La vittoria di Trump secondo De Dominis, Nirenstein, Silva, Pakman, Barbetta

Trump. Colloquio tra un nord-americano e un europeo

di Marcelo Pakman, Pietro Barbetta, 17 novembre 2016

akman – Il trionfo di Trump ha risvegliato molti stereotipi anti-yankee. Per esempio che l’“America” mostra il suo “vero Self” – concetto assai dubbio – la stupidità del suo popolo, la mancanza di cultura dello stesso, il suo razzismo, ecc. Nonostante il momento orribile, credo sia utile ricordare che Trump ha vinto per il consenso della metà dei votanti, che l’altra metà ha votato Hillary Clinton, come di solito accade in democrazia, comunque la si pensi a proposito del sistema democratico. Così vinse anche Obama, così accade quasi sempre, salvo nei paesi dove un candidato vince con maggioranza schiacciante, in generale con la massima frode. La metà che perde non scompare e, si potrebbe aggiungere, è “il nucleo autentico del popolo statunitense”, anche se ciò appartiene al pensiero di chi ha perso. Per molti, benché l’ideologia di Trump sia affine al fascismo, le sue azioni di governo saranno  orientate al pragmatismo, alla convenienza, che gli permetterebbe di affermarsi su differenti fronti, contraddicendo le proposte della sua campagna elettorale, sperando che il gioco delle forze interne al governo si esprima intorno a ogni tema da affrontare.

Barbetta – Qui in Europa, in giro per le città, quando ascolti i discorsi da bar, senti la signora che dice: “Son contenta che abbia vinto Trump! Mica la Clinton che imbroglia e mente!”. L’astrazione teorica è moralistica e menzognera, su questo la signora del bar ha ragione. L’idea che la sinistra abbia una superiorità morale è elitaria e falsa. Un tempo erano i benpensanti di destra a considerarsi superiori sul piano morale. La sinistra decostruiva la dimensione oscena di questa supposta superiorità: La classe dirigente, di Peter Medak, Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri, sono solo due esempi, tratti dal cinema, di questa critica radicale al moralismo di destra. Dobbiamo prendere atto che oggi la prospettiva si è ribaltata.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/trump-colloquio-tra-un-nord-americano-e-un-europeo

 

Il mondo di Donald

Il ranocchio ha battuto la Vecchia Papera, convinta (sbagliando) di avere almeno le donne dalla sua

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 16 novembre 2016

tendere sul lettino Woody Allen è una pacchia per lui e per il suo psicoanalista, quanti sogni, quanti dubbi, racconti e superbe gag; stendere Donald Trump potrebbe invece risultare pericoloso, un uppercut del presidente, incurante di sapere che la famosa “restituzione analitica” non è un cazzotto ma una parola. L’uomo è tosto, delle parole che non siano le sue fa volentieri a meno: il suo ultratrentennale maggiordomo di fiducia, Tony Senecal, quello che chiede d’impiccare Obama, intervistato nella reggia marina di Trump davanti a un monumentale bar con tanto di ori e argenti, spiega che per un po’ di tempo il suo Padrone possedeva la biblioteca più fornita della Florida ma poi, visto che nessuno dei suoi figli e amici, e lui per primo, ci attingeva, l’ha trasformata in qualcosa di più sana e efficace, l’alcol appunto. Lo capisco, io stesso ho rinchiuso i miei libri in uno sgabuzzino impenetrabile e mi guardo bene dal leggerli tanto meno dal rileggerli, e mia figlia strilla: padre dove sono i libri? E io a dirle che quel che ha letto le basta e avanza, che sono tutte sciocchezze. Casomai li sogno, i libri, come penso faccia Trump nel suoi momenti di abbandono.

Che sogna? Una gloria immortale? Uno stuolo di fanciulle che lo coccolano? Una partita di rugby con gli amici? Un mondo nuovo? Certo non il mondo delicato e poetico di Allen, probabilmente un mondo robusto, dove lui e i suoi fedeli possano misurarsi con gente della loro stazza: subito ha eletto a primi interlocutori i messicani e i cinesi, tipi che in qualche modo gli somigliano, lui che ricorda strani animali tra il coccodrillo e la rana gigante, con un qualcosa di ben pasciuto e sensuale. Se al colmo dell’euforia Madonna prometteva pompini a tutti quelli che votassero Hillary – come a dire che Hillary non potesse offrire altrettanto, e questo certo non le ha giovato – Trump non si è tirato indietro e totalmente si è offerto con quella sua accattivante boccuccia, senza peraltro dare una minchia e tutto prendere, con un compiacimento che Madonna neppure si sogna; strappando così Trump il primato a Nonna Papera, che pure era una dura che te la raccomando, capace di dominare un marito e di salvarlo da una tipetta che in fatto di pompini non scherzava.

Segue qui:

http://www.ilfoglio.it/la-politica-sul-lettino/2016/11/16/news/trump_hillary-clinton-donne–106950/

Perché ha vinto Trump? Nel nome del padre…

Che vuoto ha dentro un americano che vota Trump? La rabbia del popolo che si sente orfano

di Elisabetta De Dominis, lavocedinewyork.com, 12 novembre 2016

Perché? Perché ha vinto Trump? Tutto il mondo si chiede il perché senza sapere il percome.  Come si diventa uomini. Se non lo sappiamo, non sappiamo neanche che nella nostra società è scomparso il padre. E senza padre non ci sono figli: la catena generazionale è stata interrotta. Il populismo è la rabbia del popolo orfano. Il popolo non cresce mai: la colpa è sempre dei padri che non hanno saputo fare il loro mestiere. Trump ha vinto perché c’è bisogno di padre. O di un dio in terra. Un padre tremendo è necessario. Trump è tremendo; altra è la faccenda se l’accezione di questo termine nella realtà sia solo negativa e non abbia alcunché di luminoso. Ma Trump è un esempio. Di successo. Con il successo si ha tutto, con la dirittura morale non è detto. Quindi non è significativo che il padre sia amorale. Lo erano anche gli dei. E anche gli dei si trasformavano come i camaleonti. Trump diventerà serissimo, bravissimo, il miglior presidente che l’America abbia avuto. Il popolo ha fede che Trump abbia le armi. Lo certifica la sua potenza sessuale che sbandiera ai quattro venti. Lo attesta la silenziosa e splendida ancella al suo fianco. La donna rimane sostituibile. Così Hillary, solo la moglie di Clinton: non era nulla più di Melania. Anzi, lo specchio rovesciato di Melania. Sono intercambiabili, finché lo specchio è uno strumento per scrutare l’immagine, non per guardarsi dentro. Hillary ha agito “nel nome del padre”. Non è stata credibile.

Segue qui:

Perché ha vinto Trump? Nel nome del padre…

La prima grande sconfitta del politicamente corretto

La vittoria di Trump mette fine al dominio dell’elite democratica e al senso di colpa per i mali del mondo

«La mente (che si ritiene) cronicamente colpevole diventa legata alla sua colpa perché è il distintivo della sua innata superiorità» dice sull’America Thinker la psicanalista Deborah Tyler esaminando le dinamiche della politica di Obama e di Hillary Clinton. Gli è stato fatale: riconoscere le proprie colpe e quindi i propri limiti è una molla di superamento dei problemi procurati a se stessi e agli altri. Trump, un tipo alquanto dedito all’autoammirazione e all’esaltazione del proprio operato, ci fa stare un po’ in pensiero quando segna a dito ispanici, immigrati, terroristi islamici… Eppure proprio questa è stata una delle molle basilari delle sue elezioni: togliersi dalla faccia lo schiaffo della colpa disegnata dalla presidenza Obama come base della politica americana, e della sua etica interna e esterna. Colpevoli, responsabili, figli e padri della colpa: gli americani non hanno avuto più voglia di sentirsi tali.
Segue qui:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/grande-sconfitta-politicamente-corretto-1329857.html

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