Umberto Galimberti, l’uomo greco e il senso del limite

A colloquio con il noto psicoanalista e filosofo, che chiarisce: “Mi definisco uomo greco perché vuol dire prendere sul serio la morte. Prendere sul serio la morte ti dà il senso del limite. Il fondamento etico per i greci non sta nei comandamenti, ma nel senso del limite. Eugenio Borgna e Mario Trevi sono stati i miei maestri. Nel 1979, quando ho cominciato la professione analitica, le nevrosi avevano sfondo emotivo, sentimentale, sessuale. Oggi, che la sessualità è ampiamente sdoganata, la domanda è la ricerca di senso, si fatica a trovare il senso della propria esistenza, poiché viviamo nell’età della tecnica, che ci prevede come funzionari di apparati”

di Davide D’Alessandro, ilfoglio.it, 23 settembre 2019

Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?

L’analisi non porta dalla malattia alla guarigione, porta a una conoscenza di sé. E conoscere ci evita di vivere inconsapevolmente. Ciò mi pare sia molto utile.

Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista?

Non andai in analisi per sofferenze psichiche o dolori particolari. Decisi di andare in analisi per diventare analista, perché a Basilea conobbi Karl Jaspers, il più grande psicopatologo del ‘900, il quale mi spostò l’asse degli studi da filosofia a psicologia. Poi pensai che non fosse sufficiente fare soltanto il canonico percorso analitico, ma che fosse necessario fare esperienza diretta della sofferenza, della vera malattia. Così mi ritrovai per tre anni nel manicomio di Novara con il mio grande maestro, Eugenio Borgna.

Come scelse i suoi analisti?

Scelsi l’indirizzo junghiano perché all’epoca insegnavo antropologia a Venezia e mi pareva l’indirizzo più appropriato. Ero interessato al nesso tra simbolica della malattia psichica e fenomeni tipici del mondo primitivo. Scelsi Mario Trevi andando ogni settimana a Roma per la seduta. Il mio impianto teorico, pur facendo parte della Società psicoanalitica junghiana, ha per sfondo la psichiatria fenomenologica, quella di Binswanger, Jaspers e Husserl.

Molto dipende dalla qualità dell’analista, la qualità empatica per entrare in relazione con il paziente. È l’elemento fondante. Non a caso ne parla anche Freud quando tocca la tematica del transfert e del controtransfert.

Le tante scuole in psicoanalisi aiutano o confondono?

Siccome la psicoanalisi non ha uno statuto oggettivo (non può e non deve averlo), siccome non è una scienza che è un sapere oggettivante, valido per tutti, riproducibile ovunque, da chiunque e con il medesimo risultato, è naturale che fioriscano tante scuole. È stato Husserl a spiegare che se la psicologia adottasse il metodo scientifico, perderebbe il suo tema che è la soggettività dell’individuo, soggettività ovviamente non oggettivabile. Già Aristotele diceva che dell’individuale non c’è sapere. È bene che la psicoanalisi non sia scientifica, ma interpretativa, dunque disciplina ermeneutica.

Perché ritiene Jung il più convincente dei maestri?

Non lo ritengo, ma dico che nella lettura junghiana della psiche umana è incluso un mondo culturale più ampio di quello freudiano.

Per James Hillman siamo chiamati a “fare anima”. Per lei?

“Fare anima” è una bellissima espressione di un vero maestro. Il dissenso che ho verso di lui è in riferimento al mio rifiuto radicale degli archetipi. Non mi persuadono proprio per niente.

Segue qui:

https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/09/23/news/umberto-galimberti-l-uomo-greco-e-il-senso-del-limite-275814/

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