Massimo Ammaniti: “Il nostro mondo è malato di giovanilismo, il termine rottamazione è insopportabile”

di Nicola Mirenzi, huffingtonpost.it, 12 febbraio 2017

L’amore può essere anche il dono di un rimprovero: “I giovani hanno perso il coraggio di rischiare. Hanno smarrito la speranza. Li vedo ripiegati su se stessi in maniera narcisistica. Cercano conferme, anziché trovare la forza di affermarsi”. Per Massimo Ammaniti – psicoanalista, docente onorario di psicopatologia dello sviluppo a La Sapienza di Roma –, le rituali parole di compassione per la generazione precaria, senza lavoro, incerta, sfortunata, priva d’opportunità, sono il travestimento di una prigione: “In passato, i figli si contrapponevano ai padri, lottavano contro le loro norme, mettevano in discussione le loro ideologie, trasgredivano i loro divieti. Scontrandosi, incontravano se stessi, ciò che desideravano. Oggi, invece, i padri tendono ad assecondare i figli, forse perché si sentono colpevoli di non poter dar loro quello che vorrebbero. Ma così, anziché farli crescere, li ingabbiano in un’eterna adolescenza”.

Nel suo ultimo libro, “La curiosità non invecchia” (Mondadori), Ammaniti affronta lo “scandalo” della terza età, secondo la definizione che della vecchiaia diede Simone De Beauvoir: un tempo della vita che consideriamo come un “attesa nel corridoio che porta alla fine” e invece è il momento nel quale emerge “la forza del carattere e può essere un momento di grande vitalità”.

Si sente ancora giovane a 74 anni, Professore?
Cronologicamente, sono avanti con gli anni. Tuttavia, credo che si diventi veramente vecchi quando si rinuncia a vivere, si perde interesse per ciò che accade, si considera la propria vita vita un’anticamera della morte.

E invece?
La vecchiaia può essere un periodo molto produttivo e ricco della vita, il momento in cui se ne può ricostruire il senso, rintracciando il desiderio che ci ha spinto a fare ciò che abbiamo fatto.

Quando si è accorto di esserci dentro?
Non accade da un giorno all’altro. Fino ai cinquanta, sessant’anni è come se si percorresse la strada che si porta alla cima del monte. Arrivati lassù, si vede cosa c’è dall’altra parte. Cambia la visione. Si scorge la propria storia diversamente. Si può cominciare a dialogare con la morte.

Un tema tabù, la morte, per la nostra società.
Il nostro mondo è malato di giovanilismo. Viviamo un’eterna giovinezza artificiale, dove la vecchiaia è nascosta come qualcosa di cui vergognarsi. Corriamo il rischio, così, di creare una società di plastica, abitata da perpetui adolescenti che non sanno distinguere i momenti della vita.

Segue qui:

http://www.huffingtonpost.it/2017/02/12/massimo-ammaniti_n_14702008.html

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