Balsamo e Thanopulos sul pensiero in situazione di guerra

Amicizia alla pari

di Sarantis Thanopulos, il manifesto 28 gennaio 2017

Sabato scorso “Alias” ha ospitato l’introduzione di Maurizio Balsamo, direttore di Psiche -rivista “culturale” della Società Psicoanalitica Italiana- al numero dedicato a “Il pensiero in tempo di guerra”. Balsamo si interroga sulla possibilità di creare una “zona protettiva” per consentire allo psichico “di esercitare le sue funzioni trasformative”, quando l’oscillazione fra l’angoscia di essere uccisi o di uccidere e la paura di una distruzione totale si impossessano degli esseri umani e li disorientano. La domanda di zone protettive, che arginino la diffusione e penetrazione delle idee irrazionali e delle azioni impulsive che causa il disorientamento, è forte tra tutti coloro che in un mondo in crisi continuano a credere nella forza della ragione e dell’integrità psichica.
Limitare i danni di un processo morboso, creando zone protettive tra le parti sane ed esso, è una necessità. Tuttavia, sotto una crescente pressione anche le dighe migliori, fatte di dura opposizione alla forza invasiva, possono cedere. Non possiamo trattenere il respiro in attesa di “tempi migliori”. È opzione decisamente migliore usare come argine lo stesso tessuto psicocorporeo (individuale e collettivo) che la patologia minaccia. Risanare ciò che è “vivo”, per re-espanderlo a spese della malattia.
L’amicizia è ciò che mantiene psichicamente sana e viva la materia umana desiderante. Espande le relazioni umane al di là dei vincoli familiari, usa l’affinità per rendere abitabile e feconda la differenza. Fonda la Polis come luogo di aggregazione centrale dei rapporti di scambio, spingendo la famiglia nella loro periferia, ma emana da quest’ultima. Più precisamente dalla relazione erotica tra i genitori che configura  la famiglia come luogo di circolazione di affetti e di desiderio. Nella relazione “coniugale”, l’amicizia è espressione di un rapporto paritario. A partire dall’amicizia tra i genitori tutti i rapporti familiari sono paritari, perché amicali, a prescindere dalle ineguaglianze sul piano dei bisogni, dell’esperienza, delle risorse e delle capacità.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6610

Balsamo: “Come sopravvivere all’afasia dell’orrore”

di Maurizio Balsamo, il manifesto, 14 gennaio 2017

Che cosa accade in un individuo, in una popolazione, in una cultura o in una comunità esposta al dramma della guerra è una questione non certo ovvia, ma non affatto sconosciuta all’esperienza umana, alla riflessione politica, filosofica, etica, psicoanalitica. Il che tuttavia, come sappiamo, non rende quella medesima esperienza capace di difenderci dalla passione per la guerra, dal godimento dell’orrore, dalla partecipazione furiosa alle barbarie, trasformandoci in eventuali colpevoli di sterminio, violazione dei diritti umani, torture. Che cosa accade in quella spesso infinita zona di transizione che definisce il dopo guerra e in cui – oltre che a ricostruire, rimpiangere i morti, fare i conti o meno con il passato recente e delineare nuove organizzazioni di vita – si tenta di riappropriarsi di spazi, gesti e immagini sottratte dal tempo e dalla storia che ci aveva preceduti, mediante la creazione di nuove rappresentazioni, configurazioni corporee, affettività, è altrettanto oggetto di ampia riflessione. In che modo inoltre tutto questo orrore si deposita nello psichico di una generazione, si trasmette ad altri che giungeranno, mediante riapparizioni sintomatiche, risorgenze ideologiche o di pensiero che ritenevamo superate, non è, neanch’esso, certo sconosciuto all’indagine psicoanalitica. (…)

IN CHE MODO RIUSCIAMO a istituire una zona protettiva per permettere allo psichico di esercitare le sue funzioni trasformative, quando, intorno a noi, l’insensatezza di una parola, l’impossibilità di sospendere il giudizio, la paura, l’oscillazione improvvisa fra l’angoscia di essere uccisi o di uccidere si impossessa degli esseri umani, rendendoci disorientati, come scrive Freud in Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte di fronte alla guerra del 1915, o sconvolti dalla comparsa della possibilità di una distruzione totale? Come osserva Freud in quel saggio, è la stessa esperienza della morte a mutare radicalmente di segno, dalla sua casualità al suo accadere infinite volte nello stesso giorno sui campi di battaglia, e questa radicalità, questa impossibilità di essere messa da parte, è un esempio rilevante di trasformazione.

Forse, non casualmente, i meglio attrezzati per «sopravvivere in tempo di guerra» appaiono sovente i pazienti psicotici, troppo impegnati nelle loro guerre personali, nei loro combattimenti quotidiani, del tutto indifferenti ai morti o alle stragi, interessati piuttosto ad inghiottire la Storia nella propria personale questione. Pazienti già da sempre troppo «in guerra» per poter dare importanza alle guerre degli altri che eventualmente giungono solo per confermare quella che si conduce, in maniera più o meno privata, o che rischiano di farli distogliere da ben altri impegni. Ciò non toglie ovviamente che quel rifiuto, quel diniego, quella indifferenza per la rottura del mondo non si accompagni allo stesso tempo a una frattura delle frontiere capace di farci vedere, lo scriveva Canetti in Masse e potere, uno Schreber come un anticipatore del tempo e degli orrori del nazismo, pensando la follia di un soggetto come follia-mondo, follia del tempo. (…)

SI PUÒ TENTARE di fermare gli accadimenti insensati della storia, ad esempio protestando contro l’esilio dei bambini, come fece Winnicott durante la prima evacuazione dei bambini da Londra nel 1939 (82700 furono quelli mandati via in famiglie d’accoglienza o in centri, con esiti dolorosi se non catastrofici sui bambini medesimi e sulle loro famiglie). Nella lettera al British Medical Journal del 16 dicembre 1939, Winnicott, Bowlby e Miller scriveranno, in maniera preveggente, che se quello che loro proponevano era esatto, l’evacuazione dei bambini senza le loro madri avrebbe determinato un aumento importante della delinquenza giovanile nei futuri dieci anni e protestavano così contro questa evacuazione /deportazione.

Non si trattava solo, come è evidente, di una diversa lettura delle forme di sopravvivenza, ma di una necessità di prendere in considerazione, nei momenti di guerra e di catastrofe collettiva, l’esigenza di mantenere un legame, una relazione che permetta di evitare lo sfaldamento dell’essere psichico collettivo. Si può cercare di istituire una dimensione giuridica della guerra, attraverso il suo contenimento, la distinzione di guerra giusta e ingiusta, o degli attori giuridici che ne possano legittimamente decretarne l’inizio, oppure esorcizzarla sempre e comunque. Si può proporre, come fece Bion, cosa praticamente inaccettabile in un ambiente militare, dei «gruppi senza leader», tentando di inserire la sofferenza individuale in una presa in carico gruppale per ricostruire un legame sociale andato perduto. O collezionare immagini di guerra, nel silenzio delle parole, nell’afasia che la guerra induce, come hanno fatto Brecht con l’ABC della guerra, o Warburg con Mnemosyne, cercando di demistificare la presunta chiarezza delle immagini, dislocando grazie agli epigrammi e alle didascalie, in Brecht, o grazie alla messa in relazione di ciò che sembra invece lontanissimo, in Warburg, la retorica di ciò che appare dotato di un unico senso (…).

Segue qui:

http://www.spiweb.it/rassegna-stampa/1004-italiana-ed-estera/rassegna-stampa-italiana-2017/7726-come-sopravvivere-all-afasia-dell-orrore-il-manifesto-14-gennaio-2017

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