Thanopulos: Il vero il falso il bello

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 31 dicembre 2016

Silvio Perrella ha scritto, riferendosi all albero di Natale nel lungomare di Napoli, che abbiamo perso la capacità di distinguere tra vero e falso e tra brutto e bello. Nel suo libro “Addii, fischi nel buio, cenni” parla delle immagini, “inestricabili, ma intime”, che si formano sulla nostra “retina culturale” quando leggiamo. Non ben definite sono conservate in un “arsenale di sinapsi”.  Nel tempo possono riattivarsi e rimare tra di loro e con la consistenza delle immagini che provengono dal mondo fenomenico.
La riflessione di Perrella mantiene la sua validità anche capovolgendone la direzione. Le immagini provenienti dal mondo esterno generano idee e interpretazioni che restano sfumate e imprecise  nella nostra mente, in stretta associazione con gli stati emotivi e affettivi di cui sono parte. Sono la fonte di ogni nostro discorso autentico, che ci impegna come soggetti, il luogo di quel “non so che”, che ci permette di dare senso alle cose in eccesso alla nostra capacità di significarle in modo chiaro e coerente. Le cose che affermiamo non sono vere, dotate di un senso reale, perché le esponiamo in modo logico e coerente, questo serve piuttosto a costruire un mondo prevedibile e un alloggio oggettivo della nostra esistenza. La verità delle nostre affermazioni precede la loro formulazione logica e ha il suo fondamento in quelle rappresentazioni ideative/affettive dei fenomeni sensibili che mantengono il loro rimare allo stato potenziale, insaturo e aperto a diverse configurazioni. Queste rappresentazioni sono le più adatte ad accogliere e trasformare, trasformandosi, l’impronta che i fenomeni lasciano in noi: costituiscono la pellicola “viva” che registra, rendendoli espressivi e creativi, i nostri processi trasformativi.
Il declino del “non so che” -la rinuncia alla definizione satura, chiusa delle interpretazioni che ci impegna realmente con la vita- ci rende incapaci di distinguere il falso dal vero. Ci priva dell’“idea”: non di una verità immutabile soggiacente a ogni apparenza, ma della trasformazione del nostro assetto mentale e emotivo che rende interpretabili gli oggetti sensibili che catturano il nostro sguardo. Rischiamo di smarrire l’interpretabilità stessa della nostra esperienza, la ricezione reale delle impronte profonde attraverso le quali il mondo “comunica” con noi, e quindi anche la capacità di riconoscere l’illusione difensiva, il posticcio e l’inganno.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6574

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