Montanari: “Quando la donna perdona il carnefice”

di Maurizio Montanari, lettera43.it, 10 gennaio 2017

Il caso della ragazza di Messina che avrebbe ‘perdonato’ il suo carnefice introduce ad una delle frontiere più estreme e difficili della clinica. Allego il teso di un caso clinico, esposto al Congresso Europeo di psicoanalisi, che analizza casi come questo.

UN’ALTRA POSSIBILITA’

In Italia la violenza sulle donne costituisce un fenomeno crescente. Nel 2013, anno con maggior numero di vittime, sono stati 179 i casi di donne uccise. Il 68% di esse subisce violenza in famiglia. L’autore è nel 48% dei casi il marito, nel 12% il convivente nel 23% l’ex partner. Il mio centro di psicoanalisi applicata ha iniziato una collaborazione con la scuola Regionale di Polizia, a seguito di un seminario congiunto dedicato alla violenza intrafamiliare. In quest’occasione è emerso un dato che per le forze dell’ordine rappresenta un enigma capace di mandare in impasse i dispositivi di tutela previsti dalla legge per colei che subisce violenza. Nel 2% dei casi la donna abusata fisicamente che si rivolge a loro, sceglie di fare ritorno dal marito autore delle percosse e ritira la denuncia. Romy, 34 anni, rientra in quel 2%. Va alla polizia per denunciare il compagno che la picchia da tempo, presentandosi in caserma col viso tumefatto. Dopo aver descritto in dettaglio le percosse subite, firma la deposizione ma decide di fare ritorno a casa, contrariamente al consiglio di un agente che le suggeriva di trascorrere la notte da un parente. L’indomani gli agenti si recano da lei per accertare i fatti e diffidano il compagno dal continuare nelle vessazioni. Chiedono a Romy se voglia convalidare la denuncia rendendola penalmente valida. Con loro grande stupore, è lei stessa che li allontana, giungendo a scagliare contro l’auto di servizio oggetti e aggredendoli a male parole. Questo è uno di quei casi nei quali gli strumenti predisposti dalla legge italiana (allontanamento dell’uomo, domicilio protetto per la vittima) non funzionano: alcune donne, come Romy, vogliono dare al coniuge ‘un’altra possibilità’. ‘Abbiamo esagerato nella lite, ma io lo amo. Non portatelo in carcere’. Sono le parole dette ai poliziotti, che mi ripete in corso di seduta dopo che inizio a vederla, su sua richiesta, a seguito del consiglio di un agente che le suggerisce di parlare con uno psicoterapeuta. Romy accetta perché sa che io non sono organico alle forze dell’ordine, ma lavoro in un centro di psicoanalisi applicata. La sua iniziale richiesta è quella di aiutarla a ‘ricomporre la coppia’. Dunque Romy bussa al mio studio non per indagare le cause del suo disagio attuale, ma con l’apparente volontà di ricomporre quel legame che rischia di essere spezzato. Mi chiamo da subito fuori da ogni possibile posizione di collabò, affermando di non essere un terapeuta familiare e di non avere come scopo la riunificazione delle coppie. Aggiungo che sono lì per ascoltare unicamente lei, la sua storia, e cosa le stia facendo enigma. Sin dalla tenera era costretta ad assistere a scene nelle quali il padre picchiava la madre per futili motivi. Madre che, in alcuni casi, reagiva blandamente alle percosse, ma non manifestò mai l’intenzione di andarsene. I genitori erano completamente assorbiti nel mantenimento di questo rapporto perverso e non hanno mai mostrato un vero interesse per il suo andamento scolastico, le sue esperienze nella vita. La madre, quando le percosse raggiungevano il livello di sopportabilità, scaricava le sue insoddisfazioni su Romy. ‘Mi guardava piena di lividi dicendo ‘ti devi abituare, sposarsi vuol dire questo’. Vivere con un uomo significa soffrire, questo fu il primo insegnamento appreso in famiglia. Il legame che teneva uniti i genitori non obbediva alle leggi dell’amore che incontrava nelle coppie di amici. Romy intuisce la natura perversa di quel rapporto, scorgendo un modo di legarsi incomprensibile per una ragazzina, che fece proprio senza riuscire pienamente a simbolizzarlo. Dopo i diciotto anni se ne andò di casa, convinta che il solo modo per essere amata dal partner fosse quello di occupare la posizione di succube. Con l’attuale fidanzato convivono da 4 anni, e le percosse sono iniziate dal secondo anno, in un crescendo culminato con la sua telefonata alla polizia. Perché prende contatto con le forze dell’ordine per poi ritrarsi? Quale è la natura di questa denuncia poi bloccata?

Segue qui:

http://www.lettera43.it/it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/2017/01/10/quando-la-donna-perdona-il-carnefice/4507/

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