Genitori a scuola

di Laura Pigozzi, doppiozero.com, 28 ottobre 2016

“Il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole,” dice una massima ebraica, in cui l’immagine chiave è nelle scuole, cioè nel sociale del bambino. Questa massima è contenuta nella raccolta di leggi ebraiche Yoreh Deah (245:5) ed è scritta da Rabbi Jacob Ben Asher. Il respiro del bambino sono le sue scoperte, invenzioni, acquisizioni: cose di cui i genitori vanno fieri, pur non essendo sempre disposti a considerare che non è per i genitori che lui “respira”. Il respiro del bambino è per il mondo. Ci immaginiamo di doverlo proteggere dal mondo, mentre lui sta già imparando quel mondo che lui – non noi – abiterà, quello che lui – non noi – dovrà modificare anche con la sua sola presenza. Mentre noi quel mondo che temiamo per lui – ma che non temevamo affatto per noi – lo vorremmo dimenticare, tenere fuori dalla porta.

Non è solo a causa del degrado del suo funzionamento che oggi la famiglia non riconosce piú la scuola come altra agenzia educativa: la realtà piú segreta è che la sente come competitiva, come uno sgradito limite al familiare. I genitori sembrano non amare il relazionarsi con un contesto che non sia una copia fedele dei propri valori interni. Alla scuola si è persino chiesto di evitare i compiti nel fine settimana e, per appoggiare tale richiesta, i sostenitori hanno riesumato una circolare ministeriale del 1969, fortunatamente divenuta inapplicabile: evitare i compiti a casa è avallare l’ingiustizia sociale che favorisce gli allievi provenienti da famiglie piú colte, che beneficiano di un quotidiano allenamento a una lingua piú corretta e a concetti piú complessi. Il senso di questa pretesa sembra essere che nei giorni festivi i genitori vogliono godersi i bambini senza interferenze scolastiche. I compiti possono significare che nemmeno per i genitori è vacanza, ma solo se essi assumono un atteggiamento di continuo affiancamento.

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