Putti e Montanari: “Jung e Lacan, quale analisi?”

Dopo il confronto Freud-Jung, ecco quello Jung-Lacan. Simonetta Putti, psicoanalista junghiana, e Maurizio Montanari, psicoanalista lacaniano, rispondono alle identiche venti domande per arricchire i contributi di pensiero e di prospettiva, e consentono di continuare a sviscerare un tema, l’analisi, e una disciplina, la psicoanalisi, sempre al centro di dibattiti contrastanti e talvolta infuocati

di Davide D’Alessandro, ilfoglio.it, 4 agosto 2019

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

Simonetta Putti – Credo che la psicoanalisi sia uno strumento a disposizione di chi voglia liberarsi di condizionamenti che hanno impedito e/o limitato una adeguata realizzazione delle potenzialità disponibili. Nell’approccio junghiano la persona si stacca in una prima fase dal territorio collettivo (laddove crescono, si diffondono e si rafforzano anche i pregiudizi e gli stereotipi) per recuperare man mano uno spirito critico che consenta una messa a fuoco del proprio essere; in una seconda fase – avviato il processo di individuazione – l’individuo può tornare anche al collettivo senza più farsene inglobare, forte di una identità recuperata che ormai è in grado di difendere.

Maurizio Montanari – Si va da uno psicoanalista anzitutto quando si sta male, quando si soffre per un sintomo che impedisce o rende difficoltoso il normale vivere quotidiano. L’individuo, come ha insegnato Freud, “soffre a causa di un conflitto interno che non è in grado di risolvere da solo”. Si va altresì da uno psicoanalista quando i passaggi cruciali, i tormenti, le impasses alle quali è soggetto l’uomo nel suo incedere quotidiano paiono prevalere sul desiderio di vita. La psicoanalisi è il darsi un’altra possibilità.

S.P. Nel 1973, a 23 anni,  attraversavo un profondo malessere esistenziale e chiesi ad Aldo Carotenuto di intraprendere un’analisi individuale. Mi ero trovata a vivere – nel piano affettivo – vicende familiari di conflitto con la figura materna che sfociarono in un precocissimo matrimonio/fuga, nella nascita di una figlia, in una rapidamente sopravvenuta crisi della relazione matrimoniale, conclusasi pochi anni dopo in un annullamento rotale. Nel piano collettivo e sociale, intanto, lo spartiacque epocale del 1968 mi aveva visto – diciottenne – alle prese con una neo-famiglia che si sgretolava, anzi che io stavo sgretolando per difendere una libertà di esistere/studiare/ lavorare che l’allora coniuge mi interdiceva. Nel conflitto tra famiglia e soggettività avevo scelto quest’ultima, pur non riuscendo mai a identificarmi con le battaglie emancipative e femministe che in quegli anni caratterizzarono il collettivo italiano, e come sinteticamente ho descritto nel libro Chirone.

Segue qui:

https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/08/04/news/jung-e-lacan-quale-analisi-268399/

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