Sarantis Thanopulos, la psicoanalisi al tempo di zoom

Intervista. Sarantis Thanopulos, appena eletto presidente della società psicoanalitica freudiana

di Francesca Borrelli, ilmanifesto.it, 13 marzo 2021

Non si può dire che i frutti della contingenza depongano a favore dell’idea che gli individui, pur perseguendo fini egoistici, stiano lavorando, sebbene inconsciamente, a un comune disegno di emancipazione. Tuttavia, quel che a noi appare ai confini della patologia, dovrebbe tener conto della considerazione di Ernesto De Martino per cui è psichicamente sano «ogni comportamento adattato alla realtà storica… e che assolve attualmente, entro un dato mondo culturale, una funzione specifica». In questa luce, i soggetti che la psicoanalista Joyce McDougall ha chiamato «normopatici», ovvero coloro che disertano qualsivoglia attività immaginativa e, soprattutto, sentono ogni forma di coinvogimento psichico come una minaccia alla loro coazione a agire, agire sempre, agire subito, sembrerebbero essere i figli naturali di una società che impone di moltiplicare le proprie prestazioni per rendersi imprenditori di se stessi.

L’alternativa è la caduta in quel senso di inadeguatezza, che prelude a stati depressivi tanto diffusi da aver dato luogo al fenomeno che Alan Erehnberg ha chiamato, nel suo saggio, La cività del disagio, «un immenso mercato dell’equilibrio interiore», che dà lavoro a diversi generi di più o meno accreditati terapeuti. Apparentemente connotata dall’accesso a possibilità illimitate, questa contingenza rende in realtà più drammatico lo scontro con la concretezza dei nostri limiti, e la attuale pandemia non è che l’ultimo fra i moniti alla onnipotenza dell’animale umano. Questo il quadro in cui Sarantis Thanopulos, psicoanalista didatta e anche autore, fra le altre sue pubblicazioni, di una rubrica che esce il sabato sulle pagine del manifesto, assume la Presidenza della Società psicoanalitica italiana, fondata nel 1925 e tuttora baluardo della teoria freudiana. Percorriamo con lui alcuni punti più o meno dolenti.

Cominciamo dalle presentazioni: come è entrato in contato, nella Grecia in cui è nato, con la psicoanalisi.
Sono stato un adolescente che leggeva molto, e il nome di Freud mi divenne presto familiare. La psicoanalisi ha funzionato per me, soprattutto all’inizio, come una strategia di osservazione del dolore psichico lontano dal mondo angusto dei manicomi e degli psicofarmaci, peraltro all’epoca considerati da tutti coloro che mi erano intorno con molta diffidenza. Vidi con la mia sorella maggiore il film su Freud di John Huston, impersonato da Montgomery Clift, e basato su un soggetto inizialmente proposto da Sartre, che venne proiettato in Grecia qualche anno dopo l’uscita negli Stati Uniti. Non ne ricordo ormai nulla, se non la forte impressione. Venne la dittatura dei colonnelli e la psicoanalisi rimase in disparte nei miei pensieri, occupati piuttosto dal cinema, dal teatro, dalla letteratura. Nell’estate del 1972 avevo venti anni e ero già arrivato a Napoli, dove studiavo medicina. Tornai per le vacanze a Atene e lessi in greco, in un’edizione non eccelsa, «Introduzione alla psicoanalisi». Fu un amore definitivo, a seconda vista. Quel momento si sovrappone, nella mia mente, al ricordo del funerale di Giorgos Seféris, morto nel settembre del 1971, quando mi preparavo a lasciare la Grecia. Una vera e propria moltitudine si opponeva alla dittatura, si sentiva un’aria di libertà che scuoteva le foglie già cadenti dell’autunno. Il lavoro del lutto si incrociava al desiderio di libertà: la sintesi della mia psicoanalisi è questa.

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