Amore tragico, amore comico

di Giovanni Bottiroli, doppiozero.com, 12 dicembre 2017

Gli aforismi sono enunciati a forte densità, che “danno da pensare”. Somigliano a quei fiori giapponesi, che Proust evoca all’inizio della Recherche, e che, quando vengono gettati nell’acqua, si espandono. L’acqua degli aforismi è l’interpretazione. Un aforisma di Kierkegaard dice: “Se due persone che si amano non si capiscono, è tragico. Se due persone che non si capiscono si amano, è comico”. Questo enunciato non potrebbe forse generare una teoria, e in ogni caso inaugurare una lunga riflessione? Jacques Lacan ha detto più di una volta che l’amore è un sentimento comico. Quest’affermazione va intesa come un’attribuzione delle storie d’amore alla sfera della commedia, cioè a intrecci che si sviluppano sul filo dell’equivoco, e in cui l’attrazione – anche reciproca – si manifesta in forma capovolta, come reciproca antipatia. Il lieto fine rimane visibile sullo sfondo, e si impone solo nel momento in cui il legame tra i protagonisti rischia di venire definitivamente spezzato. Esemplare è la vicenda narrata in un film di Lubitsch, Scrivimi fermo posta(1940), di cui esiste un remake (meno valido) con Tom Hanks e Meg Ryan (C’è posta per te). In Lubitsch la trama è questa: Alfred e Klara lavorano nel medesimo negozio a Budapest, e tra di loro vi è una corrispondenza unicamente epistolare. I due si scrivono, ignorando l’uno l’identità dell’altra, e nel rapporto epistolare si innamorano; nella realtà quotidiana invece si detestano profondamente, litigano continuamente, si insultano. Scopriranno – e questa evidentemente è la comicità della storia – che la persona più odiata e quella più amata sono la stessa persona.

  Non accade forse così in ogni commedia con un plot sentimentale? Prima di confessarsi innamorati l’uno dell’altra, i due protagonisti attraversano una fase in cui si respingono, arrivano a odiarsi e a proclamare la reciproca incompatibilità. Lo spettatore attende con divertita curiosità il momento in cui verranno deposte le armi. Un altro esempio: in Harry, ti presento Sally (1989), è evidente sin dall’inizio che tra i due nascerà un rapporto autentico: eppure i protagonisti si ostinano a differirlo, lo ritengono impossibile persino dopo aver fatto l’amore. Perché questa ostinata resistenza? Qual è esattamente l’ostacolo che soltanto nelle commedie viene, almeno in apparenza, superato? A queste domande dobbiamo aggiungerne un’altra: perché in Occidente le grandi storie d’amore – quelle che ci vengono subito in mente se parliamo dell’amore-passione – sono tragiche? Sembra che queste storie, da Tristano e Isotta a Romeo e Giulietta, ecc., smentiscano la tesi di Lacan. E forse smentiscono (lo vedremo tra poco) anche la sua tesi sul rapporto tra amore e sessualità.

Nel campo enigmatico in cui ci stiamo muovendo, sorge un altro interrogativo: i rapporti sociali sono molto cambiati (oggi non ci sono più, almeno in Occidente, genitori che decidono sul matrimonio dei figli, e la possibilità di divorziare è garantita dalla legge); eppure queste storie non hanno perso nulla del loro fascino. Perché? In un saggio ormai classico, L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont (1938), si sostiene che il vero ostacolo, nel mito di Tristano e Isotta, non consiste nel legame coniugale che vincola Isotta a re Marco, bensì nel desiderio stesso. I due amanti sono innamorati della passione, o meglio del nucleo distruttivo che essa contiene e custodisce. L’impossibilità è la fiamma che alimenta il desiderio, in ciò che esso ha di più bruciante. Ecco perché, quando hanno la possibilità di vivere definitivamente insieme, i due si separano: Tristano restituisce Isotta al re. In un celebre episodio, Marco sorprende gli amanti nella foresta, addormentati, i corpi strettamente vicini, e tuttavia separati dalla spada che Tristano ha piantato nel mezzo. L’unica spiegazione plausibile è di carattere simbolico: c’è qualcosa che continua a dividere gli innamorati anche nella più grande intimità.

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