Thanopulos, Bollorino, Montanari, Romano, De Plato, Berardi, Recalcati sull’odio per Renzi

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 29 luglio 2017

Nella crisi generale della cultura avanza un pensiero ad effetto che scambia le impressioni di superficie con il senso profondo dell’esperienza e lavora nel senso della conservazione dell’esistente. Così un giorno si viene a sapere che il problema  del PD, in difficoltà secondo i sondaggi, è l’odio che la sinistra nutre  nei confronti di Matteo Renzi. Questa idea, che non è un pensiero politico, né una tesi “scientifica”, anima le discussioni tra amici. Poiché lascia il tempo che trova, ha fatto venire la tentazione di una sua presentazione più “dotta”. Si scopre allora che nel DNA della sinistra alberga un odio nei confronti dei militanti eterogenei ai suoi dogmi. Questo odio scatterebbe secondo il meccanismo della salivazione condizionata del cane di Pavlov. L’analisi,  pubblicata su un importante quotidiano nazionale, non è adeguata: i concetti  sui quali è fondata potrebbero con ugual successo spiegare l’odio delle nuore per le suocere.Tuttavia, l’argomento merita la nostra attenzione perché il tema dell’odio in politica è molto  importante per lasciarlo alle improvvisazioni linguistiche.
È avventato usare a cuor leggero la parola “odio”, carica di tensione e passibile di grande fraintendimento, per assegnare un difetto “congenito” a qualcuno. Il suo uso come argomento politico stimola un’emotività impulsiva che danneggia lo spazio del nostro comune sentire, pensare e vivere. Con il termine “odio” designiamo due cose tra loro molto diverse. La prima è un sentimento che fa parte della passione d’amore ed e un esporsi non distruttivo al riconoscimento doloroso di ciò che sfugge al nostro possesso a causa della sua differenza e libertà.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6891

Militanza politica e psicoanalisi

di Francesco Bollorino, psychiatryonline.it, 24 luglio 2017

Non sembra placarsi specialmente in rete, dal momento in cui non credo che la cosa sia seguita, con apprensione, sotto gli ombrelloni di Ostia Lido, la polemica sull’Endorsment (Appoggio in italiano, lingua ormai desueta sembra…) forte di Massimo Recalcati in favore di Matteo Renzi e della sua linea politica, in un crescendo rossiniano che partito dalla Leopolda, passando per la creazione a Milano della Scuola Politica del PD intitolata a Pier Paolo Pasolini fino ad arrivare al recente contributo di Recalcati sulle pagine di Repubblica dove “accusa” la sinistra fuoriuscita dal PD di incapacità di elaborazione depressiva del lutto e regressione ad una posizione schizoparanoide di attacco al “nemico” Renzi, soprattutto per rafforzare profondamente la propria posizione di opposizione e se vogliamo “di guerra” come accade nel mito di Ifigenia in Aulide richiamato da Franco Fornari nel suo antico e bellissimo saggio “Psicoanalisi della Guerra” del 1970 che meriterebbe una ristampa essendo introvabile purtroppo. Ritengo giunto il momento di provare, con spirito laico, com’è nella tradizione della rivista, a fare un po’ di chiarezza e a proporre quello che è il nostro punto di vista sulla querelle. Non è da oggi che Recalcati esprime opinioni politiche e le declina utilizzando gli strumenti del suo sapere lacaniano ne sono testimonianza anche diversi video che abbiamo pubblicato, in anni non sospetti, sul canale tematico della Rivista a cui rimando. Eppure è solo da quando ha iniziato molto apertamente ad appoggiare Matteo Renzi e non a fustigare Berlusconi come ha fatto in passato, che le polemiche e le critiche sul suo operare si sono moltiplicate. Non mi pare che Massimo Recalcati sia l’unico psicoanalista schierato politicamente né che sia l’unico a usare i suoi strumenti per analizzare la situazione politica e ha in questo compagni, a dir poco illustrissimi, a cominciare da Freud, passando per Reich per arrivare a Fromm. Credo valga la pena porsi delle domande e provare a dare delle risposte il più possibile obiettive.

Può uno psicoanalista schierarsi pubblicamente a favore di una forza politica?
La mia risposta è SI’ nella misura in cui è anche un cittadino e ha come tutti tale diritto. Ciò che poi potrà significare per il suo lavoro e nel rapporto con i suoi pazienti (che, per altro, da tempo vanno da lui sapendolo personaggio pubblico a livello nazionale) sarà la sua competenza a valutarlo all’interno del setting e, come dovrebbe sempre accadere, tutto potrà e dovrà essere riportato alla dimensione analitica.

Può uno psicoanalista usare le categorie del suo sapere per argomentare le sue tesi politiche o persino per controbattere le tesi di chi non la pensa politicamente come lui? 
La mia risposta è SI’ poiché, non essendo un tuttologo, l’uso di argomentazioni, ovviamente appropriate, desunte dal suo sapere può rappresentare un contributo qualificato ancorché soggettivo e ovviamente “di parte”, come sono “di parte” coloro i quali lo contestano sia chiaro. Non credo che esprimere opinioni ex cathedra sul PIL da parte di uno psicoanalista sia di un grande aiuto alla risoluzione delle tensioni economiche in ambito UE.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6884

di Maurizio Montanari, temi.repubblica.it, 22 luglio 2017

Loro, là fuori, lo odiano’. Ecco il sunto dell’articolo di Massimo Recalcati su Repubblica, il quale, ancora una volta, cerca appassionatamente di spiegarci come esista un cupo mondo popolato da individui colmi di odio che, affetto da turbe addirittura paranoiche, ce l’avrebbe irragionevolmente a morte con l’ex premier. Già il suddetto si era pronunciato con epiteti clinicamente orientati alla Leopolda, laddove i contrari al valoroso Telemaco erano additati come ‘mummie intrise di godimento masochista’, o appartenenti a fazioni politiche strutturate su natura incestuosa. Non è bastata la legnata della notte del 4 dicembre, nemmeno gli ultimi tonfi amministrativi nei quali il Pd a trazione renziana ha perso città, voti e iscritti a instillare il dubbio che il romanzo epico del rottamatore solo e accerchiato fosse una narrazione giunta al termine. No: ci risiamo.

La storiella dei malevoli che premono alla porta degli eletti virtuosi intenti a prodigarsi per il bene di una comunità di irriconoscenti è a ben vedere uno degli elementi portanti dello storytelling renzista: ‘Là fuori c’è solo l’odio’ è infatti il mantra ricorrente che ha fatto da sottotitolo alle due convention renziane, la Leopolda e il Lingotto. ‘Loro ci odiano, noi siamo l’amore’. ‘Noi siamo il bene e loro il male’. Echi di berlusconiana memoria, frutto di una clinica artatamente utilizzata all’uso del principe, proiezione sull’altro dell’incapacità di risolvere le proprie magagne e i propri fallimenti che anche un neolaureato può scorgere avendo dato una breve scorsa a qualsiasi trattato di psicopatologia tascabile. Ammantarsi dell’abito del portatore di luce candido e colmo di amore, intento a condurre la solitaria battaglia contro le forze del male, è storia tipica dei concentrati di potere che fanno a meno del contraddittorio. Il renzismo incarna un piccolo mondo ben protetto, costruito sulla personalità del leader: nessuna voce dissenziente, nessuna parola contraria. Applausi da plebiscito, ovazioni. ‘Forza, bellezza, mamma e futuro’ le vuote parole d’ordine prive di qualsiasi contenuto politico. Un universo narcisistico elevato a sistema, spacciato per assemblea dibattimentale. I ‘nemici’ della voce unica sono stati epurati, banditi, messi alla porta con le accuse proiettive di essere portatori di odio, untori del malanimo. ‘Scissionisti’, come ho avuto modo di scrivere in questo sito. Già, ma quelli fuori? L’Italia non si esaurisce in quel milione di elettori che hanno rimesso Reanzi alla guida del Pd. C’è altro. C’è un mondo che parla un altro linguaggio. E in altro modo utilizza termini quali psicoanalisi, sinistra, Pasolini. Termini che poco c’entrano col renzismo.

Partiamo dal primo. L’accusa mossa da più parti a Recalcati non è di aver preso parte alle assise del Pd in quanto partito politico, quanto l’avere offerto e piegato il linguaggio analitico alla causa del renzismo. E’ quella di aver corroborato con termini indebitamente attinti dal linguaggio analitico la modalità censoria e discriminate che il renzismo è uso operare nei confronti di qualsiasi cosa possa portare dissenso. Come uomini possiamo andare ovunque. Entrare in qualsiasi consesso liberamente. Come analisti sappiamo tuttavia che esistono stanze che ci impongo di lasciare il soprabito fuori dalla porta. La questione dell’opacità dell’analista, vale a dire la capacità di non lasciare trasparire che poco o nulla dei propri vissuti interiori, è un articolo cardine della costituzione analitica. L’analista, affinché il dispositivo funzioni e non si tramuti in qualcosa d’altro, deve saper mantenere questa posizione il più possibile decolorata, quel posto che Lacan definisce dello ‘scarto’. In seduta, certo. Ma non solo. Viceversa, il mostrare pubblicamente le proprie pulsioni, passioni, idee, vestendole del lessico clinico, può sfociare in qualcosa che assomiglia a un ‘giudizio diagnostico’ extra moenia. Patologizzare il dissenso, rivolgendosi così a chi avversa Renzi (la maggioranza degli italiani) è qualcosa che può turbare, scuotere, colpire, pasticciare il lavoro in corso di tanti che si sono sentiti chiamati in causa, trovandosi al contempo sul lettino come pazienti avversi all’ex premier e davanti alla televisione mentre la Leopolda andava in scena. Grave sarebbe la reazione dei miei pazienti, del Pd, di sinistra, o di destra, se mi vedessero non già schierato, quanto ‘arruolato’ imbracciando la doppietta del dsm in uno dei palchi politici ai quali ho partecipato, apostrofando parte di loro come un ‘corpo unico’ posseduto da intenti ‘incestuosi’, definendoli in base a questa o quella affezione dalla quale sarebbero interessati.

Segue qui

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-psicoanalisi-piegata-al-renzismo-una-replica-a-recalcati/

 

 

Cambiare l’Italia o cambiare carattere?

Eppure le persone riescono a distinguere le discussioni sul carattere dalle conseguenze delle scelte politiche sulla realtà della propria vita quotidiana

di Andrea Romano, unita.tv, 21 luglio 2017

A leggere le cronache di questi giorni, che risentono forse dell’avvicinarsi della pausa estiva, sembra di essere passati dallo scandalo della personalizzazione della politica alla naturale e indiscutibile centralità del carattere personale nella politica nazionale. Un esempio? Gli stessi che per mesi hanno accusato Matteo Renzi di aver personalizzato la sfida referendaria, oggi leggono le scelte del Partito democratico solo ed esclusivamente attraverso la lente del carattere di Renzi: discutendo dell’impatto di questa o quella sua particolarità emotiva sulla cultura politica del Pd, sui rapporti con il governo Gentiloni, sul profilo della sinistra italiana, etc. Con la conseguenza di ritrovarci immersi in un dibattito vagamente surreale, dove le emozioni (immaginarie) di un singolo prendono il posto delle idee, delle convinzioni, delle scelte e del consenso di milioni di italiani. La discussione sul ruolo della personalità nella storia è vecchia quanto il mondo, o almeno quanto le prime forme di storiografia.

Ma qui non si parla delle versioni arcaiche di indagine storica, quanto piuttosto di una esplicita confusione tra scelte politiche e caratteristiche personali che nasconde una rappresentazione caricaturale della democrazia italiana. Una schiera di aspiranti psicologi prova a trasformare quanto è confronto di idee e rappresentazioni della nazione e libera espressione del consenso collettivo nel risultato di capricci personali, idiosincrasie e piccole ripicche individuali. E non è un caso che sia stato proprio uno psicoanalista di professione, Massimo Recalcati qualche giorno fa su Repubblica, a riportare questo esercizio di psicologia balneare sotto la categoria propriamente politica del rifiuto di fare i conti con il nuovo profilo del Partito democratico. Se l’obiettivo di cambiare l’Italia viene derubricato ad un problema caratteriale c’è davvero qualcosa che non funziona nel modo di raccontare la politica tutta, e non solo la vicenda del Pd. Qualcosa che ha a che fare da una parte con la prolungata esposizione della nostra democrazia ad una parodia di sé stessa (quella secondo la quale gli italiani sceglierebbero un partito solo in base alla sua maggiore o minore efficacia spettacolare) e dall’altra con il rifiuto di riconoscere centralità agli interessi collettivi, alle idee e soprattutto alle cose fatte o non fatte. Com’è noto, il miglior modo di contrastare un qualunque progetto è ridicolizzarlo. Se poi quel progetto è di natura politica e collettiva, viene ancora meglio il ridicolizzarlo proiettandolo sullo schermo come una bizza personale. Eppure le persone in carne e ossa riescono a distinguere le discussioni sul carattere dalle conseguenze delle scelte politiche sulla realtà della propria vita quotidiana. E quando si tratta di scegliere da chi essere rappresentati, lo fanno in base ai risultati concreti e alle proposte per il futuro. Per questo, con una certa ostinazione rispetto agli esercizi di psicologia balneare, continueremo a concentrarci sull’obiettivo di cambiare l’Italia piuttosto che su quello di cambiare carattere.

http://www.unita.tv/opinioni/cambiare-litalia-o-cambiare-carattere/

Renzi, Recalcati e l’odiosa sinistra

di Giovanni De Plato, il manifesto, 19 luglio 2017

Lo psicoanalista Massimo Recalcati (la Repubblica, 17 luglio), si occupa delle ragioni che fanno covare un “odio” smisurato per il segretario Pd e dei perché della mancata elaborazione del “lutto” che porta la sinistra ad essere rancorosa. Si direbbe una difesa di parte, troppo appassionata per essere oggettiva e poco credibile per le categorie analitiche utilizzate. Si sa che Matteo Renzi, come segretario del Pd, e Recalcati, come ideatore della Scuola quadri del partito, si sono scelti per vincere. Il segretario, sempre più solo al comando, aspira ad essere eletto Capo del governo nazionale. Lo psicoanalista, sempre più criticato dai suoi stessi colleghi, mira a divenire il Grande guru della psico-politica italiana. Messa così c’è poco da sperare per le sorti del Paese. Renzi e Recalcati come due maschere della scena politica e psicoanalitica italiana. Vedono bruciare l’Italia e incuranti si lodano fino all’incanto. Forse, non percepiscono che con il loro fare e dire stanno accelerando la precipitazione nel baratro. Quello aperto dal rifiuto degli italiani della politica renziana e dall’assenteismo elettorale dei cittadini.

Questi fattori critici sono in continua crescita e già in maggioranza nel Paese. Si potrebbe dire che lo stato comatoso di Renzi non trova nei rimedi del suo psicoanalista una possibilità di rianimazione, con molte probabilità ci penserà Berlusconi. Il povero Pd si trova sbattuto da ogni lato, ormai esangue si vede incitato dal suo segretario ad andare Avanti, titolo del libro di Renzi. Un documento pieno dei segni e sintomi dell’autore, pagine intrise dei propri fantasmi senza mai trovare una parola significante per la sinistra e i democratici che non vogliono rassegnarsi a consegnare il Paese alla destra.

Come, d’altra parte, lo stesso Recalcati non trova una categoria freudiana o lacaniana credibile che lo possa aiutare ad analizzare la tragicommedia del renzismo e più in generale del Pd e del radicalismo scissionista. Parla di odio e di lutto per descrivere lo stato d’irresponsabilità e di lacerazione in cui si sono ricacciati dirigenti storici e nuovi della sinistra. Parla del Male e del Bene come concetti per risolvere il conflitto del Novecento che attanaglia ancora il socialismo italiano.

Segue qui:

http://www.eddyburg.it/2017/07/renzi-recalcati-e-lodiosa-sinistra.html

L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati

di Franco Bifo Berardi, alfabeta2.it, 18 luglio 2017

Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore. Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).

Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto. Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi? Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair. 

Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.

Segue qui:

https://www.alfabeta2.it/2017/07/18/lodio-matteo-renzi-risposta-massimo-recalcati/

L’odio per Renzi e il lutto della sinistra

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 17 luglio 2017

Qual è il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso? È un odio pre-politico o politico quello che lo ha così duramente investito? È l’indice di un tramonto irreversibile della sua leadership? È fondato sulla valutazione obbiettiva dei contenuti della sua azione di governo e di segretario del Pd oppure risponde a logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali? Prendiamo in considerazione in particolare l’odio della sinistra che è il vero nodo della questione. Una prima considerazione generale: fa parte del suo Dna e della sua storia, anche di quella più recente, scatenare l’odio nei confronti di coloro che, dichiarandosi militanti di sinistra, osano introdurre dei cambiamenti che rischiano di minare alla base la sua identità ideologica. L’accusa di essere un rinnegato o un traditore in questi casi scatta come la salivazione condizionata nel cane di Pavlov. La storia ci offre una miriade di esempi, antichi e più recenti. La dichiarazione di voto favorevole al Referendum del 4 dicembre è assimilabile, per chi sente di appartenere al mondo della sinistra, a un vero e proprio outing con tutti i fatali effetti di discriminazione che esso comporta. Un intellettuale lucido verso il quale provo solo stima come Tomaso Montanari esigeva eloquentemente che Pisapia facesse autocritica per aver votato Sì al fine di risultare credibile nel suo sforzo di rifondazione di un nuovo campo della sinistra.

Ma possibile che ogni atto, ogni pensiero, ogni gesto politico di Renzi sia sbagliato? Che ogni sua opzione sia divenuta contraria al bene del Paese e a quella del suo stesso partito? Non è un po’ sospetto? Matteo Renzi viene identificato non come la cura, ma come la malattia della sinistra. Una infezione, un batterio, una anomalia genetica di fronte alla quale anche i dispositivi democratici che regolano la vita del Pd e che, di fatto, ratificano ogni volta la sua leadership sembrano inadeguati

Segue qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/07/17/lodio-per-renzi-e-il-lutto-della-sinistra23.html?ref=search

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One thought on “Thanopulos, Bollorino, Montanari, Romano, De Plato, Berardi, Recalcati sull’odio per Renzi

  1. Lupo Silano ha detto:

    Sembra , a leggere le risposte contro M.Recalcati, che il responsabile del Diluvio Universale sia stato Renzi. A Bifo ricordo solo che l’età pensionabile l’ha alzata Monti col voto del mitico Bersani e di tutto il pd di allora. Renzi ha preso un paese , caduto nel baratro, e ha cercato con risultati che sono alla vista di tutti di riportarla fuori dal baratro.Le centinaia di migliaia di precari le ha create la politica precedente con l’avallo dei sindacati, mentre renzi ha immesso in ruolo oltre centomila precari e non parliamo delle leggi sui diritti civili. Buona digestione.

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