C’è poco da ridere?

di Francesco Cataluccio, ilpost.it, 23 novembre 2016

Mi capita spesso in questi giorni di sghignazzare. Eppure non c’è veramente niente da ridere in quel che sta succedendo nel nostro mondo, vicino e lontano, né tanto meno di noi stessi. La causa delle mie risate è che mi è capitato tra le mani un libretto fantastico, appena pubblicato: Tempi Felici (1972; traduzione italiana di Adelphi), dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy (1921-1922), autore del già straordinario Epepe (1999; trad. it. Adelphi, Milano 2015). Il protagonista, Józsi Beregi, un giovane ebreo appassionato di calcio, in fuga dai tedeschi e dalle famigerate Croci Frecciate, nella Budapest del dicembre 1944, con le truppe sovietiche ormai alle porte, passa da un’avventura sessuale all’altra con donne che lo nascondono, proteggono e, soprattutto, sfamano. Così la tragedia (che vide il massacro di 600.000 ebrei ungheresi) passa sullo sfondo della Storia, e ciò che ha il sopravvento è la risata, che raggiunge il culmine quando Józsi si salverà seducendo la popputa crocefrecciata che lo ha arrestato e lo sta conducendo al Danubio (dove gli ebrei venivano legati due e due e, per non sprecare colpi, gettati assieme nelle acque ghiacciate): suadente e maliardo, le dice che la immagina in sottoveste nera, annusa da esperto il suo profumo, e così finisce a letto nella calda e ben approvvigionata casa di lei…

Mentre leggevo Tempi felici un po’ mi vergognavo delle mie risate, perché il contesto nel quale si svolgeva la vicenda era decisamente tragico. Ma la spensieratezza sessuale del protagonista è talmente forte da suscitare un’ammirata ilarità. Questo libro mi ha fatto tornare in mente un romanzo della letteratura italiana parecchio trascurato: Una donna al giorno di Giovanni Comisso (pubblicato nel 1949; oggi: Neri Pozza editore, Vicenza 1996). Tralascio la questione filologica, ormai risolta, se l’autore, che compariva nella copertina della prima e censurata edizione, fosse Gigetto Fugallo, alias Gigetto Pavanello, oppure veramente Giovanni Comisso. Il giovane soldato italiano, protagonista del romanzo, attraversa la mattanza della Seconda guerra mondiale prima in Grecia, poi a Budapest (di nuovo Budapest! che, tra le due guerre, era in effetti considerata, grazie ai suoi romanzi e alle operette, la capitale di una certa “leggerezza del vivere”), fino a Danzica e infine in un campo di prigionia tedesco di Bromberg… Non c’è donna che questo italico militare, degno erede del buon soldato Sc’vèik, non si porti a letto. La girandola di focosi amori, nelle situazioni più improbabili, sortisce un sorprendente effetto comico. Dopo un po’, è come se la guerra con i suoi drammi scorresse accanto, quasi inoffensiva.

Segue qui:

http://www.ilpost.it/francescocataluccio/2016/11/23/ce-poco-da-ridere/

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