Silva: “La bella morte”

In attesa di capire se c’è un Dio che c’aspetta, conviene scegliersi la fine che più ci va a genio

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 8 marzo 2017

Si fa un gran parlare di eutanasie e suicidi, e tanti sono i modi per morire, tocca solo scegliere quelli che più ci aggradano. Fanciulli, abbiamo letto e immaginato infinite morti, alcune assai eccitanti, come quella dei tigrotti di Mompracem che per seguire il loro Sandokan si facevano schiacciare la testa dagli elefanti dei re. Poi, a un certo momento, tocca anche a noi morire, morire davvero, più o meno, perché non si sa che fine faremo, magari c’è davvero un Dio che ha bisogno delle nostre follie anche lassù, e allora non si può neppure chiamarla morte ma trapasso o roba del genere. Intanto però chiamiamola morte, ed è il caso che ciascuno se ne scelga una che gli va a genio, essendo costei già abbastanza stronza per conto suo, la morte.

Personalmente – qui tutto è personale – la morte più desiderabile è quella in chiesa, come spesso ho predicato, una bella chiesa dei tempi che furono, poiché quelle attuali non danno alcuna speranza di resurrezione. Fino a tarda notte ci si nasconde nell’antico confessionale carico di peccati e assoluzioni e all’alba eccoci inginocchiati davanti all’altare; diciamo un po’ di preghiere e zacchete, grazie a un bell’Hawk Black Micarta ci si offre a Dio, che ci accoglierà ridendo, ben lungi da quel mostro di cattiveria che dai tempi dei tempi tutti dicono Egli sia. Ci strizzerà l’occhio, come noi davanti alle smanie di Heinrich von Kleist, che s’affannò a cercare una signora per spararsi insieme; dopo molti rifiuti la trovò, l’Henriette, sicché il Wannsee potesse gioirne. Grande Kleist, persino Goethe tremava al suo cospetto. Tuttavia Goethe ci presenta notturni sublimi, ed è impossibile resistere alla tentazione di passeggiare su un prato di genziane, purgando in meravigliosa solitudine la nostra vita che, per sbilenca che sia, le stelle contempleranno. All’alba, sdraiati sulla terra, scavando con i denti, le chiederemo di riprenderci nel suo grembo; assaporeremo l’acqua delle radici. In fatto di morte, i fiumi e i mari sono pressoché imbattibili.

Segue qui:

http://www.ilfoglio.it/sezioni/190/la-politica-sul-lettino

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