Risè, Thanopulos e altri dopo Lavagna

Il suicidio di Lavagna: un ragazzo muore nel vuoto

di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto, 25 febbraio 2017

Un ragazzo si è gettato nel vuoto a Lavagna durante una perquisizione dei finanzieri nella sua casa. La perquisizione era stata ideata dalla madre, nella speranza di indurlo  a desistere dall’uso di hashish. A distanza di due settimane, sedimentate le emozioni del momento, si può provare a contrastare il fatalismo che come un avvoltoio si è già impadronito della preda.
L’adolescenza è di per sé vulnerabile. Il più delle volte il suicidio arriva inaspettato, per la combinazione di una fragilità psichica (permanente o temporanea) e di un evento pressante. Può agire come detonatore una forte delusione che aggrava una pregressa ferita narcisistica, rendendola incontenibile. Spesso sono  presenti un conflitto complicato con i genitori e una forte aggressività nei loro confronti che si introverte catastroficamente. La rabbia trova uno sbocco autolesionista nell’intenzione ambivalente di assolverli e di punirli al tempo stesso. Più in profondità cova la convinzione di poter esistere per gli altri solo per assenza, attraverso il senso di mancanza e di dolore prodotto in loro.
Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6654

Riflessioni dopo Lavagna: l’evaporazione del padre

Oggi anche la società è in preda a un’inquietante deriva. Se un tempo le istanze sociali imponevano di fare i conti con la realtà oggi il rapporto con gli altri è in secondo piano

di Franco Brevini, brescia.corriere.it, 17 febbraio 2017

Fra le tante cose dette in margine alla tremenda storia della madre di Lavagna e del figlio suicida, una mi pare meriti particolare attenzione, perché credo colga il nodo del problema: tutto nascerebbe da una carenza del ruolo paterno. Già alla fine degli anni Sessanta lo psicanalista francese Jacques Lacan aveva denunciato il «declino sociale dell’imago paterna». La deriva dell’io sarebbe la conseguenza dell’«evaporazione del padre», cioè dell’indebolimento progressivo e poi dell’eclisse dell’autorità paterna, che è stata tradizionalmente disciplinare, conflittuale, promotrice del principio di realtà. Il risultato di queste dimissioni dalla paternità e del conseguente incrinarsi del meccanismo edipico sarebbe una crescente fragilità dell’identità dei figli e una tendenziale «neotenia psichica».

Segue qui:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/17_febbraio_18/riflessioni-lavagna-evaporazione-padre-492ecf12-f5b9-11e6-a891-35892eecc6d0.shtml

Risè: la madre del ragazzo non ha sbagliato. I social? Non uccidono, la droga sì

di Paolo Vites, ilsussidiario.net, 17 febbraio 2017

“Facciamo gruppo: guardi, io a casa non parlo dei fatti miei, ma con gli amici mi sento bene, a loro confido tutto , sono loro la mia famiglia”. E’ uno dei tanti commenti raccolti fra gli amici e i compagni di scuola del ragazzo di Lavagna suicidatosi perché scoperto con dell’hascish. “Io con i miei mangio e dormo, poi arrivederci a domani” dice un altro. Che si crei un muro tra genitori e figli quando questi toccano l’età dell’adolescenza è un fatto naturale, anche positivo: è il momento in cui ci si dovrebbe staccare per sempre dal cordone ombelicale genitoriale. Il genitore che non capisce questo rischia di crescere personalità psicologicamente handicappate. Oggi però c’è qualcosa di cattivo, di subdolo, che si è infilato in questo normale corso della vita: la droga, ci dice il professor Claudio Risè, psicologo di fama, “di cui nessuno, ragazzi e genitori, sanno il reale contenuto nocivo. E quando non c’è conoscenza è difficile che si trovi un terreno comune di dialogo tra giovani e adulti”. Professore, la mancanza di dialogo in famiglia non è una novità, è sempre esistita, una volta era addirittura normale che un padre non giocasse con i propri figli. Oggi però si assiste a una situazione che conduce a drammi impensabili, come mai secondo lei?

Il problema della mancanza di dialogo esiste da entrambi i lati, quello dei ragazzi e quello dei genitori. I ragazzi non si raccontano in casa, ma anche i genitori fanno una grande fatica a impegnarsi con loro, a scambiare esperienze, a trovare modi di stare con loro.

Perché secondo lei? Che ruolo gioca l’uso delle droghe cosiddette leggere? E’ un muro in più che divide?

L’uso della cannabis è una delle grandi zone in cui i ragazzi fanno fatica a raccontarsi, ma anche gli adulti. C’è una mancanza di informazione impressionante da parte di tutti, che rende impossibile qualunque forma di dialogo.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2017/2/17/SUICIDIO-DI-LAVAGNA-Rise-la-madre-del-ragazzo-non-ha-sbagliato-I-social-Non-uccidono-la-droga-si/749051/

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