Vegetti Finzi: “La psicoanalisi è un cantiere aperto”

In occasione dei 50 anni della rivista «Psicoterapia e scienze umane» un numero speciale con i risultati di un’inchiesta internazionale e le riflessioni di 62 terapeuti

di Silvia Vegetti Finzi, corriere.it, 21 dicembre 2016

Sin dalla sua costituzione, a opera di una sola persona, Sigmund Freud, la psicoanalisi si è rivelata un ambito disciplinare particolarmente tempestoso in cui si susseguono convergenze e divergenze teoriche e metodologiche, aggregazioni e disgregazioni istituzionali. Basti citare, in proposito, i conflitti di Freud con Adler, Jung, Ferenczi, per continuare con il dibattito interno all’Istituto di Psicoanalisi di Londra, ove si contrappongono Melanie Klein e Anna Freud e, più recentemente, la diaspora dei lacaniani, non riconosciuti dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.

Questa frammentazione, che a molti può sembrare un sintomo di debolezza epistemologica e, peggio ancora, di mera concorrenza professionale, ha garantito un dibattito vivacissimo e impedito alla terapia di fossilizzarsi in formule rituali o in protocolli codificati, poco aderenti alle diverse tradizioni culturali e alle mutevoli contingenze storiche. Il fatto che la psicoanalisi non conosca sintesi fa sì che le domande epocali, poste da Freud in una delle sue ultime opere, Il disagio della civiltà, restino aperte e l’impresa psicoanalitica venga ritenuta inconclusa dal suo stesso fondatore.

Tuttavia, pur riconoscendo ragioni e passioni che hanno prodotto la dispersione dell’ambito psicoanalitico, è necessario mantenere una tensione unitaria, una vocazione al dialogo e al confronto che non disperda un patrimonio di sapere e di saper fare che conta quasi centoventi anni. Un impegno che Psicoterapia e scienze umane ha svolto per mezzo secolo con straordinaria coerenza.

La rivista, contraddistinta dall’atteggiamento critico e dall’apertura interdisciplinare, ha tracciato una rotta sicura per evitare alle psicoterapie di disperdersi nell’arcipelago delle cure metodologicamente infondate e delle suggestioni irrazionali. È su questo sfondo che si colloca il numero speciale dedicato al suo cinquantesimo anno.

Fondata nel 1967 dal «Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia» sotto la direzione di Pier Francesco Galli, poi coadiuvato da Marianna Bolko e Paolo Migone, la pubblicazione, che possiamo considerare «storica», ha perseguito un progetto molto ambizioso: far dialogare le Scienze della natura con le Scienze dello spirito, analizzare l’individuo e la società, il malessere individuale e il disagio collettivo. Nella medesima direzione hanno svolto un ruolo fondamentale le due collane fondate da Galli: la prima edita da Feltrinelli, di 87 volumi, la seconda, edita da Boringhieri, di circa 300 volumi (quella con la copertina blu e il trifoglio bianco al centro). In tempi in cui la psichiatria non era ancora separata dalla neurologia e non erano state ancora aperte le facoltà di Psicologia, quella saggistica ha costituito una sorta di spina dorsale per la formazione di alcune generazioni di operatori della salute mentale in Italia.

Per festeggiare i 50 anni di pubblicazione, la Rivista ha promosso una inchiesta internazionale, sottoponendo a 62 noti psicoanalisti (quali Bollas, Kernberg, Gabbard, Fonagy, J.R. Benjamin) e, tra gli italiani, Ammaniti, Ferro, Ferruta, Recalcati, Di Ciaccia e Zoja, in gran parte collaboratori, una serie di domande su questioni fondamentali per la psicoanalisi, quali l’assetto teorico, le scelte metodologiche, la formazione dei candidati, i rapporti con le discipline limitrofe.

Segue qui:

http://www.corriere.it/cultura/16_dicembre_21/psicoanalisi-rivista-psicoterapia-scienze-umane-50-anni-f6a496bc-c79d-11e6-b6a3-9b0a9ecc738b.shtml?refresh_ce-cp

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