Ronchi, Thanopulos, Bollorino, Dotti su l'”affaire Miller – Recalcati”

Recalcati, Renzi e PPP

di Rocco Ronchi, doppiozero.com, 9 giugno 2017

Nel mondo intellettuale italiano da tempo covava un risentimento diffuso nei confronti di Massimo Recalcati. “Troppo” successo non può essere perdonato. Almeno in Italia. Niente di nuovo, dunque, nell’attacco concertato di cui è stato vittima e che ha visto come protagonisti colleghi, i quali, per alimentare la loro scarsa potenza di fuoco, hanno chiesto il soccorso  dell’antico maestro di Recalcati, Jacques-Alain Miller, indiscusso punto di riferimento del lacanismo nel mondo. Perché il colpo inferto fosse durissimo sono stati utilizzati strumenti eticamente discutibili. Ad esempio, sono stati resi di dominio pubblico frammenti dell’analisi di Recalcati. Chi scrive non può che rinnovare la sua solidarietà all’amico. Ma la questione che mi interessa sollevare è un’altra. Riguarda i “significanti” che in questa polemica sono stati utilizzati per far coagulare un rancore finora taciuto o comunicato solo indirettamente. Per un lacaniano, ricordiamolo, un significante non è un segno convenzionale apposto su di una cosa. Un significante è una potenza performativa, vale a dire un segno che produce degli effetti sensibili sui corpi, che li costituisce, li trasforma e può anche ditruggerli. Un soggetto, ha scritto Lacan, è un significante per un altro significante. Un “significante”, infatti, non è mai da solo. Esso si concatena sempre ad altri significanti, producendo una sorta di “ritornello” che s’installa nella nostra testa e che scambiamo per il nostro “io” che pensa. Siamo fatti di parole, dice il poeta, e ha ragione: non cessiamo mai di rispondere all’appello dell’Altro e anche quando restiamo in silenzio siamo parlati da una parola che ci appartiene solo a metà.

Ebbene, da una polemica nata nel seno delle scuole lacaniane ci si aspetterebbe che il “significante” decisivo sia il Nome del Padre, “Lacan”. Non si discute forse di un’eredità? Non si sollevano obiezioni nei confronti di chi millanterebbe quel nome? Eppure non è “Lacan” il significante che catalizza il risentimento contro Recalcati. “Lacan” è solo occasione, funge da detonatore. I significanti dell’odio sono altri due nomi propri, tutti interni alla storia politica e culturale italiana. Sono “Renzi” e “Pasolini” (li scrivo tra virgolette perché di quei nomi mi interessa non la verità ma solo l’effetto di senso che producono nel discorso).
Nella esilarante (involontariamente) intervista concessa al Fatto quotidiano, Miller dice che Recalcati avrebbe venduto la psicanalisi al potere, cioè al fantomatico “Renzi” paragonato “ad Alessandra, la zarina di Russia, sposa di Nicola II che per far guarire suo figlio malato di emofilia si affidò a Rasputin”. Si noti il fantastico delirio cosmico-storico di Miller, degno del Presidente Schreber: Recalcati come Rasputin, Renzi come la zarina Alessandra… Inoltre Recalcati avrebbe stuprato per l’ennesima volta il martoriato corpo del santo intellettuale del nostro secolo, “Pasolini”, intitolandogli una scuola di partito (democratico). Il reato commesso sarebbe in questo caso quello di aver reso gramscianamente “organico” l’eretico per definizione. Per difendere l’onorabilità del santo e per vomitare fiele sulla zarina e sulla canaglia al suo servizio, si sono cominciate a raccogliere firme dalla Francia. L’usanza è consolidata.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/recalcati-renzi-e-ppp

L’affaire Miller versus Recalcati

di Francesco Bollorino, Sarantis Thanopulos, psychiatryonline.it, 6 giugno 2017

NDR: La recente sanguinosa polemica scatenata da Jaques Miller nei confronti di Massimo Recalcati non può lasciare indifferenti i lettori di Psychiatry on line Italia. Come Editor ho scelto la via di chiedere un parere ad uno dei nostri più prestigiosi collaboratori, il Dottor Sarantis Thanopulos Psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana e attento osservatore dei fenomeni del nostro tempo. Personalmente, manifestando il mio affetto e la mia vicinanza a Massimo Recalcati in questo momento difficile della sua vita personale, non posso esimermi dall’affermare che il rischio vero che si corre in affaires come questi è che a perderci sia la Psicoanalisi nel suo insieme in termini di credibilità e ciò credo debba dispiacere a molti dei lettori della nostra rivista.

BOLLORINO: Recentemente si è scatenata una feroce polemica all’interno del mondo Lacaniano con Jacques Miller che ha pubblicamente attaccato il suo ex allievo e analizzato Massimo Recalcati di fare uso della psicoanalisi per sostenere le tesi politiche del partito a cui è pubblicamente iscritto il PD. Che idee ti sei fatto dopo aver letto i documenti ampiamente pubblicati e diffusi in rete della questione?

THANOPULOS: Ho avuto l’impressione che nella lettera di Miller si mescolassero ragioni etico/politiche e fatti più inerenti al suo rapporto con Recalcati e anche a loro conflitti scientifici e istituzionali. Non entro tanto nel merito di questo secondo livello di comunicazione, non esplicitamente dichiarato, perché sono un osservatore esterno e non sono sufficientemente informato. Non saprei dire, ad esempio, come Recalcati abbia usato il discorso di Miller. Sicuramente le cose che scrive su Lacan sono interessanti e piuttosto chiare. Le ho lette con piacere. Lui e Di Ciaccia hanno contribuito molto a rendere comprensibile al vasto pubblico il discorso lacaniano. So anche quanto importante è stato in questa direzione il lavoro di Miller di cui entrambi hanno usufruito.  Per quanto riguarda l’aspetto etico/politico credo che sia legittimo che Miller possa considerare incongruo il sostegno a Renzi da parte di un’analista, se tale sostegno implica una torsione della teoria psicoanalitica a esigenze politiche contingenti. Se, in altre parole, l’analista piega il suo discorso, costitutivamente etico, a esigenze di partito, del momento. Il che è cosa diversa dalla sua adesione, scelta personale e libera, a un’organizzazione politica.
Il miglior modo per affrontare questa questione spinosa, e non facile da dirimere, è di limitare la propria critica nello spazio della discussione scientifica. In alcune circostanze ho espresso opinioni critiche nei confronti di Recalcati: sulla sua concezione del “complesso di Telemaco” e del “perdono” e anche sulle sue argomentazioni a favore al Sì, nell’ultimo referendum costituzionale. Erano critiche circostanziate, mirate a evidenziare limiti o incongruenze argomentative del suo discorso. Penso che i limiti presenti  nel lavoro di Recalcati, non derivino da un suo opportunismo politico, ma dal suo eccessivo coinvolgimento nella comunicazione mediatica, dotata di sue regole e di sue audience che al rigore del pensiero e della ricerca si interessano poco.

BOLLORINO: Miller nella sua presa di posizione pubblica contro Recalcati ha fatto riferimenti neanche tanto velati alla “psicopatologia” di Recalcati suo ex analizzato che ne pensi da analista di un comportamento di tal fatta?

THANOPULOS:  Un’analista deve rispettare la privacy del suo analizzando e men che mai usare la conoscenza che ha di lui per criticarlo. Può criticare le sue posizioni analitiche anche severamente, ma lo deve proteggere come persona.

BOLLORINO: Recalcati nella sua replica pubblica  dice in pratica che vi sono due Miller il primo che egli ha amato, quello della sua analisi personale, e il secondo quello che come Crono lo attacca. Che opinione ti sei fatto della cosa?

THANOPULOS: Ha detto, in sostanza, che Miller è scisso. Tuttavia, nel dirlo si è scisso anche lui. Mi sembra che nessuno dei due abbia fatto il lutto della loro rottura.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6814

Che ci azzecca Pier Paolo Pasolini con il PD? È polemica tra i lacaniani

Il PD apre una scuola di partito intitolata a Pier Paolo Pasolini. L’idea, venuta allo psicoanalista Massimo Recalcati, non piace ai suoi colleghi lacaniani, che lanciano un appello. A firmarlo, tra gli altri, Bernard-Henri Lévy e il curatore testamentario di Jacques Lacan: Jacques-Alain Miller

di Marco Dotti, vita.it, 6 giugno 2017

Pasolini val bene una messa? Non scherziamo. Devono pensarla così i firmatari dell’appello, lanciato dallo psicoanalista lacaniano Marco Focchi, contro – testuale – «la riduzione di Pier Paolo Pasolini a intellettuale organico» di partito. E quale partito. I tentativi di appropriazione politicamente indebita dell’autore (corsaro) degli Scritti corsari non sono cosa nuova. Da destra, dove persino l’ormai in tutt’altre faccende affaccendato Gianfranco Fini tentò di ascriverlo a sé nel patheon della fu Alleanza Nazionale, un po’ meno – per imbarazzi evidenti – questo è avvenuto da sinistra. Ci provò Craxi, poi venne (con qualche ragione biografica) Veltroni. Oggi, però, ci si è buttato anima e corpo il PD, che in molti faticano a collocare a sinistra e comunque di imbarazzi e conti aperti con la (propria) storia sembra averne oramai pochi. La storia parla di un PCI che il 26 ottobre del 1949 espulse Pasolini dalla sezione di Pordenone per immoralità. Il Partito Democratico, che del PCI è figlio, gli ha ora intitolato la scuola di formazione politica «di partito» inaugurata il 20 maggio a Milano. Tutto normale? Tutto tranquillo? Nulla è tranquillo, quando c’è di mezzo Pasolini. Figuriamoci se, nel mezzo, ci mettiamo anche Jacques Lacan, i rissosissimi lacaniani transalpini, e il più noto dei lacaniani di qua dalle Alpi, Massimo Recalcati. Proprio a Recalcati, riconosce l’Unità, «spetta indiscutibilmente la partenità dell’intuizione della scuola Pier Paolo Pasolini». È stato lui a inaugurarla il 20 maggio, anticipando l’intervento di Matteo Renzi.

“La federazione del PCI di Pordenone ha deliberato in data 26 ottobre l’espulsione dal partito del Dott. Pier Paolo Pasolini di Casarsa per indegnità morale.Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della generazione borghese” (L’annuncio dell’espulsione di PPP sull’Unità)

Sull’Unità del 20 aprile scorso, Recalcati raccontava: «L’idea è sorta nella mia testa grazie a due inciampi. Il primo contingente: quello della sconfitta referendaria. Il secondo più strutturale: la difficoltà del partito di parlare alle nuove generazioni. Sono due inciampi legati, in realtà, l’uno all’altro perché gran parte della sconfitta referendaria è stata provocata proprio dalla difficoltà di convincere il mondo dei giovani sulla bontà di quella riforma».

“Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso più autentico di questa parola”. Pasolini, lettera a Ferdinando Mautino (Casarsa 31 ottobre 1949) 

Sul perché intitolarla a Pasolini, Recalcati non ha dubbi: ​«Pasolini è stato uno tra gli intellettuali più generosi e anticonformisti del nostro paese. La sua forza non escludeva la contraddizione: era marxista, ma profondamente attratto dalla cultura cristiana; critico con l’apparato del Pci, ma capace di riconoscere al Pci il luogo di una resistenza culturale e antropologica ai miti del consumismo; era per la contestazione al sistema, ma nel ’68 si è schierato dalla parte dei servitori dello Stato contro il movimento studentesco; era un laico, difensore della causa omosessuale, ma avversario deciso dell’aborto; generoso sino al sacrificio di se stesso, ma anche un divo che non disdegnava il suo ruolo mediatico; era un nostalgico della tradizione e della cultura contadina, ma anche uno sperimentatore straordinario di nuovi linguaggi artistici. Io penso che i grandi maestri siano anzitutto uno stile. E Pasolini ha incarnato lo stile di un intellettuale impegnato, coinvolto nella vita della comunità, non ingombrato dai pesi dell’ideologia, con il cuore a sinistra, critico irriducibile dei falsi miti di uno sviluppo senza progresso. In Pasolini convergono inoltre le anime multiple del Pd: l’anima di derivazione socialista e comunista, quella del cristianesimo e del cattolicesimo sociale e quella ecologista». Questa visione di Pasolini non è piaciuta ai firmatari dell’appello redatto da Marco Focchi, presentato da Jacques-Alain Miller e approvato per acclamazione dai 450 partecipanti all’Assemblea generale della SLP, la Scuola lacaniana di Psicoanalisi che si è tenuta a Torino sabato 27 maggio, sette giorni dopo l’inaugurazione della Scuola del Partito Democratico.

 

 

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