LA RELIGIONE DI LACAN (2011)

Altro che primato della psicoanalisi:  il guru francese dell’inconscio rivalutò Cristo e l’incarnazione

di Marina Valensise, Il Foglio, 10 dicembre 2011 

Un fantasma s’aggira per l’Europa, è Jacques Lacan, lo psicoanalista riformatore e liquidatore della teoria e della pratica di Sigmund Freud, morto trent’anni fa e oggi al centro d’una furiosa polemica. È vero o no che avrebbe voluto, alla sua morte, un funerale cattolico? È vero o no che nonostante il dichiarato agnosticismo e il dandysmo e le molte provocazioni, i paradossi e gli aforismi spesso incomprensibili restò sempre fedele alla grandezza della chiesa di Roma, e anzi fu tra i pochi a prevederne il trionfo nei tempi lunghi rispetto alla stessa psicoanalisi?
Lento, calmo, sornione, sprezzante, dolce, sincopato, stanco, sussurrante, baritonale, sempre e comunque dominatore e irresistibile, nonostante le camiciole di seta, col jabot o col colletto di un centimetro sulla pistagna, che gli scendevano larghe sul ventre adiposo, e nonostante il sigaro eternamente acceso e un po’sbilenco, e i modi untuosi che evocavano baciamano alle signore e scappellature galanti, e gli occhi neri da girifalco puntati sulla platea per carpirne i segreti più oscuri e spiattellarli con l’incurante levità di un rapace in volo con le interiora della preda attaccate al becco. E poi furbo, ridicolo, clownesco, imprevedibile, criptico, incomprensibile e comunque rivelatore di qualcosa di profondo ed essenziale, sempre impervio e forse per questo indispensabile da capire. Bisognava vederlo parlare Jacques Lacan, o recitare o salmodiare le omelie laiche sull’inconscio strutturato come un linguaggio, sullo stadio dello specchio che fonda contro Freud la teoria dell’io e dell’alterità, sul desiderio sempre insoddisfatto che si dispiega nella parola, sulla «forclusione» che avviene quando l’individuo non riesce a nominare le cose che sente e dunque inizia a scivolare nella psicosi, o sull’assenza del sostegno della mancanza, prima fondamentale legge del desiderio. Bisognava vederlo avvolgere il suo uditorio in quella nassa di parole, concetti, sospiri, intuizioni per capire la forza di attrazione, il carisma, il dominio e il fascino di cui godeva lo psicoanalista più diabolico del Novecento, divo indiscusso e seduttore conclamato che per decenni fu il mattatore del Tout Paris, propinandole un’occasione continua di autocoscienza attraverso il suo leggendario seminario, che per decenni fu messa laica, evento, seduta psicoanalitica e scuola irripetibile di stile, aforismi, agnizioni e paradossi.
Chi non ha avuto la fortuna di frequentare Lacan e il suo famoso seminario del mercoledì all’Hôpital Sainte-Anne tra il 1953 e il 1963, poi trasferito alla Rue d’Ulm, in un’aula dell’École Normale Supérieure, ai tempi dell’egemonia del marxista critico Louis Althusser, e infine dopo il 1968 alla facoltà di Legge del Panthéon-Sorbonne, oggi può farsene un’idea grazie ai prodigi della tecnica. Cliccate su YouTube la famosa lezione del 1972 all’università di Lovanio, fra studenti assiepati tutt’intorno alla cattedra come un’assemblea di contestatori, anche se ancora in giacca e cravatta, twin-set e gonne al ginocchio, ma pronti al riso e all’irrisione. Lì tutto, dall’entrata in scena del conferenziere che arriva quasi di soppiatto alla ritualità del professore ospitante, Dalla liturgia dei gesti, tutti molto studiati, molto teatrali ma paradossalmente semplici e spontanei, testimonia l’irresistibile antiretorica clownesca dell’ultimo signore delle anime del XX secolo.
Lacan oggi non ha perso nulla di quell’aura leggendaria, anche se è al centro di un caso giudiziario. Sua figlia, Judith Miller, moglie del suo legatario testamentario, Jacques-Alain Miller, un discepolo di Althusser, filosofo di formazione, maoista per elezione e divenuto poi psicoanalista in proprio, ha portato in tribunale Elisabeth Roudinesco, figlia di una psicoanalista amica di Lacan, anch’ella psicoanalista in esercizio nonché autrice di vari saggi sulla storia della psicoanalisi (come la biografia monumentale su Lacan, tradotta da Raffaello Cortina) e ora di un ultimo pamphlet, Lacan, envers et contre tout (Editions du Seuil) occasione del trentesimo anniversario della morte dello psicoanalista.
È successo infatti che la signora Miller si sia sentita offesa nel suo onore da una frase della Roudinesco. Nel saggio appena uscito, l’autrice infatti ha avuto l’ardire di scrivere che Lacan avrebbe voluto finire i suoi giorni in Italia, a Roma o a Venezia, e avrebbe voluto avere dei funerali cattolici. Invece, morto sotto falso nome il 9 settembre 1981, alla clinica Hartmann, per i postumi di un cancro al colon che non aveva voluto curare, finì sepolto senza troppe cerimonie e in forma strettamente privata al cimitero di Guitrancourt, un villaggio a 70 km da Parigi, dove nel 1951 aveva comprato una bella casa in stile Direttorio che era diventata la casa delle vacanze. Apriti cielo. Judith Lacan è saltata su tutte le furie e ha denunciato «l’ignominia» in un’intervista al settimanale Point. «Per fatti simili una volta ci si batteva a duello». I tempi oggi indurrebbero a più miti consigli, ma la signora ha deciso di adire le vie legali. «Mio padre era agnostico, aveva perso la fede a diciassette anni. Non ha mai cambiato atteggiamento. È vero che la famiglia era molto cattolica, che lui adorava suo fratello minore, Marc-François, monaco benedettino, che a sua volta l’adorava ed era convinto che Lacan avesse attinto nella tradizione cristiana il fine stesso della sua ricerca, e cioè diventare “una persona”, ma papà è stato sepolto secondo le sue volontà nel piccolo cimitero di Guitrancourt, senza fiori né corone, in presenza dei miei fratellastri Thibault e Sybille, e dopo una cerimonia religiosa a Parigi, alla quale io non ho partecipato».
Per respingere il tentativo di screditarla da parte della Roudinesco, «cette dame qui salit tout ce qu’elle touche», Judith Lacan ha ricordato come il padre ormai ottantenne visse l’ultimo anno di vita ospite suo nell’appartamento della rue d’Assas, dove lei vive col genero e i nipoti. Ogni giorno lei stessa o il marito della segretaria lo portavano nella rue de Lille, dove Lacan continuò fino all’ultimo a ricevere i suoi pazienti. «Sei il bastone della mia vecchiaia», le diceva il vecchio padre. «E nessuno ha mai contestato il mio ruolo», insiste adesso Judith Lacan. «Scrivere, alla vigilia del trentesimo anniversario della morte, che le sue ultime volontà sono state tradite vuol dire cercare di colpirmi in quanto ho di più caro. Di Lacan si può dire tutto. Ma di me no. Io sono ancora viva e questa persona se ne accorgerà».
Detto fatto. Judith Miller, viso angoloso e gli stessi occhi perscrutanti del padre, molte rughe e una fiera determinazione, è una dura. C’è ancora chi ricorda la passione di maoista che l’accompagnò da giovane, condivisa per altro dal marito Jacques-Alain. E persino la foga settaria con cui i due, militanti infervorati di Servire il popolo, all’indomani della morte di Lacan presero il controllo di tutto, e misero sotto sequestro l’eredità intellettuale e spirituale del padre e genero, allontanando allievi, estimatori e vecchi amici. Col passare degli anni la durezza è cresciuta e le conseguenze si vedono. «Mio padre era della scuola never complain never explain. Ma io no, perciò non intendo essere associata a un qualche evento in cui è coinvolta anche Elisabeth Roudinesco», ha detto Judith Lacan, dando forfait alla serata in memoria del padre organizzata all’École Normale Supérieure.
Il giorno stesso in cui la figlia rilasciava quest’intervista, il genero di Lacan, Jacques-Alain Miller, spediva una lettera di fuoco a Olivier Bétourné, presidente delle Editions du Seuil, per il quale da venticinque anni curava l’edizione critica dei seminari del suocero. Offeso per non essere stato incluso nelle celebrazioni per la morte del suocero, il genero di Lacan ha deciso di abbandonare l’impresa editoriale. «Avete intessuto intorno a me una rete di silenzio. Tutte le librerie di Francia si sono persuase che ero irraggiungibile, che dovevano abbandonare l’idea di invitarmi, mentre la vostra casa editrice si industriava di promuovere qualcun altro… Voi fate entrare la vergogna in questa casa editrice, e io ne esco fuori, portandomi dietro dieci seminari inediti». Il qualcun altro, pudicamente evocato, altri non è che la stessa Elisabeth Roudinesco, fresca autrice del controverso pamphlet, nonché da dieci anni compagna di vita dello stesso Bétourné.
Lo stesso giorno, ottenuto un appuntamento con Hervé de La Martinière, editore in proprio e da sette anni proprietario delle Editions du Seuil, il genero Miller ha raggiunto un accordo per continuare a pubblicare i seminari di Lacan col marchio La Martinière. «È passato dal sesto al quarto piano, ma per noi non cambia nulla», ha commentato acido Bétourné. Intanto però le ricadute sono state plateali. Alla serata organizzata dalla École Normale nella Salle Dussane, dove Lacan tenne il suo seminario tra il 1964 e il 1968, c’era tutto il microcosmo dei lacaniani storici. Alain Badiou, che ha letto il famoso testo «Io, la verità, io parlo»; Jean-Claude Milner, e Benoît Jacquet, autore di una famosa trasmissione televisiva con Lacan; c’era persino la Roudinesco, che ha scelto elegantemente il no-comment, e il suo compagno che insieme a lei ha letto alcuni brani su Antigone, cavallo di battaglia della riflessione di Lacan. Ma non si è vista la figlia Judith Miller, mentre il genero e marito è comparso in extremis, a mezzanotte, leggendo una dichiarazione precauzionale: «Ci sono oggi due Lacan, che si guardano in cagnesco, uno mortificato, di cui si studia l’eredità (…) e un altro che vive ancora e dà fastidio, e al quale ho dedicato parte della mia vita. Hanno cercato di cancellare ovunque il mio nome, dalle librerie, dai giornali, dai settimanali. Ma a questo punto voglio difenderlo». Poi, mimando lo stesso stile tonitruante e tribunizio del suocero, il genero ha recitato un vecchio testo che Lacan scrisse nel 1969 per protestare contro le minacce di dimissioni di De Gaulle, all’indomani degli scioperi del 1969. «Non s’è mai visto nulla di simile a Roma, mai visto un console dare le dimissioni, o un tribuno della plebe. Vuol dire solo che il potere sta da un’altra parte».
Roma dunque. Al di là della commedia dei sentimenti, delle ripicche, delle gelosie, delle incomprensioni famigliari e delle velleità da prima donna, è certo che Roma e la religione romana hanno sempre suscitato un profondo interesse in Lacan, che fu cattolico di educazione, essendo nato in una famiglia di commercianti di aceto e avendo avuto una madre devotissima e un fratello minore che, malgrado le sue pressioni perché studiasse legge, decise di farsi monaco benedettino entrando all’abbazia di Hautecombe. Per quanto ribelle alla famiglia benpensante («le più violente ferite psichiche sorgono in gruppi sottomessi in apparenza alla più grande normalità») insofferente al conformismo bigotto borghese, scolaro solitario e malinconico, non brillantissimo e volentieri in balìa della noia, ma assolutamente refrattario al progetto del nonno, patriarca autoritario, che voleva farne un commerciante di mostarda, Lacan crebbe e maturò in un contesto cattolico sui generis. Da ragazzo, frequentò il liceo Stanislas, scuola di eccellenza della borghesia cattolica parigina, dove ebbe come professore Jean Baruzi, un cattolico razionalista studioso di Leibniz e di san Giovanni della Croce, che con Etienne Gilson, Alexandre Koyré apparteneva alla cerchia dei cattolici moderati, i quali, dopo la soppressione delle facoltà di Teologia, diedero vita alla Quinta sezione di scienze religiose in seno all’École Pratique des Hautes Études. Fu grazie a loro che Lacan scoprì un cattolicesimo aristocratico, aperto al confronto con ebrei, protestanti, liberi pensatori, e ben diverso dal bigotto integralismo famigliare. Poi, una crisi depressiva nutrì in lui il rifiuto definitivo della religione e il disprezzo nei confronti della famiglia. A vent’anni, dandy ribelle e reietto, scoprì il dadaismo e l’avanguardia surrealista di André Breton e Philippe Soupault; frequentò alla Shakespeare & Company le letture dell’Ulisse di Joyce, e finì per ripudiare i valori cristiani in cui era cresciuto. Attratto dall’elitismo radicale di Charles Maurras e dell’Action Française, s’atteggiò a ribelle, imbottito di ambizioni, che sognava di diventare il Rastignac del Novecento. La scoperta di Freud e poi di Nietzsche e della teoria dell’anticristo, quindi la laurea in Psichiatria, il tirocinio alla scuola di Clérambault e la rivoluzione del metodo di cura all’ospedale Sant’Anna, coi malati di paranoia considerati persone umane da ascoltare e capire, fece il resto. Di fatto, però, l’imprinting cattolico resistette. Tant’è che adesso, fra i lettori ansiosi di risolvere il dilemma posto dalla lite giudiziaria, in molti ricordano le visite romane di Lacan e le sue pagine sulla religione cristiana, la religione vera, l’unica che avrebbe trionfato persino sulla psicoanalisi.
A Roma infatti era di casa. Ci venne in viaggio di nozze, nel 1934, in pieno fascismo. Ci tornò nel 1957, quando dal barocco riprese il nodo borromeo, metafora della tripartizione tra simbolico, immaginario, reale, che si intersecano, mentre basta tirare un solo filo perché si sciolga l’insieme. Ricomparve nel 1963, e poi nel 1974, ospite dell’ambasciatore Charles Lucet grande amico di gioventù. E c’è ancora chi ricorda la curiosità indomabile, le visite al Mitreo sotto la Stazione Termini e alla collezione Torlonia, o le cene esclusive in casa del barone Franchetti, con Agnelli e Luisa Spagnoli.
«Vous avez souffert la claustrophobie?» gli chiese una sera il critico letterario dell’Espresso, Paolo Milano, dopo che per mezz’ora era rimasto chiuso nell’ascensore. «Lacan non apprezzò affatto», ricorda Ruggero Guarini, che assistette alla scena. Era e restava infatti grandissimo dominatore, un irregolare, un provocatore, un disturbatore. Leggendaria la pomeridiana all’opera per un Boris Godunov: «Cette histoire de boïars ne m’intéresse pas», sentenziò il maestro dopo la prima mezz’ora, e decise di andarsene, facendo alzare tutta una fila di accompagnatori, mentre i cantanti duettavano. E poi ci fu la gita a Fregene. Un giorno, Muriel e Pasquale Chessa lo portarono da Marcello Mastroianni. Mai incontro fu più improbabile tra l’attore della Dolce Vita che a malapena sapeva chi fosse quel vecchio bizzarro, e il guru della psicoanalisi postfreudiana, elegantissimo col foularino di seta, che invece di Mastroianni, di Fellini e dello star system contemporaneo sapeva tutto e di più. Amava infatti le vedette di una passione feroce, esclusiva, maniacale. Era stato lo psicoanalista di Pablo Picasso, di Alberto Giacometti, di tantissimi scrittori, industriali, intellettuali, come François Wahl, per esempio, altra eminenza grigia delle Éditions du Seuil, a lungo indigesto al genero curatore.
Per Lacan Roma insomma era il centro del mondo, la capitale dell’Europa, dell’impero e della chiesa che di quell’impero fu l’erede e la superfetazione. Nutriva per il Vaticano una passione schmittiana, nel senso di Carl Schmitt, il politologo nazista che aveva spiegato benissimo il mix di potere tangibile e simbolico e immaginario di una potenza trascendente e spirituale, eppure più che reale.
«Elles vont gagner» disse un giorno a Jacqueline Risset, guardando da Trinità dei Monti le molte cupole della Città eterna. «Era Pasqua del 1975», ricorda ora la scrittrice del gruppo di Tel Quel e per anni sua seguace. «“La vraie religion c’est la romaine” diceva comico, perché per noi francesi “la romaine” è l’insalata cappuccina. Ma è sicuro che il cattolicesimo per lui era più interessante e intellettualmente e spiritualmente, più ricco del protestantesimo. Aveva una concezione complessa. È vero che tra la psicoanalisi e la religione c’era una incompatibilità. Ma Lacan era convinto che le cupole avrebbero vinto, perché la chiesa può offrire molte più gratificazioni della psicoanalisi. La psicoanalisi sarebbe stata un momento di luce nella storia umana, l’ultimo atto dell’illuminismo, necessario per togliere le illusioni, ma alla lunga il dominio delle religioni avrebbe prevalso». E del resto basta leggere la conferenza stampa che pochi mesi prima Lacan aveva tenuto al Centro culturale di piazza Campitelli. Di questo testo, intitolato Il trionfo della religione, esiste un’edizione Einaudi, a cura di Antonio Di Ciaccia. «Se la psicoanalisi non trionferà sulla religione è perché la religione è inaffondabile. La religione trionferà non solo sulla psicoanalisi ma su molte altre cose. Non si può nemmeno immaginare quanto sia potente la religione. Il reale, per quanto poco la scienza vi si impegni, si estenderà, per cui la religione troverà molti motivi in più per acquietare i cuori. La scienza introdurrà un sacco di cose sconvolgenti nella vita di ognuno di noi. Ora la religione, soprattutto quella vera, ha risorse tali che non possiamo nemmeno immaginare».
Non era scontato negli anni Settanta tenere un simile discorso, equidistante dall’ateismo radicale e dall’ideologia laicista. Lacan, che era un provocatore nato, uno che non resisteva a smantellare pregiudizi e luoghi comuni d’ogni sorta, ci riuscì perfettamente. Era l’epoca in cui Francesco Guccini cantava Dio è morto e cori di edonisti neonietzschiani vivevano come se fosse vero. «Sì, Dio è morto» rispondeva Lacan «ma lui stesso non lo sa». Era il suo modo paradossale di ribadire l’assoluta alterità di Dio, che per Lacan, spiega Giancarlo Ricci, appartiene al reale, «un ordine che non possiamo neanche immaginare, perché è appunto proprietà del reale che non lo si immagini». Per questo, Lacan insisteva sul nodo tra simbolico, immaginario e reale, scoperto vent’anni prima proprio a Roma. E per questo aveva tanto a cuore la religione romana, e cioè cristiana, «l’unica vera perché il dramma comincia solo quando entra in gioco il Verbo, quando si incarna, come dice la religione, quella vera». E a chi gli obiettava l’oppio del popolo secondo Feuerbach, o Il disagio della civiltà secondo Freud, che aveva visto nell’azione della religione un’intimidazione dell’intelligenza in grado di provocare infantilismi psichici e deliri collettivi, Lacan rispondeva ecumenico: «Etichettare la vera religione come una schizofrenia collettiva è un punto di vista molto particolare. Sostenibile, lo ammetto, ma molto psichiatrico».

http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2011/12/10SIB6071.PDF

Vedi anche, di qualche giorno dopo:

https://rassegnaflp.wordpress.com/2011/12/11/sulle-esequie-battaglia-in-tribunale/

https://rassegnaflp.wordpress.com/2013/01/06/dibattito-lacan-il-fratello-monaco-indaga-il-segreto-dello-psicoanalista-2/

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