Becker a Heidegger, distrutti gli assunti della coscienza

Lettere inedite. A metà degli anni Venti, molto precocemente interessato alla psicoanalisi, Oskar Becker non solo riconosce il genio di Freud, ma indica a Heidegger la necessità di applicare le dinamiche psichiche alla «psicogenesi» di ogni filosofare

di Oskar Beker e Romano Madera, ilmanifesto.it, 4 agosto 2019

Oskar Becker a Martin Heidegger,1923. Al momento sono immerso negli scritti freudiani. Ne sono ancora profondamente colpito. È stupefacente vedere come ogni volta Freud riesca a dire cose nuove per mezzo di concetti apparentemente già molto sfruttati, che provengono dal milieu medico-scientifico degli anni Novanta del secolo scorso o, perlomeno, come riesca a elevare al rango della conoscenza scientifica certi aperçus psicologici tipo quelli che si trovano in Schopenhauer e Nietzsche o anche in altri «psicognostici» più antichi. Lo sfondo filosofico, il sistema delle sue «anticipazioni concettuali» dipende fortemente da Schopenhauer, benché Freud non sembri esserne consapevole (…) nel bene e nel male. Nel «bene» l’emergere del momento emozionale, della tendenza e del motivo, il pensiero di una dinamica psichica (qui non scevro di pensieri fuorvianti sul modello di quelli delle scienze della natura, soprattutto, quello della libido come «energia psichica», concepita in modo del tutto simile a quello della fisica) – l’idea che la conoscenza non è il motivo primario della vita, e così via. «Nel male» negli ultimi scritti di Freud (in particolare in Al di là del principio di piacere) il ruolo giocato da concezioni biologico-fisiologiche. Anche Freud non è del tutto sfuggito alla tentazione tipica della vecchiaia di costruire alla fine un sistema. Qui c’è qualche analogia con la concezione schopenhaueriana della conoscenza come funzione del cervello, con la sua teoria del «genio della specie». Ma oltre a questo, Schopenhauer (e ancora più direttamente Nietzsche) è , in molti temi particolari, un precursore della psicoanalisi: nelle sue osservazioni sul sogno, sulla follia, sull’associazione di idee («l’intuizione»), la teoria del ridicolo, la metafisica dell’amore sessuale. Ma c’è anche una certa parentela con la psicologia descrittiva e delle distinzioni di Dilthey (…)A me interessano, oltre al problema al quale ho accennato, due ulteriori questioni da porre alla psicoanalisi: le premesse delle scienze della natura sono per Freud il fondamento che sostiene il suo pensiero e nel quale, per così dire, egli finisce per trovare la soluzione di tutto. Infatti, la sua teoria delle pulsioni si dimostra, sottoposto a critica, dogmaticamente vincolata alla determinazione di processi e scopi molto specifici delle pulsioni stesse (tra l’altro proprio come accade in Schopenhauer e in Nietzsche, fatte salve le differenze che caratterizzano la fisiologia e la biologia delle diverse epoche nelle quali hanno vissuto).Se dunque le cose stanno così, se alla teoria freudiana (la psicoanalisi non è una teoria in senso proprio, piuttosto una tecnica medica, un fenomeno fattuale sui generis) viene meno il terreno su cui poggia – cosa ne prende dunque il posto? (..) Siamo a un passo dal cercare un surrogato nella relazione con il mito, via già intrapresa da Jung. Al posto di un dogma se ne mette un altro, ancora più difficilmente comprensibile, e in questo modo si sacrifica molto della psicoanalisi. Se essa mostra come la vita psichica cosciente è «determinata» (o forse meglio «motivata») dall’inconscio, non si potrebbe dire lo stesso per la genesi fattuale di una filosofia? Non ci possiamo più permettere oggi di distinguere in modo sommario «psicogenesi» e fondazione «logica o trascendentale», o «dialettica».Il filosofare non pertiene soltanto a una determinata situazione della storia dello spirito , ma a «ognuno» con tutte le sue particolari preferenze e avversioni, i suoi punti ciechi e gli spostamenti e le altre attitudini della cui profondità normalmente non è consapevole. Non dovrebbe appartenere, questa specie di auto-psicoanalisi, ai requisiti necessari al filosofare «critico», proprio come distruzione di ciò che appare come un mero dato della storia della spirito?Da Oskar Becker, Vier Briefe an Martin Heidegger, in A. Gethmann- Siefert, J. Mittelstrass ( a cura di ), Die Philosophie und die Wissenschaften. Zum Werk Oskar Beckers, München, 2002. Pubblicata in tedesco in nota a Antonello Giugliano, Décadent e inizio al tempo stesso I, in Massimo Mezzanzanica (a cura di), Autobiografia Autobiografie Ricostruzione di Sé, Franco Angeli, Milano, 2007. Traduzione di Romano Mádera.

di ROMANO MÁDERA La lettera di Becker è datata 1923, dunque tre anni dopo l’uscita di quell’opera capitale di Freud che è Al di là del principio di piacere, e quattro anni prima della pubblicazione di Essere e tempo di Heidegger, con il quale Becker, che frequenta i suoi primi corsi a Friburgo, insieme a Löwith e ad altri, ha scambi intellettuali così intensi da lasciarne indovinare le influenze. Nel frattempo, legge e rilegge Freud. A quel tempo assistente di Husserl, Heidegger cerca di dare un impronta più decisamente esistenziale alla sua ricerca: filosofia e vita sono un tutt’uno, la filosofia è una scelta di vita e questa va compresa nella sua concretezza, nella sua storicità fattuale.Nella prima parte della lettera Becker traccia una sorta di genealogia filosofica della psicoanalisi – da Schopenhauer a Nietzsche con un accenno a Dilthey: se oggi è scontato che un professore di filosofia si interessi anche di psicoanalisi, nel 1923, la critica alle pretese di Freud, che voleva far rientrare le sue scoperte nella «concezione scientifica del mondo», sono tutt’altro che ovvie. Per Becker, manca alla psicoanalisi la struttura logico-formale capace di reggere un nuovo orientamento conoscitivo.

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