Il politicamente corretto: arma, utopia e terrore

di Rocco Ronchi, doppiozero.com, 4 dicembre 2021

Il “politicamente corretto” (PC) e la cancel culture che pare derivarne suscita nei suoi critici reazioni scomposte, al limite dell’isteria. Ciò si deve al fatto che il PC è un discorso che nasce già “isterizzato”. Riflettendo sullo statuto e sulle trasformazioni del sapere, Jacques Lacan aveva battezzato come “discorso dell’isterica” quel particolare tipo di discorso che “smaschera la funzione del padrone cui resta per altro solidale, mettendo in risalto quanto nell’Uno con la U maiuscola vi sia del padrone, a cui si sottrae in quanto oggetto del desiderio”. “Isterica” non ha qui nessun valore negativo. Non rimanda ad una visione becera del femminile. Tutt’altro. Indica una modalità della parola che manda in cortocircuito i discorsi “padronali”, maschili e fallocentrici, del sapere e dell’”Uni-versità” (del discorso rivolto all’Uno, il quale ha sempre una connotazione di genere: è maschio, eterosessuale, bianco…).

Il PC si presenta insomma nell’arena della comunicazione con un tratto sovversivo e produce, come ogni rivoluzione, una reazione la cui scompostezza è segno della sua potenza. Il PC è infatti in prima istanza un’arma. È un’arma immateriale in mano alle minoranze, quali esse siano, nell’ambito di una guerra asimettrica con le maggioranze, quali esse siano. Non diversamente dal terrorismo, sul quale si dovrà ritornare, esso è la possibilità di lotta offerta a chi nella guerra si trova in una situazione di svantaggio assoluto. E una minoranza, quale che sia, è definita nel suo statuto di “minoranza” proprio dallo stato di svantaggio. L’identità della minoranza è infatti data dalla sconfitta, una sconfitta che è il senso ultimo che la storia ha assunto per lei: nient’altro che una lunga vicenda di umiliazione e di esclusione, nient’altro che violenza subita e ingiustizia patita. 

Alle minoranze non restava allora che spostare il terreno dello scontro sul piano dell’immateriale, vale a dire sul piano di quanto una volta si chiamava lo “spirito”. Confidando nella efficacia dello spirito le minoranze hanno dato prova di una straordinaria intelligenza strategica. Decisiva per l’esito di una battaglia è infatti la scelta del “campo” ove combatterla. Ora, l’immateriale per eccellenza è il linguaggio. Lo spirito è linguaggio. Esso è l’equivalente per il genere umano di ciò che è l’ossigeno per qualsiasi organismo vivente. Non si può non parlare più di quanto non si possa non respirare. Il linguaggio ha una “virtù” straordinaria (“virtù” nel senso originario della “potenza”): produce degli effetti. Il linguaggio fa letteralmente delle cose, agisce sui corpi e opera trasformazioni. Per il sofista Gorgia è un farmaco che guarisce o avvelena le anime. Per il Wittgenstein delle Ricerche Logiche il “linguaggio” è una rete di “giochi linguistici” tra loro imparentati, ma non riducibili ad un genere comune, ciascuno dei quali definisce una “forma di vita”. 

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