La sindrome dell’imbecille

di Guido Vitiello, internazionale.it, 29 marzo 2017

Gentile bibliopatologo,
ho 21 anni, e fin dall’adolescenza ricevo complimenti perché sono un lettore appassionato. Questo ha alimentato ancora di più il mio interesse per la cultura: leggo libri sugli argomenti più vari e ho scritto anche dei racconti. Lo ammetto, riuscire a sostenere molte delle conversazioni in cui vengo coinvolto e sentirmi dire che ho un’ottima capacità oratoria nonché un’ampia cultura mi lusinga, ma a volte penso di essermi montato la testa. Mi reputo intelligente e magari, invece, non sono che un falso intellettuale. Devo chiedere un ricovero urgente? Paolo

Caro Paolo,
tutte le volte che sento parlare di “sindrome dell’impostore” mi torna in mente una vecchia storiella. La fonte credo sia una vignetta del New Yorker di metà anni cinquanta, ma in Italia è stata resa popolare da una scena di un film di Fantozzi. Un tizio va dallo psicoanalista e gli confessa di soffrire di un complesso di inferiorità. “Ma quale complesso di inferiorità”, si sente rispondere, “lei è inferiore”. Ecco, quella carogna del bibliopatologo è qui per dirti che tu non hai la sindrome dell’impostore: sei un impostore. Ma grazie al cielo lo siamo tutti, io per primo. La sindrome esiste solo in quanto rivelazione parziale e solitaria dell’universale impostura – ed è questo a renderla dolorosa: perché credersi soli all’inferno, ostaggi di un segreto vergognoso, è la definizione stessa dell’inferno. La mia diagnosi brutale potrebbe capovolgersi, però, in una scoperta rinfrancante e liberatoria. Devi solo sorbirti pazientemente un’altra storiella.

All’inizio di Ortodossia, un libro del 1908, Gilbert K. Chesterton racconta di quando, a passeggio con un amico editore, questi si lasciò scappare un luogo comune molto diffuso: “Quell’uomo farà strada: egli crede in sé stesso”. Il caso volle che in quel momento passasse di lì un omnibus con la scritta Hanwell, che diede a Chesterton l’ispirazione per una risposta memorabile:

Vuoi sapere – chiesi – dove sono gli uomini che più credono in sé stessi? Te lo dico subito. Conosco uomini che hanno più di Napoleone e di Cesare una fiducia colossale in sé stessi. So dove splende la stella fissa della certezza e del successo, posso guidarti ai troni dei superuomini. Gli uomini che credono veramente in sé stessi sono tutti nei manicomi.

Lo Hanwell insane asylum era appunto un grande manicomio inglese, non lontano da Londra. Avverto un’eco di questo aneddoto in una frase di Lacan che si sente spesso in giro, da quando il lacanismo è diventato un fenomeno pop – l’umanità riserva grandi sorprese. Dice grosso modo così: un tizio che crede di essere Napoleone è certamente pazzo, ma un re che crede di essere un re lo è forse ancora di più. Mettendo a testa in giù la frase dell’editore, Chesterton ne ricavava la massima aurea secondo cui “il credere in sé stessi è una delle caratteristiche più comuni degli imbecilli”. Ecco, un intellettuale che si guarda allo specchio e pensa, tra sé e sé, “io sono un intellettuale”, potrà anche essere intelligentissimo, ma la sua intelligenza sarà avvolta da una mistica nube di imbecillità.

Segue qui:

http://www.internazionale.it/opinione/guido-vitiello/2017/03/29/sindrome-imbecille

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