Lasciare prima: perché è così raro?

di Daniela Monti, 27esimaora.corriere.it, 28 febbraio 2017

In India, per catturare una scimmia, si usa la trappola della noce di cocco: si scava un foro e si fa scivolare all’interno del riso; la scimmia infila la zampa per prenderlo e resta incastrata, tradita dal pugno chiuso che stringe il riso. Piero Ferrucci, psicoterapeuta, filosofo e scrittore, chiude il racconto dicendo che «anche noi siamo un po’ scimmie con il riso: non riusciamo ad aprire il pugno e mollare i nostri ruoli sociali, le nostre cariche, le nostre idee e così finiamo in gabbia». Perché passare la mano — quando è ancora una libera scelta, non una necessità dovuta, per esempio, ai limiti di età — è difficile. Così difficile che il caso di Enzo Bianchi, ex priore della comunità monastica di Bose, ha fatto notizia: a 73 anni, senza che nessuno glielo chiedesse, ha passato ad un confratello più giovane il testimone (e il potere di comando).

Non è l’unico, certo, ma nella maggior parte dei casi le cose vanno in modo diverso: l’ultimo report dell’Aidaf — Associazione italiana delle aziende familiari — mostra come dal 2007 al 2014 il numero dei «leader aziendali» di oltre 70 anni è cresciuto dal 14,7% al 22,6 nonostante sia dimostrato che, nella media, hanno performance inferiori rispetto ai leader aziendali più giovani. «Mantenere la posizione è una forma di attaccamento alla vita, di resistenza alla paura di ciò che potrà avvenire nel momento in cui si lascia l’azienda. In più c’è il fattore potere: se lascio, non posso più decidere quello che voglio. È dura arrendersi al fatto che saranno i figli, o qualcun altro, ad avere l’ultima parola», dice Guido Corbetta, professore di Strategia delle imprese famigliari in Bocconi.

I progressi della medicina, a parità di età, hanno consentito di aumentare il livello di prestazioni, fisiche e cognitive, rispetto al passato, spostando in avanti negli anni la necessità di un passaggio di testimone. Se restare attivi, agganciati al presente e ai propri interessi, è l’atteggiamento giusto con cui affrontare la vecchiaia — come dimostrano le tante storie di 80/90enni raccolte dallo psicanalista Massimo Ammaniti ne «La curiosità non invecchia. Elogio della quarta età» (Mondadori) — comunque la domanda resta: qual è il momento giusto per lasciare? «Va fatta una distinzione fra il desiderio di continuare ad essere attivi, dare il proprio contributo, trasmettere quanto accumulato nel tempo, e il voler rimanere, pervicacemente, ancorati ad un posto di potere o a un ruolo sociale. Sono due percorsi diversissimi — dice Ammaniti —. Il primo caso è coerente con una persona che continua la propria ricerca personale, fiduciosa di poter dare un senso a se stessa anche senza la “stampella” esterna; il secondo nasconde invece la paura di scomparire: senza il riconoscimento sociale che mi sono guadagnato, non sono più niente».
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