Montanari: Mescolare la pentola dell’odio: da Breivik a Traini

Luca Traini, l’attentatore di Macerata, è un figlio del nostro tempo e incarna un sentire comune che avanza da tempo in Europa: l’odio per il diverso. Quanta e quale la responsabilità di media e società nel preparare il terreno per il suo passaggio all’atto?

di Maurizio Montanari, vita.it, 7 febbraio 2018

Personaggi come Luca Traini, malmostosi e violenti odiatori del diverso animati da pulsioni xenofobe , ce ne sono ovunque. Si tratta nella maggior parte dei casianonimi cittadini, lividi detentori di verità assolute che esercitano la loro avversione nei confronti dello straniero attraverso l’adesione a gruppi di stampo razzista o adottando comportamenti improntati alla discriminazione nei piccoli gesti della quotidianità.

Ovviamente la quasi totalità di essi non porta alle estreme conseguenze i desiderata di morte ed eliminazione fisica, perché intimoriti dalla legge. Altri invece, più incuranti delle conseguenze legali di azioni di questo tipo, trattengono i loro istinti beluini perché mancanti di un elemento identificativo, un insegna sociale entro la quale poter sdoganare i liquami che scorrono nei meandri del loro animo. Pochi, infine, oltrepassano quel confine che divide la parola violenta dal passaggio all’atto, quando si creano determinate condizioni socio – politiche, ponendosi come ‘martiri’ o sodali di una causa al servizio della quale desiderano immolarsi.

Luca Trani è solo l’ultimo di una serie di casi di violenza a stampo razzista.

La modalità di azione vista nella tentata strage di Macerata ricorda da vicino le gesta di Gianluca Casseri che, nel 2011, a Firenze uccise brutalmente due uomini nativi del Senegal, per poi togliersi la vita braccato dalle forze dell’Ordine. Un amico delle vittime gridava alle telecamere della tv locale: “Non era matto! Se no, avrebbe sparato anche ai bianchi”, mostrando un occhi clinico non indifferenteIn entrambi gli episodi l’obiettivo dei due esecutori erano i ‘neri’, oggetto di odio da eliminare, il Migrante nella sua interezza, colpito uccidendo alcuni dei componenti della comunità incontrati per strada. Un Altro da annientare falcidiando simbolicamente alcuni dei suoi appartenenti. Non si tratta di ‘raptus omicida’ categoria clinica priva di consistenza, quanto di un intreccio tra la torsione paranoica dell’animo umano che si coniuga con l’obbedienza ad un “ordine di appartenenza” gruppale al quale i killer si sentivano indissolubilmente legati.

Segue qui:

http://www.vita.it/it/article/2018/02/07/mescolare-la-pentola-dellodio-da-breivik-a-traini/145881/

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