Storia della più infelice delle sorelle di Sigmund. LA VERA PERLA DI CASA FREUD (2011)

di Lucetta Scaraffia, L’Osservatore romano, 25 ottobre 2011

Goce Smilevski è uno scrittore macedone giovane e sconosciuto. O almeno tale è stato fino al successo clamoroso del romanzo intenso e appassionante La sorella di Freud (Parma, Guanda, 2011, pagine 334, euro 18). Visto il tema, si potrebbe pensare che, come hanno fatto altri scrittori a corto di fantasia, egli abbia cercato di sfruttare l’interesse verso un personaggio famoso, Sigmund Freud, per sviluppare intorno a lui dei temi minori, poco trattati anche nelle biografie, come quello della famiglia d’origine, e in particolare delle sorelle. Sorelle nei cui confronti – e questo è un dato storico inoppugnabile – Freud non si è comportato molto bene, dal momento che le ha abbandonate nella Vienna occupata dai nazisti, da dove sono state poi deportate in campo di sterminio, invece di condurle con sé in salvo a Londra.
Potendo scegliere sedici persone da portare con sé verso la salvezza, Freud ha preferito alle sorelle le sue assistenti, il suo medico con famiglia, il cagnolino. Una decisione che ancora una volta metteva in luce come per lui fosse più importante la rete di rapporti professionali di quella familiare. Ma il romanzo, che comincia proprio da questo momento, la partenza di Freud da Vienna, per poi svilupparsi a ritroso, a partire dalla giovinezza sua e delle sorelle, non vuole essere una «rivelazione» delle mancanze dell’inventore della psicanalisi, sulle quali pure le biografie sorvolano volentieri. Né tanto meno un fantasticare intorno al suo ambiente familiare.
Il romanzo, che ha una protagonista, la sorella Adolfine – la più infelice delle quattro, malata fin da ragazza, malinconica e sfortunata, ma anche capace di capire con straordinaria acutezza l’animo delle persone – è in realtà una profonda riflessione sulla pazzia, sui rapporti uomo-donna all’interno della famiglia, e anche più in generale sul destino dei legami familiari. Ma anche una riflessione sulla radice ebraica di Freud, da lui rapidamente accantonata a favore di un’identità scientifica atea che avrebbe dovuto affrancarlo finalmente da quel passato di persecuzioni e umiliazioni che incombeva su ogni ebreo. La sua famiglia d’origine, invece, è ancora fortemente legata a questa radice, anche se i figli della generazione di Sigmund sono i primi a non imparare più l’ebraico, i primi a sostituire la cultura ufficiale, «laica», alla trasmissione della tradizione.
In questa situazione di transizione tra un mondo e l’altro, Adolfine diventa, attraverso le parole dell’autore, un alter ego di Sigmund, con cui ha diviso, nell’infanzia, un affetto speciale, a cui deve la sua preparazione irregolare ma profonda di tipo intellettuale. Anche Adolfine riflette a lungo sulla pazzia, ma dall’interno di una clinica per malati di mente, il Nido, diretta da un bizzarro psichiatra antifreudiano, il dottor Goethe, dove ha desiderato spontaneamente farsi ricoverare per dividere la sorte della sua unica amica, Klara, la sorella del pittore Klimt. Due donne segnate dall’eccezionalità del fratello, quindi proprio da questo rapporto indotte a vivere un’esistenza irregolare, ma straordinariamente lucida e, paradossalmente, ricca. Adolfine riflette sulla pazzia, guardando i matti che
lei conosce con umanità e vero interesse personale, cercando in ciascuno di leggere la cifra segreta di quell’improvviso deragliamento dalla normalità. Li riconosce e li ama per quello che sono, così come è l’unica, ancora bambina, a riuscire a comunicare con un ragazzino che presenta segni di autismo e che poi, negli anni seguenti, sarà il protagonista dell’unica sua esperienza amorosa, poi finita drammaticamente, nel suicidio di lui e nell’aborto di lei. Il fratello Sigmund, almeno nei momenti più gravi, cerca di starle vicino, senza capire quasi nulla della sua vita e delle sue scelte, senza aiutarla veramente. Egli è preso da altri interessi, sia scientifici che umani.
Immerso nella morale dell’epoca, nei pregiudizi contro le donne «diverse», egli la considera, se pure con affetto, una persona sbagliata, un ostacolo alla sua vita. Mentre, fin da quando erano ragazzi, tutta la famiglia, con la madre in testa, si stringe intorno al primogenito Sigmund, consentendogli così di scommettere sul suo sogno di scoprire l’essenza profonda dell’essere umano, Adolfine riceve solo rifiuti e rimproveri. Soprattutto solitudine, temperata solo da pochi ma intensissimi rapporti. E la vita successiva non farà che ripetere questo schema: Sigmund circondato da donne adoranti (la moglie, la cognata, la figlia Anna) mentre Adolfine vive ai margini di ogni rete sociale.
Un romanzo che fa riflettere molto sulla psicanalisi, sul rapporto fra la vita di un genio di successo, Freud, e le persone che hanno avuto la ventura di vivergli accanto. Un romanzo che sembra rispondere a tante domande non poste esplicitamente, ma sottese alla narrazione, non solo sull’ambiente intellettuale e umano in cui è nata la psicanalisi, ma anche su temi esistenziali più ampi. Attraverso la vita di Adolfine, l’autore sembra suggerire che, anche se ciascuno di noi è solo e determinato dal suo destino, può costruirsi un’interpretazione della vita originale e profonda anche se poi il suo punto di vista non sarà ascoltato, anche se non conoscerà mai il successo.

http://www.chiesacattolica.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/la-vera-perla-di-casa-freud.html

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