«La letteratura? Sa guardare oltre muri e porte chiuse»

La scrittrice, vincitrice del Premio Campiello nel 2016, oggi sarà al Centro Trevi Il coraggio di raccontare crisi di panico e depressione, «ma oggi sono guarita»

di Giovanni Accardo, altoadige.gelocal.it, 20 ottobre 2017

Doppio incontro oggi al Centro Trevi di Via Cappuccini a Bolzano per la scrittrice Simona Vinci all’interno di “Spazio Libro”, la rassegna organizzata dall’Ufficio Biblioteche ed Educazione permanente della Provincia: alle 11.30 incontrerà alcune classi dei licei “Pascoli”, “Carducci” e “Torricelli” che hanno letto il suo romanzo “La prima verità” (Einaudi), vincitore del Premio Campiello 2016, mentre alle ore 18 incontrerà i lettori. Dopo l’esordio nel 1997 col romanzo “Dei bambini non si sa niente” (Einaudi), tradotto in diverse lingue e oggetto di molte discussioni per il contenuto scabroso, un crudele e tragico gioco sessuale tra due bambine e tre adolescenti, Simona Vinci ha dimostrato di essere una scrittrice dall’immaginario potentemente visionario e dalla lingua fortemente espressiva, un’autrice autentica e sincera, capace di mettersi in gioco fino in fondo, come dimostra l’ultimo libro, “Parla, mia paura”, pubblicato da Einaudi un mese fa e già giunto alla terza edizione. In questo libro la Vinci racconta le sue crisi di panico, la depressione che l’ ha spinta a tentare il suicidio e finalmente la guarigione grazie alla psicanalisi. Come dice lei stessa, il libro è nato dall’idea «che la mia piccola esperienza personale con gli attacchi di panico e la depressione avrebbe potuto essere di conforto e aiuto per chi stesse vivendo difficoltà simili.»

Nel romanzo Stanza 411 (Einaudi 2006) la voce narrante esordisce dicendo: questo scritto ti dispiacerà, provocherà in te irritazione. Crede sia questo il compito della letteratura, disturbare il lettore?

«È una delle possibilità, ce ne sono tante e diverse, dipende dall’autore, dal lettore. Sicuramente sondare territori inconsueti, cercare di guardare oltre le porte chiuse, i muri, reali o metaforici che siano, mi sembra una di quelle più interessanti. Offrire speranza non è la stessa cosa che scrivere con un intento consolatorio».

Un suo tema ricorrente è l’infanzia, come mai?

«La grande scrittrice americana Flannery O’Connor scriveva che “chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni”. L’infanzia è una delle zone dell’esistenza umane più ricche, interessanti e vivide e tra l’altro raccontare attraverso lo sguardo infantile permette a un narratore di liberarsi di tanti pregiudizi».

Altro tema presente nei suoi libri è il corpo, spesso ferito. Cosa rappresenta per lei?

«Tutto, attraverso il corpo si vive e dunque si scrive e si fa azione politica.»

Come racconta nel suo ultimo libro, “Parla, mia paura”, oltre che della psiche, attraverso la psicanalisi, si è presa cura del suo corpo con un intervento di chirurgia estetica al seno. Crede che l’identità dipenda anche dal corpo?

«Come potrebbe non essere così? Non ho mai conosciuto un’entità intelligente priva di un corpo, persino Dio ha dovuto incarnarsi in Cristo e nel suo corpo ferito, mortale, per portare agli uomini il suo messaggio».

Segue qui:

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