Castigliego: “La lingua inconscia della terapia”

di Giuliano Castigliego, giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com, 23 ottobre 2016

Nel nostro mondo globalizzato e segnato da permanenti, volontarie e involontarie, migrazioni di massa in quale lingua é meglio condurre la psicoterapia? La lingua madre in cui siamo cresciuti e abbiamo costruito il nostro mondo interiore? Quella straniera che abbiamo a fatica appreso in una nazione, divenuta la nostra nuova confortevole casa, senza l’ingombrante e al tempo stesso affascinante solaio dei nostri ricordi? O ancora nella lingua astratta, funzionale della globalizzazione e dell’innovazione? Mi ponevo queste domande, ovviamente impossibili in termini così assoluti e drastici, nel corso di un piacevole scambio con un giovane collega, alla tenace e lodevole ricerca di nuove esperienze professionali e umane in terra straniera ma comprensibilmente un po’ intimorito dallo schweizerdeutsch, il dialetto svizzero, che è, a tutti gli effetti, dagli uffici, ai negozi agli ospedali, la vera lingua della Svizzera tedesca. Mi sovvenivano i miei timidi inizi in terra elvetica quando confondevo ancora in tedesco “affascinante” con “deludente”, suscitando comprensibile imbarazzo nella mia interlocutrice. Che per fortuna, badando più alla mia mimica e ai miei gesti, capiva, a dispetto delle mie parole, i miei complimenti.
Poi, non senza fatiche e delusioni, anche il mio tedesco è migliorato. “Non può che andare sempre meglio”, mi incoraggiava, amabilmente ironico, un mio collega di Berlino. Fino a quando (quando?) anche la psicoterapia vi ha trovato posto, dapprima quasi di soppiatto, poi con maggiore convinzione, ma sempre con la sensazione di star seduto in punta di sedia. Nel tedesco mi sono infatti portato appresso – e come avrebbe potuto essere diversamente? – la mia timidezza e insicurezza, quelle con cui ero cresciuto e che l’italiano nel frattempo mi consentiva un po’ di nascondere, regalandomi, occasionalmente, la sensazione di sedere su un’elegante e comoda poltrona. Con il tedesco ricominciava tutto da capo, sicuramente per me ma un po’ anche per chi mi sedeva di fronte e raccontava nella sua lingua o dialetto la sua storia.

Segue qui:

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