«HO DATO UNA VITA AD ADOLFINE FREUD» (2011)

Il mistero delle quattro sorelle di Sigmund: dimenticate a Vienna e deportate

di Ranieri Polese, corriere.it17 ottobre 2011 

Il 10 aprile del 1938, con un plebiscito, i cittadini austriaci approvavano l’unificazione con il Reich tedesco. Meno di due mesi dopo, il 4 giugno, per sfuggire alla persecuzione antisemita, Sigmund Freud partiva da Vienna portando con sé sedici persone (la moglie, la figlia Anna, la cognata Minna, il suo medico con la moglie, la cameriera e altri ancora), ma lasciava a Vienna quattro sorelle: Rosa, Marie, Adolfine e Pauline, tutte oltre la settantina. Sei anni dopo, tra giugno e agosto del 1942, verranno deportate e dopo poco moriranno. «Leggendo le biografie di Freud, avevo notato che i due fatti – la partenza di Freud da Vienna con sedici persone, e le quattro sorelle che invece non possono andare con lui – non vengono mai messi insieme. Ai biografi del padre della psicoanalisi non scatta mai la domanda: perché Freud le ha abbandonate alla fine certa in un campo di sterminio?». Parla Goce Smilevski, lo scrittore macedone, autore del romanzo La sorella di Freud, uscito in Macedonia nel 2007, acquistato da editori di trenta Paesi (fra cui ci sono l’America, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Germania) che ora appare in Italia, nella prima traduzione, di Davide Fanciullo, dall’editore Guanda (pp. 334, € 18). Un successo molto festeggiato in Macedonia, una consacrazione simile a quella che toccò al regista Milcho Manchevski, Leone d’oro a Venezia nel 1994 con Prima della pioggia.
Goce Smilevski ha trentasei anni. Ha studiato letteratura a Skopje, Praga e Budapest; si è laureato con una tesi su Milan Kundera; ha pubblicato due romanzi, Il pianeta dell’inesperienza e Conversazione con Spinoza (uscirà l’anno prossimo, sempre da Guanda). Grazie a un capitolo de La sorella di Freud apparso nell’antologia Best European Fiction 2010 curata da Aleksandar Hermon e Zadie Smith, vince l’European Prize for Literature (l’anno prima, 2009, l’aveva vinto Daniele Del Giudice con Orizzonte mobile). Ora è a Francoforte per incontrare gli editori del suo fortunato La sorella di Freud.
Allora, perché Freud abbandona le sorelle? «La domanda rimane senza risposta. Nonostante le lunghe ricerche che ho fatto, non ci sono lettere o documenti in grado di darci una spiegazione. Ma da qui mi è venuto l’impulso di scrivere un romanzo, lavorando di immaginazione, prendendo come protagonista Adolfine, la penultima, l’unica che non si era sposata. Quella che il figlio di Freud, Martin, nei ricordi di famiglia definisce “poco intelligente”. Di lei ci resta solo qualche lettera, in una dà notizie dei genitori al fratello che si trovava a Roma con la moglie e la cognata».
Bambina poco amata dalla madre, legata da un’ammirazione che sconfina quasi in una passione incestuosa per il fratello Sigmund, Adolfine vive una vita in ombra. Il romanzo la riempie di avvenimenti, che sono tutti frutto della fantasia di Goce Smilevski. Adolfine prende lezioni di disegno e s’innamora di Rajner, il malinconico figlio del suo insegnante; diventa amica di Klara Klimt, la sorella del pittore Gustav; aspetta un figlio da Rajner, che l’abbandona, così decide di abortire; per sua scelta si fa ricoverare nella clinica per malattie mentali Il Nido; si prenderà cura dei tanti figli illegittimi di Gustav Klimt, quando Klara non sarà più in grado di occuparsene.
«Sì, sono tutte finzioni romanzesche, tutte comunque verosimili nella Vienna del crepuscolo dell’Impero. Vienna, dove ho passato lunghi periodi, conserva ancora il ricordo di quella stagione irripetibile di grande creatività e di inarrestabile decadenza». Così la clinica somiglia a un padiglione dello Steinhof, il manicomio costruito da Otto Wagner; Klimt che dà scandalo con la sua vita sregolata
ricorda le polemiche dei benpensanti contro gli artisti della Secessione; e ci sono squarci della vita quotidiana di Freud nella sua casa di Berggasse 19.
«Il non sapere niente di Adolfine mi ha dato la libertà di reinventare una vita che nessuno si è curato di documentare. È un po’ la libertà che io, scrittore di un Paese che sta ai limiti dell’Europa, marginale, cui non guarda nessuno, mi posso prendere: posso scegliere quello che mi piace della tradizione dell’Europa occidentale che non mi riconosce come suo cittadino. Mi sono appropriato di Spinoza, di Kundera, di Freud. E se devo pensare a un modello, direi Hermann Broch, il grande scrittore austriaco, l’autore della Morte di Virgilio, da cui ho preso quel misto di narrativa poetica e di saggistica».
Troppo vicini per essere esotici, troppo lontani per essere dei veri europei, agli scrittori macedoni – dice Smilevski – si finisce sempre e solo per chiedere la situazione politica del loro Paese. «Che è una situazione bizzarra, nonostante la richiesta di entrare nella Comunità, l’accesso è sempre rimandato».
Per la questione del nome Macedonia che la Grecia contesta? «Ma il problema non è tanto il nome, c’è il fatto che nel 1948 la Grecia espulse 300 mila macedoni e confiscò i loro beni. Se entriamo a pieno titolo in Europa, Atene ci dovrebbe risarcire molti milioni di euro».
Oltre ad Adolfine, nel romanzo incontriamo altre due sorelle, Klara Klimt appunto, e Ottla Kafka, internata a Terezin, che ricorda solo il nome, Franz, del suo grande fratello. Sembra che un destino maligno pesi su queste donne, la cui disgrazia nasce proprio dall’essere sorelle di uomini importanti. «Sono delle esistenze dimenticate, che nessuno considera anche in vita. Per questo mi piace scriverne, perché se la storia si occupa di generali, grandi leader politici, re e imperatori, il romanzo può, deve dedicarsi a queste figure cosiddette minori».

http://www.corriere.it/cultura/eventi/2011/buchmesse/notizie/polese-dato-vita-adolfine-freud_e3a80a04-f899-11e0-a70e-53be2c0ab142.shtml

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