Campagner: “Quel piatto di semolino che ha salvato Wanda Póltawska”

Wanda Póltawska, conosciuta come l’amica più cara di Karol Wojtyla, fu liberata da lager di Ravensbrück dai militari dell’Armata rossa. Le sue memorie rilette 

di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 26 gennaio 2018

Wanda Póltawska è conosciuta come l’amica più cara di Karol Wojtyla. La sola donna ad avere libero accesso agli appartamenti pontifici di cui — caso unico — possedeva le chiavi dell’ascensore privato. Col giovane sacerdote Wojtyla si erano conosciuti finita la guerra, dopo l’esperienza del seminario clandestino di lui e della reclusione nel campo di concentramento a Ravensbrück di lei. Un legame tenace e proficuo che fu interrotto solo dalla morte dell’uomo “venuto da lontano”, eletto Papa nel frattempo: un amore durato 55 anni di cui Wanda ha dato testimonianza nel libro Diario di un’amicizia (2010) che raccoglie alcune parti del suo diario spirituale.

Di Ravensbrück Wanda non parlava mai, vuoi per non risvegliarne i fantasmi, vuoi perché — esperienza comune a molti sopravvissuti — nessuna parola sembrava adatta per raccontare quell’orrore indicibile a cui nessuno, che non ne fosse stato testimone, avrebbe potuto credere. Ma Wanda con le parole ci sapeva fare e quando da incredula sopravvissuta mise mano alla penna per avere sollievo dagli incubi ricorrenti ne uscì il libro E ho paura dei miei sogni. Una donna nel lager di Ravensbrück (San Paolo 2010). Un lavoro che unisce l’inestimabile valore della testimonianza storica con la pregevolezza di un’opera letteraria. Un libro che certo non sfigura a fianco di capolavori come Se questo è un uomo di Primo Levi e Una giornata di Ivan Denisovicdi Aleksandr Solzenicyn.

Arrivata innumerevoli volte a un soffio dalla morte e sottoposta con le altre amiche polacche a crudelissimi esperimenti medici, Wanda aveva maturato la vocazione di diventare medico proprio nel famigerato campo di Ravensbrück. Era un giorno di maggio del 1945 quando i soldati russi entrati nell’infermeria del campo la scambiarono per un cadavere. “Un giorno venne un uomo, tagliò con delle grosse cesoie i fili di ferro che circondavano quel piccolo campo e gridò: ‘Ragazze siete libere!’. Ma un altro gli disse: ‘cosa strilli, stupido! È l’obitorio!’. Io invece ero viva e pensavo. Mentre stavo distesa al fianco del cadavere freddo della piccola zingara decisi di studiare medicina. Può sembrare paradossale: nel momento in cui morivo di fame e la morte era questione di giorni, o forse di ore, io programmavo la mia vita”.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2018/1/26/GIORNATA-DELLA-MEMORIA-Quel-piatto-di-semolino-che-ha-salvato-Wanda-P-ltawska/803543/

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