Campagner: “Freud, i nazisti perseguitavano gli ebrei ma odiavano i cristiani”

di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 25 gennaio 2017

La giornata della memoria è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per ricordare il genocidio ebraico. Come data della sua ricorrenza è stata scelta quella della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Ad essa ci si affida per scongiurare le recrudescenze di razzismo che gli oltre settant’anni che ci separano dalla Shoah non sono stati sufficienti a debellare. Non è soltanto un rito o un antidoto al pericolo di dimenticare una tragedia ripetendone gli effetti, ma l’occasione per ripensare il fondamento del legame sociale. Andiamo con ordine. Freud si era convinto che lo scopo della ritualità, nella nevrosi non meno che nelle pratiche religiose, servisse a scongiurare un pericolo avvertito come incombente e minaccioso. Il rito trova la propria forza nella valenza salvifica, anche nel caso in cui il soggetto che vi ricorra sia incredulo circa la sua verità e validità pratica. Fu questo anche il caso dello stesso Freud quando nel 1938, l’anno dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania, auspicò la protezione della Chiesa cattolica per scongiurare la “barbarie quasi preistorica del nazismo”. “Stranamente — scriveva nel marzo del 1938 nella Prima avvertenza al Terzo saggio della sua ultima opera L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934­38, Opere, Boringhieri, XI) — proprio l’istituzione della Chiesa cattolica oppone una potente difesa alla diffusione di un simile pericolo per la civiltà”. Solo tre mesi più tardi, nel giugno dello stesso anno, nella Seconda avvertenza alla stessa opera scritta a Londra, dovette constatare ciò che certamente già sapeva: “Poi improvvisamente è arrivata l’invasione tedesca e il cattolicesimo si è mostrato, per dirla con parole bibliche, ‘una canna al vento'”. Sorprende l’avverbio utilizzato dall’ottantaduenne e ormai molto malato padre della psicoanalisi, famoso per l’esattezza della sua prosa, tanto da meritarsi nel 1930 il Premio Goethe. Le opere di Freud erano già state bruciate nel 1933 a Berlino, la psicoanalisi condannata come “scienza ebraica”, le associazioni psicoanalitiche chiuse, molti dei sui membri perseguitati. Eppure l’Anschluss fu per Freud come il brusco risveglio da un sogno. Il 12 marzo 1938 i tedeschi occuparono Vienna, i figli Anna e Martin vennero torchiati dalla Gestapo, i libri furono mandati al macero, la casa editrice sequestrata e Freud costretto dai nazisti alla firma di una liberatoria per acconsentire all’espatrio. “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia” aveva sarcasticamente chiosato l’autore de Il motto di spirito (1905), chiedendo di aggiungere una frase di suo pugno. Una frase destinata a divenire iconica anche grazie a Paul Watzlawick che la commentò nella Pragmatica della comunicazione umana (1971), e che fu l’ultima ricordata prima che Freud emigrasse a Londra. Con sé portò altre sedici persone, ma non le quattro sorelle che morirono nei campi di concentramento, lasciando così un’ombra sulla sua condotta di quei tragici giorni.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2017/1/25/GIORNATA-DELLA-MEMORIA-Freud-i-nazisti-perseguitavano-gli-ebrei-ma-odiavano-i-cristiani/744207/

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