La speranza nasce dal lutto

di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.info, 2 gennaio 2015

Con l’affacciarsi dell’anno nuovo si rin­no­vano le attese (il cui carat­tere rituale non le priva di affetto) che il futuro imme­diato arida a noi e a coloro che ci sono cari (per amore, paren­tela, ami­ci­zia, affi­nità cul­tu­rale o poli­tica e, per esten­sioni di soli­da­rietà via via più gene­rali, per un sen­ti­mento uni­ver­sale di fra­ter­nità). Gli auguri sono neces­sa­ria­mente gene­rici, per­ché la cosa impor­tante non è la rea­liz­za­zione di que­sto o di quell’altro desi­de­rio, ma il sen­tirsi vicini gli uni agli altri, il man­te­nere vivo inter­na­mente lo stato emo­tivo (e men­tale) di spe­ranza che ha biso­gno di con­di­vi­sione per esistere.

La capa­cità di spe­rare, che ci man­tiene psi­chi­ca­mente vivi nei momenti più dif­fi­cili, quando tutto sem­bra per­duto e senza appa­renti vie d’uscita, richiede la fidu­cia nella sta­bi­lità della pro­pria posi­zione nel mondo. Tut­ta­via, la spe­ranza non è la pro­ie­zione nel futuro del senso di sta­bi­lità ma, in un certo senso, lo con­trad­dice: essa esprime la fidu­cia nella pro­pria pos­si­bi­lità di spo­starsi dal pro­prio cen­tro di gra­vità, di desta­bi­liz­zare la pro­pria esi­stenza, per sco­prire la vita nella sua più impre­vi­sta ric­chezza e inten­sità che la rende degna di essere vis­suta. Detto in altre parole, la spe­ranza tra­sforma il senso di sicu­rezza, sul quale si appog­gia, in pia­cere di vivere ampliando, destrut­tu­rando e rifor­mu­lando i con­fini della pro­pria esperienza.

La spe­ranza non guarda all’indietro, verso il ripri­stino di uno stato di benes­sere, non è un sen­ti­mento ras­si­cu­rante (anche se spesso la si inter­preta in que­sto senso): trac­cia, piut­to­sto, la pro­spet­tiva di un movi­mento tra­sfor­ma­tivo che implica inco­gnite e rischi. È sem­pre legata a un’esperienza di per­dita che rende neces­sa­ria una tra­sfor­ma­zione. La dif­fe­renza tra la spe­ranza vera e pro­pria e l’illusione con­so­la­to­ria cor­ri­sponde alla dif­fe­renza tra l’elaborazione del lutto e la sua nega­zione. La spe­ranza nasce dal lutto:
ciò che è per­duto può essere ritro­vato solo a con­di­zione di rico­no­scere e di vivere il dolore della sua per­dita e accet­tare che non può tor­nare più iden­tico a prima. Spe­rare è pre­sen­tire, imma­gi­nare, la dire­zione della vita che con­fe­ri­sce alle cose un senso di con­ti­nuità e di costanza nella loro godi­bi­lità pro­prio nel momento in cui le trasforma.

Una crisi sociale che appare senza vie d’uscita cre­di­bili sta con­su­mando le risorse col­let­tive di spe­ranza. Si vive con i risparmi di fidu­cia nel futuro, accu­mu­lati pre­ce­den­te­mente. Per­ché si riprenda la pro­du­zione di spe­ranza (che non è mai cieca, ma visione lucida anche quando fal­li­sce) dob­biamo fare i conti con quei lutti che volen­tieri evi­te­remmo di affrontare.

Due su tutti: il tra­monto della cop­pia coniu­gale così come l’abbiamo cono­sciuta e il supe­ra­mento del senso di appar­te­nenza legato a una con­ti­nuità di luogo, lin­gua e costumi. La nostra spe­ranza allog­gia nella ride­fi­ni­zione del rap­porto tra l’uomo e la donna e nella mesco­lanza delle tradizioni.

Biso­gna andare oltre la con­ce­zione del padre come figura della legge, in cui siamo immersi, resti­tuendo alla donna tutto il poten­ziale tra­sfor­ma­tivo e di eman­ci­pa­zione dalle rela­zioni nor­ma­tive, non per dis­sol­vere la pater­nità, ma per col­lo­carla nella sua fun­zione di aper­tura al desi­de­rio nel corpo fem­mi­nile, aper­tura in cui il nuovo (il figlio) potrà alloggiare.

La ride­fi­ni­zione della rela­zione coniu­gale, attra­verso la valo­riz­za­zione della fem­mi­ni­lità, cam­bia anche il signi­fi­cato della filia­zione (il senso di appar­te­nenza a una tra­di­zione): spo­sta la con­vi­venza all’interno di una comu­nità dalle norme che defi­ni­scono sto­ri­ca­mente la sua cul­tura all’eros dell’apertura all’altro.

http://ilmanifesto.info/la-speranza-nasce-dal-lutto/

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