Scene dal film di Nanni Moretti Sogni d’oro (1981) con e su Freud:
Provocazione. POLLICINO SI EDUCA DA SÉ: LE FAVOLE BOCCIANO L’INTERVENTISMO PEDAGOGICO DEGLI ADULTI
di Luigi Ballerini*, Avvenire, 24 maggio 2012
Dobbiamo necessariamente far cadere una certa idea di inettitudine dell’infanzia. Incredibile come talvolta l’adulto si permetta di utilizzare il termine «bambino» in tono dispregiativo, quando ad esempio dice: «Non fare il bambino!». Questa frase viene per lo più indirizzata agli adulti (in senso sempre dispregiativo), ma a volte la si sente attribuire anche ai bambini stessi. Roba da non credere! I bambini degli inetti? Pensiamo alle fiabe classiche! Un esempio per tutti è Pollicino: viene abbandonato dai suoi, eppure non solo l’orco non se lo mangia, ma addirittura il piccolo la spunta su di lui e su sua moglie. In più Pollicino (che è un bambino che sta bene) trova il modo per accumulare un tesoro e non coltiva per nulla l’idea di vendicarsi dei suoi che l’hanno abbandonato. Piuttosto torna a casa con il denaro e rende ricchi tutti.
Molta tradizione fiabesca va in questa direzione: viene rappresentato un bambino che se la sa cavare bene, che ha una sua maturità e addirittura porta un vantaggio all’adulto (la fiaba infatti spesso inverte la situazione che riteniamo più ovvia: è l’adulto che ci guadagna dal rapporto con il bambino). Possiamo concludere che i bambini partono maturi. Sono cosciente che questa affermazione può stupire e forse indispettire molti, infatti va contro tutta quell’imponente e radicatissima corrente di pensiero che li considera dei contenitori vuoti da riempire, delle tabulae rasae su cui scrivere. Anche la scuola purtroppo li vede spesso secondo quest’ottica. E siccome sono così privi di tutto, gli adulti – genitori, amici, insegnanti, educatori – ritengono che i bambini vadano stimolati in continuazione con giochi didattici, Dvd educativi o giochini che non abbiano come scopo in primis quello di divertire, ma stimolare abilità e competenze. Rispetto all’idea di stimolare i bambini, il pensiero non può non correre agli esperimenti di fisiologia del secolo scorso, quelli in cui a una rana morta o mezza stecchita veniva dato uno stimolo, elettrico, per suscitarne e studiarne le contrazioni. Il bambino non ha bisogno di stimoli, semmai ha bisogno di spunti di pensiero. Non dobbiamo stimolarli continuamente.
Ma a noi piacerebbe se ci riservassero un simile trattamento? È completamente diverso sollecitare associazioni spontanee, offrire qualcosa – giochi, ma soprattutto idee – di cui il bambino possa farsene qualcosa in proprio mettendoci del suo. A volte si tende a riempire il bambino di spiegazioni o indicazioni o comandi con un fine totalizzante. Si pretende di essere esaurienti. Si cerca di spiegare tutto, con la tentazione di creare un piccolo enciclopedico. Altro invece è suggerire qualcosa che a noi interessa e lasciare al bambino che se ne faccia qualcosa lui. Senza avere rispetto del fatto che il bambino è in grado di pensare in proprio, si tende in molti casi a dire tutto, anche ciò che è inopportuno perché non richiesto. Il troppo del dire rivela l’angoscia dell’adulto. Dobbiamo piuttosto permettere al bambino di trarre lui le sue conclusioni.
Spunti di pensiero sono ad esempio i giudizi che mamma e papà si scambiano fra loro, quelli che lui ascolta senza essere direttamente coinvolto. Questi diventeranno poi oggetto della sua successiva elaborazione, fatta in proprio e condivisa con i grandi se li valuterà all’altezza di ricevere le sue confidenze. Spunti di pensiero sono quei suggerimenti che lasciano aperto il «valuta anche tu», «vedi se ti piace», «e tu che ne dici?». Esiste ad esempio un buon modo di dire al bambino «arrangiati!» che non è affatto indice di abbandono, ma va in questa direzione amorevole, ossia: «Pensaci un po’ tu. Se ti servo io sono qui, ma vedi se vuoi provarci prima tu». Lo si può dire ad esempio ai piccolini per l’acquisizione della piena autonomia motoria e ai più grandi anche per favorire le loro iniziative nel reale. Ritenere che il bambino sia un otre vuoto da riempire è misconoscere la sua competenza di partenza, in quanto capace di pensare una legge per il proprio moto, orientato all’ottenimento del piacere e all’allontanamento del dispiacere. Il bambino non è affatto infantile, è l’infantilismo dell’adulto che lo riduce a un essere incompetente bisognoso di tutto.
* psicoanalista, giornalista
Rignano Flaminio. LA PSICOANALISTA: CI SONO “ABUSI” CHE UN TRIBUNALE NON POTRÀ MAI GIUDICARE. Intervista a Raffaella Colombo
di Paolo Nessi, il sussidiario.net, 29 maggio 2012
Tutti gli imputati per i presunti abusi sui bambini dell’asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio sono stati assolti. Il Tribunale di Tivoli ha stabilito che il fatto non sussiste. Lo sceneggiatore Gianfranco Scancarello, le maestre Patrizia Del Meglio, Marisa Pucci e Silvana Magalotti, e la bidella Cristina Lunerti non hanno violentato e seviziato i 21 bimbi, 19 dei quali costituiti parti civili, della scuola materna. Tutto aveva avuto inizio il 9 luglio del 2006, quando tre famiglie sporsero denuncia presso i carabinieri di Bracciano per presunte violenze sessuali nei confronti dei loro figli di 3 e 4 anni da parte delle maestre della scuola. Negli anni si aggiunsero numerose denuncie, mentre gli abitanti della cittadina si dividevano tra chi era convinto della colpevolezza degli imputati e chi del fatto che si trattasse di una psicosi collettiva. Resta da capire, se il fatto non sussiste, come sia possibile che dei bambini così piccoli, interrogati, possano essersi inventati tutto, con dovizia di particolari verosimili relativi ai presunti abusi. IlSussidiario.net lo ha chiesto a Raffaella Colombo, psicoanalista e psicopedagogista. «Un bambino, in genere, vuole far piacere all’adulto, essere dalla sua parte, compiacerlo. A meno che non abbia dei motivi particolari per essergli ostile. Tutto può dipendere, quindi, da come gli sono state poste le domande».
Ecco, in genere, cosa accade: «Sappiamo che, normalmente, un genitore che sospetti che il figlio ha subito dei maltrattamenti non si limita a domande effettivamente interrogative, in grado cioè di lasciare aperta ogni possibilità di risposta quali, ad esempio: “cos’è successo?”. Al contrario, il suo essere allarmato lo porterà a fare domande precise, e ad assumere un atteggiamento ansioso, minaccioso, incalzante. Invece di chiedere: “Dove ti ha toccato?”, domanderà: “Ti ha toccato lì? In quel punto?”. Il bambino, o per compiacerlo o, semplicemente, per farlo smettere, risponderà “sì”». Gli imputati sono stati prosciolti. Quel che è certo, tuttavia, è che i piccoli hanno comunque subito una sorta di violenza, seppur di altra natura da quella oggetto del processo. «Questi bambini sono stati esaminati, interrogati, portati dal medico, messi sotto la lente di ingrandimento e sotto i riflettori. Le indagini li hanno sottoposti ad un sovraccarico psichico che non è esente da ripercussioni». Le conseguenze sul piano psicologico non saranno trascurabili: «nel bambino resta un senso di imbarazzo e di incertezza nei rapporti tale per cui, prima di parlare o raccontare qualcosa a qualcuno – quindi, anzitutto, ai genitori – ci penserà due volte. Si tratta di una perdita di purezza e sicurezza di cui tutti i bambini dispongono». Sul lungo termine, ovviamente, i contraccolpi saranno diversi a seconda di come si sarà affrontato caso per caso. «Per intenderci: ci sarà il bambino che, diventato ragazzo, si comporterà come un bullo, giustificandosi con i traumi subiti da piccolo e ci sarà quello che avrà superato l’accaduto. Molto dipenderà dal comportamento degli adulti che gli stanno intorno. La vicenda ha lasciato un segno anche nei genitori e ritrovare la serenità per tornare a trattare i propri figli con naturalezza sarà difficile». Alcune condotte sono del tutto da evitare: «Potrebbero assumere un atteggiamento iper-protettivo, impedendogli, ad esempio, di frequentare estranei». Altre, infine, sono auspicabili: «I genitori dovranno prestare attenzione a far sì che le relazioni sociali dei propri figli non subiscano delle modifiche. Sarà loro compito fargli comprendere che la brutta storia è finita. E, soprattutto, fargli capire che saranno sempre presi sul serio. A prescindere da quello che racconteranno».
Suicidi. PERCHÉ IL LAVORO CANCELLA GLI AFFETTI?
di Maria Teresa Maiocchi, il sussidiario.net, 29 maggio 2012
Uomo solo dinanzi all’inutile mare,
attendendo la sera, attendendo il mattino.
I bambini vi giocano, ma quest’uomo vorrebbe
lui averlo un bambino e guardarlo giocare.
C. Pavese, 1934-’40
Il riferimento alla raccolta pavesiana non è spunto esteriore per queste riflessioni sulla catena di suicidi da parte di imprenditori, particolarmente esposti ai colpi della crisi economica. Chi è l’imprenditore? Quale il senso soggettivo del suo “imprendere”, del suo operare? Come c’entra il denaro? Come c’entrano anche altri fattori? Quali sono? Su quali far leva per pensare del nuovo? Domande che prendono in questo momento tutto il loro rilievo clinico-etico. Da qualche tempo, sono coinvolta, con dei Colleghi psicoanalisti, in una riflessione che ha preso le prime mosse da questa emergenza dei suicidi, su cui ci sono arrivate richieste di intervento ma su cui ci stiamo interrogando a raggio più ampio: il lavoro è centrale nell’esistenza umana, eppure il suo significato psichico non è sempre così a fuoco nella riflessione clinica. Strana omissione, poiché nel lungo percorso freudiano lo troviamo come termine forte, tecnico, per definire la realtà psichica in quanto non meccanica ma orientata verso una produzione e una innovazione. L’oscena menzogna dell’Arbeit macht frei dei campi nazisti ne sembra una diabolica mimesi. Strane coincidenze… E tuttavia, la fatica di chi lavora – che appassiona e compassiona Pavese in modo profondamente toccante – sembra varcare oggi un limite ancor più spaventoso del maligno sfruttamento: la sua potenziale cancellazione. Si va dal pane sudato al pane elargito, che significa espropriato del suo residuo valore di scambio, in qualche modo annullato. Sottrarre all’uomo la legittima fatica del suo lavoro – nel buco nero economico che stiamo affrontando – ci obbliga come clinici ad affacciarsi su un timore quasi sconosciuto. In effetti, le serrate primonovecentesche non appaiono forse più inquietanti e maligne d’ogni sciopero, per quanto duro e impoverente? Impedire il lavoro, cancellarne la portata vitale, è qualcosa che va perfino oltre le tensioni legate all’iniquità dello sfruttamento, alla misteriosa mortifera circolazione del plusvalore. Per continuare con Pavese:
I lavori cominciano all’alba. Ma noi cominciamo
un po’ prima dell’alba a incontrare noi stessi
nella gente che va per la strada… La città ci permette di alzare la testa
a pensarci, e sa bene che poi la chiniamo.
Questa rapina del lavoro sembra dunque l’ultimo modo di farci “chinare la testa”, l’ultimo grido dello sfruttamento, mirato a una espropriazione della soggettività da parte di quello che Jacques Lacan chiama “discorso capitalistico”, che – a differenza di altri legami sociali in cui il soggetto è implicato secondo dialettiche e confronti – mette in atto una riduzione dell’uomo a merce, inscenando un’equivalenza perfetta del soggetto con un oggetto che lo presentifica come pura merce, a livello degli scambi di mercato, senza spazio per altre logiche. Non più terzo mondo, oggi, non più proletariato e sotto-, non più rivolte e cortei anni settanta. La “libera” circolazione delle merci realizza − a-soggettivamente, a-nonimamente − la cancellazione della singolarità della persona, la sua eccedenza rispetto a qualunque attributo o rappresentazione. Il lavoro ha visto ridursi progressivamente quel margine di valore incalcolabile, margine di impagabile gratuità che distingueva il lavoro artigiano e la sua preziosità. Arte, appunto. Divenuto esso stesso merce nella logica dell’accumulo capitalistico, il lavoro sembra vedere ora − proprio in questa aleatorietà − un ulteriore depauperamento libidico. Per questo stupisce che − di fronte ad ogni nuovo atto suicidario − i media sembrino in vario modo chiedersi “Ma che succede?!” − chiedersi e anche rispondersi, con legittime sensatissime osservazioni: gli equitagli sono drammatici, certo, ma figli e famiglia non valgono ben di più? Legittime sensatissime risposte, ma la questione che si profila, grave, non va chiusa con troppa facilità, perché implica più piani, è situata in una complessità da cui si intravvedere la dimensione etica e politica della clinica. Certamente − a un primo livello − ci si chiede perché mai debiti e fallimenti, spesso determinati da altrui responsabilità, portino a questo atto “ultimo”, chiusura − questa sì − definitiva con la vita. Com’è possibile che prima di questa scelta irreversibile non si veda che, al di là dell’azienda che “si chiude”, ci sono invece gli affetti, che valgono e che invece non si chiudono, e la vita che comunque può riaprirsi e − forse − ancora sorprendere?!
Su questo piano si può subito osservare che l’essere umano, da che viene al mondo − si mette in moto e si apre alla relazione a partire da elementi che lo fanno consistere attraverso un’immagine di sé che l’altro sostiene e rimanda, preziosa immagine in cui il soggetto si trova profondamente radicato perché è a partire da lì che si vede amabile, dall’altro come da se stesso, punto di identificazione, tanto fragile quanto difficile da lasciare, difficile da sostituire con del nuovo e ignoto. Stratificata nel tempo e negli incontri, la presa di queste prime identificazioni risulta sempre più forte nel definire la persona, come sa bene chi opera nel campo clinico, e per questo i mutamenti a questo livello sono lenti e incerti. Dunque − se qualcosa infrange brutalmente queste preziose antiche radici dell’identità − può risultare estremamente difficile che la persona continui a sostenersi, e non senta e non veda come soluzione unica il precipitarsi nel buco nero, nell’annullamento, nell’assenza di orizzonte e di prospettiva, nella radicale disperazione di non esser più amabile, privato di un riconoscimento essenziale al vivere: così, chi ha speso la vita nel sostenersi-sostenere altri nella sicurezza e negli agi, fonte di un conseguente riconoscimento sociale più ancora che economico, può sentirsi precipitare in un buio senza fondo, quando questa posizione vien meno, si frantuma, si consuma nel fallimento, lasciando emergere una maschera insopportabile di vanitas. Siamo abituati a identificare “immaginario” con “effimero”, ma sappiamo bene – perfino con Mc Luhan, che non è uno psicoanalista! − che non c’è niente di più erroneo: non è per caso che siamo preda del quarto e ben di più del quinto potere: civiltà “inghiottita dall’immagine”. E tuttavia, non è questo livello, pur esplicativo di una devastazione identificatoria, a rendere particolare questa impressionante catena di morte, tale da interrogare profondamente chi opera in una clinica orientata nei “legami sociali”. Non si tratta infatti di trovar senso clinico alla scelta suicidaria… La sua ricorrenza attuale − non certo da cogliere nel suo interesse statistico − induce riflessioni su riferimenti identificatori e simbolici su ben più vasta scala. Nella luce sinistra di questi mesi, sembra entrar in gioco qualcosa che è stato poco messo a fuoco dalla cultura classica della consultazione, che deve qui far valere il suo strutturale radicarsi in una logica di legame. Nella drammatica provocazione dei suicidi, si tratta di cogliere in termini clinico-strutturali proprio la dimensione libidica del lavoro e le conseguenze socialmente incalcolabili della sua deprivazione. La si può cogliere sul singolo, come appunto risulta dai suicidi degli imprenditori, dalla muta domanda che essi sottendono, svuotati di ciò che causa il loro desiderio, di ciò che fa “impresa”, opera, incidenza. Tuttavia, il vero punto su cui altrettanto se non soprattutto ragionare sono gli effetti che si producono, a ritmi sempre più serrati, sulle generazioni di “adulti” prossime venture, che già da ora si trovano nel paradosso di un presente in cui il futuro è irrappresentabile. In questo presente-senza-futuro, i nuovi nati che si affacciano alla vita possono esservi ospitati solo come figli, non quindi già impegnati verso una logica di emancipazione, ma fissati nella necessità di una dipendenza interminabile (economica e quindi psichica) da genitori sempre più attivi e longevi, cui dovranno affidare i loro piccoli da accudire per potersi “permettere il lusso” di un lavoro. Sono quelli i veri grands parents, come si dice in francese… I grandi, gli adulti, arrivati ed efficienti, cui i “piccoli genitori” rischiano di restare in una soggezione a vita. Privati della dolorosa ma salutare montaliana “fine dell’infanzia”, piccoli genitori non crescono, restando al di qua della contingenza delle scelte, del rischio di responsabilità assumibili. Anche a non voler invocare le Scritture − e l’uomo che deve lasciare il padre e la madre… − gli effetti regressivi di questa non-separazione non sono da tempo − a ben vedere − nelle cronache quotidiane? In vesti diverse: come infatti non intendere che una simile deresponsabilità generalizzata rischia di “far ritorno nel reale” di separazioni brutalmente agite, che vuol dire non simbolizzate, non accadute psichicamente, che possono realizzarsi come violenza distruttiva anche a livello intrafamiliare. Da Novi e Cogne ai maltrattamenti di ogni tipo che sempre di più vengono messi in atto in famiglia, ai bambini oggetto, “buttati”: nei cassonetti o giù dalla finestra, come da recentissima notizia di cronaca, gadget divenuti inservibili… Atti che sono pietre al posto di parole non più dicibili, non più articolabili, fuori discorso, fuori speranza. La possibilità di separarsi dalla propria dimensione infantile, la chance singolare della crescita, il diritto a un “passaggio all’adulto”, alla “rivolta giovanile”, ai figli contro i padri come nei mitici anni 70, vengono sostituiti dai modelli anonimi e generalizzati delle dipendenze, forme di godimento forzato, individualistico, senza legami viventi, secondo immaginari spesso aggressivi e del tutto virtualizzati, come videogiochi recitati secondo spartiti già scritti di un funebre teatro. Gli hikikomori, i ragazzi giapponesi chiusi nella loro stanzetta, isolati anche al loro mondo familiare, paghi solo di legami notturni e virtuali, senza corpo e senza scambio, realizzano alla lettera questo destino.
Come non leggere proprio in questi rituali di morte sociale, specie giovanile, un macroscopico rifiuto di quelladipendenza strutturale dalla relazione, che è dimensione reale della soggettività, che ci fa uomini, esistenze che, in questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, devono fare comunque i conti con il loro essere insieme, con la natura misteriosa ma anche esaltante dei loro legami. Allora tanto più il lavoro − nella sua dimensione di investimento vitale − non può non interrogare una clinica che si regoli sui “legami sociali”. La sua sottrazione mortifera risulta centrale in una lettura del malessere contemporaneo, oltremoderno, direi, più che postmoderno, per accentuarne l’eccedenza piuttosto che la cronologia. Interrogarsi su questi suicidi è quindi radicale, e sulle forme cliniche con le quali affrontarli, leggendone in anticipo la domanda, predisponendo luoghi nei quali ascoltare e rilavorare il capolinea mortifero come punto da mettere invece a un lavoro di pensiero: la perdita di immagine − sentita in malinconico contrasto con un ideale che soldi e prestanza hanno fino a quel momento sostenuto − può aprire a del nuovo, può trovare, inventare legami inediti? Chi pensa all’atto estremo è davvero − ancora secondo Pavese − “uomo solo dinanzi all’inutile mare”? per il quale “l’attesa della sera, l’attesa del mattino” è finita, per cui niente arriverà più a sostenere una identità vivibile, che diviene muro invalicabile. Un lavoro clinico che stia su questa frontiera senza luce, implica in effetti una riformulazione anche culturale di questo limite del vivibile, di ciò per cui vale la pena, che non è commisurabile alla prestanza dell’immagine, ma è un reale con cui confrontarsi, che potrebbe, forse, far sorpresa, che potrebbe, forse, arrivare a mettere in gioco nuovi percorsi, il recupero di dimensioni antiche e magari un tempo scartate, l’apertura di squarci relazionali e valoriali inediti. Un futuro, ancora… Come la piccola Speranza di Péguy, un domani bambino, potendo – ancora… − “guardarlo giocare”.