Ospiti – Sciacchitano: “W. Benjamin e la psicanalisi come “compito infinito””

di Antonello Sciacchitano, analisilaica.it, 7 maggio 2017

Grazie alla singolare coincidenza tra l’espressione “unendliche Aufgabe”, usata da Freud nella sua Analisi finita e infinita e questo frammento di Walter Benjamin sul “compito infinito” abbiamo trovato un modo per spiegare il lavoro scientifico che si attua nell’analisi. Innanzitutto, Benjamin cosa intende per scienza? La scienza cartesiana, par provision e congetturale? La scienza hegeliana, scienza del lavoro del concetto che rientra in sé stesso come Spirito Assoluto? Forse nessuna delle due. A Benjamin interessa la scienza dell’arte, in particolare la scienza della letteratura; interessa cioè un’ermeneutica scientifica, che sia un’ermeneutica dell’ermeneutica, cioè una scienza delle forme espressive, una scienza ultimamente formale. Certo, l’ermeneutica sostituisce forme a forme, ma senza uso di variabili è difficile ridurre la scienza dell’ermeneutica ad algebra. Correlativamente bisogna pensare a una scienza dell’infinito un po’ diversa da quella che si è affermata in matematica con l’opera di Cantor. L’infinito cantoriano è una struttura che non può essere unificata in qualche modello. Esistono diversi e infiniti modelli di infinito, che per questa ragione – come si dice in termini tecnici – è una struttura non categorica. Non molto distante da questo infinito e in un certo senso simmetrico rispetto ad esso, l’infinito dell’ermeneutica è un’unità che esiste ma non può essere data, scrive Benjamin, cioè non può essere catturata da qualche forma. L’infinito dell’ermeneutica, l’infinito formale, necessario alla scienza delle forme, è parente del reale lacaniano che non cessa di non scriversi; non rientra nelle forme che regola formalmente.

Non siamo lontani da Freud, dal Freud scientifico e non metapsicologico. Il quale in chiusura del saggio del 1923, L’Io e l’Es, scrive: “Es kann nicht sagen, was es will.”[1] L’Es non può dire ciò che vuole, perché non ha una volontà unitaria, lacerato com’è dal conflitto tra pulsioni erotiche e distruttive. Al di là della rappresentazione antropomorfa del piccolo uomo dentro l’uomo, si cela questa profonda verità dell’inconscio: la verità della rimozione originaria, che è attiva ben prima che la coscienza si attivi, censurando le rappresentazioni inconsce sgradite all’Io. Nella prospettiva di rendere scientifica la metapsicologia freudiana in modo più rigoroso di quanto non sia riuscito a Freud, non dimentichiamo il contributo di Benjamin alla scienza dell’infinito, anche se è diverso da quello matematico. È un contributo che aiuta a concepire l’infinito in termini qualitativi e non in quelli quantitativi di una misura sempre più grande. L’infinito è il sempre diverso; è l’Altro – direbbe Lacan – che abita la nostra più profonda intimità. L’infinito è l’extimo.

Segue qui:

https://www.analisilaica.it/2017/05/07/w-benjamin-la-psicanalisi-compito-infinito/

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