa bene cosa vuol dire scrivere bene e con chiarezza. Ecco, se soltanto leggesse l’articolo 70 della nuova costituzione, si accorgerebbe che è scritto malissimo ed è poco chiaro, tutto il contrario del suo stile. Ma, per tornare a Benigni, posso dire solo che negli anni il suo volto invecchiato non come quello di Eduardo o di Totò, ma imbolsito come quello di Briatore o di Berlusconi, parla con eloquenza del suo cambiamento, non certo in meglio. E non si tratta di condannarlo come traditore né di “fargli la forca” ma semplicemente di constatare come in lui si manifesti in modo esponenziale il fallimento amaro della sinistra in Italia, e del PD, guidato oggi da un ignorante arrogante e irresponsabile ducetto accentratore di potere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...