Se per fermare il male non basta interpretare i sogni

di Domenico Bilotti, ilsussidiario.net, 7 gennaio 2017

 L’interpretazione dei sogni è probabilmente il più noto volume di Sigmund Freud. L’opera apparve per la prima volta nel 1899 e dovrà attendere un cinquantennio per vedere luce anche in Italia. Sia chiaro: dal punto di vista metodologico, l’analisi di Freud ha davvero qualcosa di rivoluzionario. Non solo, grazie anche al successo delle tesi freudiane, la psicoanalisi da quel momento in poi verrà riguardata con maggiore rispetto e minori sospetti. Ciò non bastasse, il lavoro sulla formazione onirica rappresenta un guanto di sfida alla scienza contemporanea: la stessa scienza che aveva relegato il sogno nel limbo dell’ascientificità è ora costretta a prenderlo in carico, a farci i conti. Bisogna sapere distinguere, d’altra parte, i meriti del lavoro di Freud sul piano dei metodi e dei contenuti dalla fondatezza delle sue analisi: non necessariamente ciò che quando appare si dimostra valido e meditato regge all’usura del tempo e al contrasto di nuovi studi, sempre più tecnici e sempre meglio argomentati. In più, tra Freud e freudiani, per una singolare nemesi storica, sembra essersi instaurato lo stesso rapporto che c’è tra Marx e i marxisti. Un conto sono le idee e gli scritti dei pionieri, un conto è il dogmatismo spesso asfissiante dei loro seguaci. Le pretese di nuove metodologie scientifiche, tutte basate — in politica o in medicina — su istanze anticonvenzionali, antiborghesi, antiaccademiche… nello spazio di una generazione ecco che diventano in voga, diventano patrimonio comune degli accademici di mestiere che prima le respingevano. Le nozioni più genuine vengono manipolate, allo studio che si oppone al luogo comune si sostituisce uno studio che diventa esso stesso luogo comune.

 Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/1/7/LETTURE-Se-per-fermare-il-male-non-basta-interpretare-i-sogni/741262/

 

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