Recalcati: “Il prato bianco di Francesco Scarabicchi”

di Massimo Recalcati, doppiozero.com, 7 febbraio 2017

Il prato bianco e l’ascendenza di Giorgio Morandi 

Il prato bianco è il titolo di una intensa raccolta di poesie di Francesco Scarabicchi pubblicata originariamente nel gennaio del 1997 per i tipi delle edizioni l’Obliquo di Brescia e riproposta oggi, esattamente venti anni dopo, da Einaudi nella sua prestigiosa serie bianca. La poesia del marchigiano Franco Scataglini, a cui il libro è dedicato, e quella di Umberto Saba sono presentissime sullo sfondo, ma le radici della poetica di Scarabicchi affondano anche in un’altra, meno evidente, terra: quella di Giorgio Morandi. È possibile, si chiedeva il grande maestro bolognese, dipingere il silenzio? Dipingere ciò che non ha né immagine, né suono, né nome? È possibile elevare l’immagine della semplice presenza alla dignità di un assoluto? Dedicarsi alle cose più umili del mondo (bottiglie, teiere, bicchieri, caraffe, ecc), esposte nella loro nuda esistenza, non significa, infatti, per Morandi illustrare il mondo, ma provare a coglierne il mistero, il suo enigma irrisolvibile. La dimensione anti-illustrativa dell’immagine mostra che in essa viene preservata una trascendenza che esorbita ogni fredda riduzione tautologica all’oggetto che rappresenta per mostrare che nell’immagine artistica c’è sempre, come direbbe Adorno, “qualcosa che resiste”, una eccedenza interna che rende impossibile ridurre la sua presenza a una semplice presenza. Ebbene la poesia di Scarabicchi riprende in modo originalissimo questa lezione. La sua attenzione appare assorbita dalla nuda solennità dalle cose del mondo, da immagini silenziose, prive di ricami linguistici, libere da ogni gioco intellettuale, incisive, assolute. Vocazione anti-romantica e anti-espressionista, radicalmente ascetica, della sua poesia come del figurativismo di Morandi. Entrambi non cedono alla scorciatoia dell’astrazione, alla sirena facile della dimensione pulsionale del colore o del suono. Scarabicchi nella sua raccolta di poesie più importante quale è L’esperienza della neve (Donzelli, Roma, 2003), dirige il timone della sua parola verso presenze nude, ridotte all’osso alla loro più pura immanenza. Gesto di spogliazione ascetico del mondo dall’involucro conformista della sua percezione canonica. Egli non indica alcuna trascendenza separata dal piano di questa immanenza ma, nondimeno, eleva il tratto anonimo di tale immanenza a cifra dell’eterno che si ripete:

“I vivi sostituiscono i vivi, le case hanno finestre e porte, la pioggia cade e bagna, per camminare ci vogliono le scarpe. Ciascuno ha un nome, i nomi tornano, si cambiano, le frasi sono sempre le stesse, il pane tagliato, i bambini, gli adulti, i morti, la cenere.” (idem, p. 74)

Gli oggetti del mondo, come nella grande pittura di Morandi, non sono semplicemente consumati dal tempo, ma eterni che resistono nella loro fragile sagoma al passare del tempo. Inserzione dell’eterno nel tempo, luce che filtra nella notte. Gli oggetti sono ciò che innanzitutto resta:

“Una bottiglia, una mela…Solo ciò che è concreto sopravvive: lo scheletro, un anello, i denti. Gli occhiali di tartaruga rimasti nella custodia del comodino la notte in cui si è spenta. La coroncina del rosario fatta con i gusci di noci, il ditale che portava nella tasca del grembiule, la spilla a balia, un pettinino rosso.” (idem)

La presenza non occulta la verità, non è ombra destinata platonicamente a dileguare di fronte alla permanenza del mondo delle idee. L’essenza non è nascosta dietro l’esistenza. In Scarabicchi, come in Morandi, la nuda presenza dell’oggetto evoca il resto che il trauma del linguaggio genera separando irreversibilmente l’uomo dall’Uno: l’oggetto è il resto, sempre plurimo, che incarna questa separazione e, al tempo stesso, ciò che la commemora insistentemente.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/il-prato-bianco-di-francesco-scarabicchi

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