Benvenuto: “Uno psicoanalista scomodo: Elvio Fachinelli”

di Sergio Benvenuto, leparoleelecose.it, 10 gennaio 2020

Una paziente paragona l’analisi a un romanzo a puntate di cui si vorrebbe con ansia sapere la fine e che si vorrebbe non finisse mai. (Grottesche, 276)

1.

Trent’anni fa, il 21 dicembre, moriva Elvio Fachinelli (1928-1989). Egli è ormai considerato, anche all’estero, uno dei (pochi) psicoanalisti importanti che l’Italia abbia avuto (a parte i viventi). Comunque la mia non sarà un’agiografia di Fachinelli; Elvio detestava le agiografie. Per questo trentennale la casa editrice Italo Svevo ha pubblicato un testo inedito di Fachinelli, Grottesche, a cura di Dario Borso. Eppure una fama persistente perseguita Fachinelli: quella di essere “inattuale”. Molti dicono che il suo pregio è di essere inattuale – pensando alle famose Considerazioni inattuali di Nietzsche. Da alcuni anni è un vezzo di molti intellettuali di sinistra vantarsi di essere inattuali – leggi: di non essere ascoltati, di non essere più al passo degli (orribili) tempi, di non avere più alcuna incidenza sul pensare comune… Questo perché si pensa a Fachinelli soprattutto come a uno dei rappresentanti più noti del movimento di pensiero tipico degli anni 60 e 70, improntati alla “contestazione”, a un radicalismo di sinistra che Nanni Moretti descrisse bene nei suoi primi film. Ma se Fachinelli fosse stato uno dei tanti maîtres à penser delle correnti militanti dell’epoca – marx-leninismo extraparlamentare, femminismo, emancipazione LGTB, diritti civili, ecc. – non gli dedicherei certo un articolo. E non perché io consideri irrilevanti il femminismo, l’emancipazione omosessuale, i diritti civili, e molte cose che emersero allora, anzi, ne sono un forte sostenitore. Ma perché Fachinelli non è riducibile a tutto questo che oggi prosegue, il che lo renderebbe davvero attuale, ma nel senso banale della political correctness. Alcuni lo elogiano in un’aura nostalgica, come momento di una recherche du temps perdu sessantottesco.

Certamente Fachinelli partecipò a tutti quei movimenti, anche attraverso i suoi articoli su L’Espresso (che allora era il settimanale obbligatoriamente letto da tutti noi intellettuali di sinistra), cosa che contribuì a renderlo celebre all’epoca. Fondò una rivista, L’erba voglio, dove tra l’altro dette spazio a un eroe-simbolo del movimento omosessuale, Mario Mieli. Ma vi partecipò con un’angolatura particolare, quella dell’analista, e con un tocco ironico alquanto raro in un’epoca di impegno che prendeva spesso toni cupi e faziosi. In effetti, se oggi si rileggono i suoi articoli su riviste e giornali, si nota che in realtà bersagli della sua ironia critica non erano i nemici ufficiali dell’epoca – i democristiani, la destra, i capitalisti – ma proprio i compagni di sinistra, che, anche se benevolmente, strapazzava. Basti leggere come in Grottesche descrive un convegno di Psichiatria Democratica, la società che faceva capo a Basaglia e quindi artefice della legge 180 sulla psichiatria:

Convegno di Psichiatria Democratica. L’organizzazione di vertice (tradizionale; relazioni, interventi preparati: letti) fa scoppiare l’assemblea. Movimenti, discorsi a parte, brusio. Come nel movimento studentesco o in alcuni convegni di Lotta Continua, con la voce dell’oratore che scende a pioggia, inascoltata. La presidenza è portata allora a richiami morali, o vagamente repressivi. L’assemblea è viva e unitaria, per un momento, solo nell’applauso, a tutti, indiscriminatamente, come in un partito; applauso che è insieme di sostegno per chi ha parlato, rimorso per non averlo ascoltato, e sollievo perché ha finito di parlare. La delusione intellettuale è compensata, alla fine, dal piacere di ritrovarsi insieme, in una situazione che dopotutto richiama la «lotta». (Grottesche, 210)

La trovo una deliziosa satira del tipo di assemblee movimentiste che si facevano all’epoca (anni ’70).

Segue qui:

Uno psicoanalista scomodo: Elvio Fachinelli

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