Fachinelli, Melandri: “Don Milani e i ragazzi di Barbiana”

Con una nota di Lea Melandri

di Elvio Fachinelli, doppiozero.com, 26 giugno 2017

Don Milani e i ragazzi di Barbiana è il primo scritto di Elvio Fachinelli che mi è capitato di leggere. Non ci conoscevamo ancora, ma avevo già avuto modo di incontrare il movimento degli insegnanti e avviare tentativi di pratica non autoritaria nella scuola media dove ero entrata di ruolo nel ’68. L’anno successivo avrei fatto parte del gruppo da lui promosso che diede vita prima a un convegno e poi al libro L’erba voglio (Einaudi 1971). Avevo alle spalle un’origine contadina e la fortuna di un maestro alla scuola elementare, che aveva convinto la mia famiglia, nonostante la povertà, a farmi frequentare la scuola media e non l’avviamento. I tanti Gianni che avrebbero lasciato la scuola per il lavoro alla prima bocciatura, così come i Pierini destinati agli studi universitari, mi erano noti – compagni di banco nel percorso scolastico –, e sapevo che li avrei rivisti questa volta davanti a me, dall’alto di una cattedra. Non avevo la “smemoratezza” dell’insegnante a cui i ragazzi-scolari, i ragazzi-maestri e Don Milani scrivevano per ricordare quanti dei suoi allievi erano “passati trasversalmente senza lasciare traccia”, “persi senza che lei se ne accorgesse”. 

 Ma la “rovinosa dialettica”, la “tragica necessità del dualismo” – come la definiva Fachinelli –, da cui è attraversata la nostra cultura greco romana cristiana, teneva ancora così separati vissuto privato e sfera pubblica da rendere invisibili i nessi che ci sono sempre stati tra la selezione scolastica e la condizioni sociali economiche di provenienza degli alunni. Dell’“attualità inattuale” di Don Milani, della sua concezione di “buona scuola”, ispirata a principi di uguaglianza e solidarietà, schierata dalla parte dei poveri e degli esclusi, nella ricorrenza dei cinquant’anni dalla sua morte, si discute molto: chi per addebitargli la paternità del progressivo decadimento della scuola – perdita di autorità dell’insegnate, svogliatezza dei ragazzi, crescente difficoltà nel corretto uso della lingua italiana, ecc. –, chi per celebrarlo come antesignano di un “passaggio epocale”, come la dissidenza giovanile del ’68, il movimento che cercò di sovvertire il privilegio elitario e il classismo della scuola.

Fachinelli riuscì a dare del libro, già al suo apparire, un’interpretazione originale, destinata a “sorprendere” più che a commentare, come avrebbe fatto ogni lettore acculturato, col “senso di colpa e il rimpianto” verso i Gianni che non avevano avuto il suo privilegio. C’era “qualcosa di più”, che inaspettatamente da uno sperduto paese del Mugello andava a ricongiungersi con l’ondata rivoluzionaria che stava montando dai più lontani punti dell’orizzonte: la Cina di Mao, Berkley, San Francisco, Chicago, Canton. Era l’“utopia” di una scuola che non boccia, e dove maestro e allievo potevano considerarsi reciprocamente “debitori” e “creditori”, imparare, divertirsi e modificarsi insieme. Ma era anche l’emergere della coscienza del “rimosso” che ha permesso per secoli alla storia di muoversi su traiettorie separate – l’individuo e la collettività, la natura e la cultura –, di non vedere il legame tra il privilegio dei pochi e lo scacco dei tanti, la “potente-impotente segregazione” di uomini di cultura che diventano “ciechi” nel punto in cui i Gianni diventano “muti”.

Riconoscere che la selezione, su cui la scuola cala una sorta di “schermo morale” – per cui “Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione” –, interroga tutti per il modo in cui siamo stati formati, ci costringe a mettere in discussione la nostra identità personale. Soprattutto, apre le porte al ripensamento di tutte le esperienze dell’umano, le più universali, che la storia finora ha confinato nel vissuto “particolare” di ognuno. Che la linea di demarcazione tra privato e pubblico si stesse modificando e che i movimenti nati alla fine degli anni Sessanta ne fossero il sintomo più evidente, l’inizio di un ripensamento della politica sulla base di tutto ciò che ha “incluso escludendo”, trova la sua lucida anticipazione nel passaggio centrale dell’articolo di Fachinelli: “Quello che ci dice il libro lo sappiamo già; o lo sapevamo; è già tutto inquadrato e sistemato. Ma lo dimentichiamo continuamente (…) La mia rimozione individuale del sociale è parallela alla rimozione sociale degli individui (…) questo rimosso permane, sta sempre sveglio, mi deforma dal di dentro anche se lo ignoro.” Lea Melandri

I.

Un testo cinese. L’autore del libro di cui parlo è collettivo, Scuola di Barbiana, il titolo Lettera a una professoressa. L’appellativo: cinese, è più provocatorio, e meno indeterminato, di quel che può parere a prima vista. Se il libro non mi fosse capitato tra le mani per caso, e non temessi la mia disinformazione, oserei persino scrivere: il primo testo cinese del nostro paese. Penso che i motivi della denominazione – diversi ma non in contrasto fra loro, e tutti presenti, qui e ora – si andranno chiarendo man mano. In forma di brevi capitoletti, accompagnati e spesso commentati da sottotitoli, senza grande ordine apparente, e con molte note esplicative, il libro è opera dei ragazzi-scolari, dei ragazzi-maestri e del loro maestro comune, don Lorenzo Milani, della scuola di un paese toscano, Barbiana di Vicchio nel Mugello. Notare le numerose stranezze del fatto. Il punto di vista da cui partono, da cui esaminano il mondo, è altrettanto strano: il ragazzo contadino, e anche operaio, bocciato a scuola. «Entriamo il primo ottobre in una prima elementare. I ragazzi sono 32. A vederli sembrano eguali. In realtà c’è già dentro 5 ripetenti. […] «Prima di cominciare mancano già 3 ragazzi. La maestra non li conosce, ma sono già stati a scuola. Hanno assaggiato la prima bocciatura e non sono più tornati. […]». «A giugno la maestra boccia 6 ragazzi. Disobbedisce alla legge del 24 dicembre 1957 che la invita a portarseli dietro per i due anni del primo ciclo.»

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/don-milani-e-i-ragazzi-di-barbiana

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