Lavagetto – Leggere con Freud

di Luciana Sica, repubblica.it, 5 gennaio 2003

Professor Lavagetto, lei si ritiene un critico psicoanalitico?
Assolutamente no, e nemmeno un critico freudiano.

Non le farà piacere, ma in genere è così che viene definito, lei lo sa.
E’ una fama involontariamente usurpata da parte mia. Potrei essere definito critico psicoanalitico, se avessi ricavato dalla psicoanalisi e dal pensiero freudiano una teoria generale d’interpretazione della letteratura. Sono viceversa molto convinto di non aver praticato una scelta di questo tipo, che naturalmente potrà essere interessante e portare a risultati estremamente significativi, ma non è stato questo il mio caso.

Qual è stato invece il suo caso?
Io penso di aver utilizzato in più di una occasione la psicoanalisi per decifrare testi letterari che contenevano la psicoanalisi già al loro interno, penso a Svevo o a Saba. Leggere La coscienza di Zeno senza avere una conoscenza di prima mano della psicoanalisi equivale pressappoco a occuparsi di Dante senza disporre della più elementare nozione del pensiero tomistico. Ci sono determinati casi in cui l’uso ermeneutico della psicoanalisi può diventare un’operazione strettamente filologica, e va quindi compiuta, assolutamente.

Si sta riferendo a La gallina di Saba e a L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo, due suoi lavori degli anni Settanta. Ma più tardi, lei ha fatto usi anche piuttosto diversi della psicoanalisi.
In linea generale, direi che me ne sono servito un po’ come “mezzo di contrasto” che mi ha permesso, una volta inoculato nei testi, di vedere cose che altrimenti sarebbero sfuggite alla mia vista. Mi viene in mente il motto che Aby Warburg pronunciò nel 1927 a Firenze. Invitato per l’inaugurazione dell’stituto di storia dell’arte a Palazzo Guadagni, concluse la sua allocuzione con una frase estremamente significativa: “Si continua, coraggio, ricominciamo la lettura”. Ecco, io credo che questo sia un obbligo di fronte a cui ciascuno di noi si trova. Si ricomincia la lettura: una volta finita, ci si accorge infatti che un testo è sostanzialmente inesaurito e inesauribile. Non esiste una lettura definitiva, ma solo letture parziali che fortunatamente non obbligano un testo a tacere.

Letteratura e psicoanalisi, due territori contigui, e però anche diversi~ Dove sarà possibile tracciare la linea di confine tra l’ arte letteraria e il sapere psicoanalitico?
Non penso sia facile tracciarla, per una serie di ragioni. Prima di tutto Freud – e l’ ha detto varie volte – ha trovato i suoi predecessori in ambito letterario piuttosto che in ambito psichiatrico, e le sue grandi scoperte sono state precorse anche da una serie di exploit personali a cui lo stesso Freud ha tentato di dare coerenza e sistematicità.

E’ questo il tema del suo Freud la letteratura e altro, che appare innanzitutto come un’ esegesi di testi freudiani.
Quel saggio, nell’edizione di Seuil, s’ intitola proprio Freud alla prova della letteratura. Del resto, in francese autre avrebbe avuto una coloritura tutta particolare, e non era dunque possibile una traduzione letterale.

Per quale altra ragione, trova così difficile tracciare quel confine?
Ma perché – pur senza avventurarmi nella discussione se la disciplina freudiana debba essere considerata una scienza o meno – è la stessa psicoanalisi a trovarsi su un suo confine: tra quelle che sono le scienze classiche della natura, a cui Freud avrebbe voluto agganciare la psicoanalisi, e le cosiddette scienze umane. E’ proprio questa collocazione ambigua che consente una serie di incursioni anche da parte di chi si considera – come io mi considero – un profano.

Non c’è stata soprattutto una cattiva, anzi una pessima critica psicoanalitica? Che senso ha accanirsi sulle nevrosi degli autori, sui sintomi dei personaggi, sul rapporto tra la vita dello scrittore e la sua opera? Alla fine, al lettore cosa gliene importa?
Se gli importa qualcosa è per qualcosa di deteriore, per una specie di voyuerismo di secondo livello poco produttivo e poco significativo. Se l’opera letteraria viene ridotta a una specie di derivato quasi necessario di una serie d’ incidenti biografici, se si cerca di stabilire che una determinata poesia ha avuto origine perché il suo creatore, all’ età di sei anni, eccetera eccetera, è chiaro che questo produca solo delle mostruosità. Ne abbiamo avuto in passato molti esempi, ho la sensazione che per fortuna ora si siano diradati.

La letteratura e la psicoanalisi: due passioni che, per lei, sono nate di pari passo?
In un certo senso, sì. Mi sono laureato a Roma con Giacomo Debenedetti, uno dei primi a prestare ascolto alla psicoanalisi con molta intelligenza e anche molta cautela. Debenedetti amava ripetere: “Non sono un grande clinico, al massimo sono un medico di campagna”, una definizione ironica e nello stesso tempo assumibile~ E’ quando ho cominciato a lavorare alla mia tesi su Dino Campana che ho cercato di conoscere in maniera soddisfacente Freud, e non solo lui, perché con un personaggio come Campana diventava necessario un allargamento ampio dei miei orizzonti~ Alla resa dei conti, in quella particolare circostanza i risultati non credo siano stati così remunerativi, in ogni caso è stato allora che ho iniziato a occuparmi di psicoanalisi con un minimo di serietà.

Posso chiederle se si è mai steso sul divano?
Certo che può chiedermelo!.

Beh, per molti è un top secret.
Per me, no~ Posso dirle che ho fatto un tentativo quando frequentavo ancora l’ università, ma il mio analista – persona di notevole intelligenza – dopo un po’ mi ha liquidato.

Come sarebbe a dire: l’ha liquidata?
Sì, mi disse che le mie conoscenze della psicoanalisi erano ingombranti, rendevano il lavoro estremamente faticoso e neppure tale da essere affrontato a tutti i costi.

Troppa testa e poche emozioni: una relazione eccessivamente intellettuale. Tendeva a fare l’analista piuttosto che il paziente, non è così, professore?
Sì, tendevo a interpretare i miei stessi racconti, innalzando ovviamente una serie di difese. Se fossi stato affetto da disturbi molto gravi, avremmo senz’altro continuato, saremmo andati avanti. Invece, una volta stabilito che non ero uno psicotico, il mio analista mi consigliò di smettere, e io lo feci.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/01/05/leggere-con-freud.html?ref=search

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...