Parlare ai figli in auto

di Paolo Conti, 27esimaora.corriere.it, 17 gennaio 2017

Sono tante le famiglie che navigano ogni giorno sull’abisso del silenzio, dell’incapacità di parlarsi, di ritrovarsi tra genitori e figli. Quindi di capirsi e finalmente di volersi bene, come dovrebbe essere. Fanno finta di niente, e vanno avanti. Senza parole e quindi spesso senza autentico amore. Talvolta c’è il naufragio più atroce, quello del delitto, che dice l’indicibile, e grida un odio nato dal non detto. Perché, lo sa chiunque sia genitore in questo secondo decennio del terzo millennio, trovare il giusto canale con i figli è sempre più difficile. Sabato 14 gennaio Antonio Polito ha parlato dei «no impossibili» dei genitori ai figli, di una cultura del narcisismo che cancella la trasmissione dei valori. Ieri lo studente Antonio Chimenti però gli ha ricordato che certi princìpi non cambiano«sono gli stessi e se un genitore è capace di farli vedere e di trasmetterli, non importa del linguaggio, della tecnologia e di tutto il resto». Dunque uno dei problemi (o forse «il» problema) dei genitori del nostro tempo è individuare il giusto canale per non smarrire l’insostituibile filo che conduce al dialogo. Ma le modalità, e anche questo lo sappiamo, sono sempre la conseguenza dei tempi in cui le generazioni vivono: non esiste una metodologia dogmatica che resista nel tempo.

La confidenza durante il jogging

Ieri Joan McFadden, editorialista del quotidiano britannico Guardian, in un’inchiesta in cui ha interpellato psicoanalisti e terapeuti, ha proposto un diverso approccio per riuscire a comunicare con i figli. In realtà è un semplice non-metodo, che tiene conto della difficoltà dei ragazzi ad aprirsi nelle convocazioni rituali («ora vien qui e parliamo», frase che porta sicuramente davanti a una porta chiusa). «The power of talking sideways to children», è il titolo della lunga riflessione, «il potere del dialogo trasversale con i figli», potremmo tradurre in italiano. La dottoressa Rachel Andrews, psicoterapeuta e membro della British Psychological Society, in base alla sua esperienza assicura che una decina di minuti al giorno di semplice chiacchiera magari mentre si cucina, o si fa jogging, o ci si dedica a un hobby, può essere il terreno più fertile per far germogliare il seme della confidenza: si parla di tutto, con leggerezza, e lì può aprirsi lo spazio per affrontare un vero problema. Perché la questione, scrive Joan McFadden, non è più tanto ottenere che i figli ascoltino i genitori mentre parlano quanto far sì che i genitori sappiano ascoltare davvero i figli.

Segue qui:

http://27esimaora.corriere.it/17_gennaio_16/mestiere-genitori-parlare-figli-auto-o-parco-9ebbb7b4-dc24-11e6-8880-ab80bbeec765.shtml

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