Contributi – David Chase: «I Soprano? Una famiglia ’disfunzionale’…»

Parla l’autore della serie cult americana: «Fare il casting con Gandolfini non è stato semplice, dopo la prima audizione se ne è andato a metà. Era fatto così, non era mai sicuro, pensava di non essere abbastanza bravo»

di Giuliana Muscio, ilmanifesto.info, 6 settembre 2014

David Chase (David DeCe­sare), il leg­gen­da­rio autore della plu­ri­pre­miata serie tv I Soprano è a Vene­zia in qua­lità di giu­rato della sezione Oriz­zonti. Nel 2012 ha rea­liz­zato un suo film, Not Fade Away, sul rap­porto tra un gio­vane musi­ci­sta rock (John Magaro) e il padre (inter­pre­tato dal «suo» James Gan­dol­fini); attual­mente sta lavo­rando a una mini­se­rie HBO, A Rib­bon of Dreams, sulla sto­ria del cinema muto ame­ri­cano. Minuto, quasi fra­gile, vestito di un gri­gio che richiama il cielo del Lido, insop­por­ta­bil­mente autun­nale, Chase si rac­conta. «È la prima volta al festi­val ma a Vene­zia ci sono stato molte volte, in pas­sato. Mi inte­ressa l’Italia. Tutti i miei quat­tro nonni erano ita­liani. Era una tipica fami­glia ita­liana in Ame­rica. L’unico diverso era mio nonno materno, Vito Bucco. Lui non era cat­to­lico, ma pro­te­stante, o meglio, era socia­li­sta e ateo, ma la sorella di mia madre ha deciso di tro­varsi una chiesa vicino a casa, che era la chiesa bat­ti­sta, dove mia madre ha incon­trato poi mio padre. Mio nonno aveva stu­diato alle supe­riori; lo chia­ma­vano dot­tore, leg­geva il gior­nale, fre­quen­tava le riu­nioni del par­tito, ma spen­deva più soldi per que­ste cose che per la famiglia.

Il cibo è un aspetto chiave della cul­tura ita­loa­me­ri­cana, un segno della sua non assi­mi­la­zione, e ha una parte impor­tan­tis­sima nei Soprano. Anche nella sua fami­glia?
Io adoro il cibo ita­liano. Quando andavo a man­giare dai miei amici, magari polac­chi, den­tro di me pen­savo pro­prio a quanto ero stato for­tu­nato a nascere ita­liano.
Nel cinema ita­loa­me­ri­cano con­tem­po­ra­neo la fami­glia ha un ruolo cen­trale, anche se spesso è disfun­zio­nale, come in «Buf­falo 66» di Vin­cent Gallo, o in «Mosche da bar» di Buscemi...
Qual­siasi fami­glia ame­ri­cana è disfun­zio­nale. Quella dei Soprano è una fami­glia ideale in appa­renza: padre, madre e un figlio maschio, una figlia fem­mina, ma pen­siamo che metà delle cop­pie ame­ri­cane dell’età di Tony e Car­mela sareb­bero già stati divor­ziati. Vivono nel New Jer­sey (dove è cre­sciuto Chase) per­ché sta­ti­sti­ca­mente è lo stato in cui risie­dono più ita­loa­me­ri­cani. vivono lì ricor­dando la madre­pa­tria, che nel frat­tempo è cam­biata. Ma i Soprano sono una fami­glia di fuo­ri­legge; è Car­mela che vor­rebbe inte­grarsi, far stu­diare i figli; è quella che accet­te­rebbe l’assimilazione.
Il cast della serie è dav­vero ecce­zio­nale. Come ha scelto que­sti attori?
Il casting è il momento più duro. Vedi cen­ti­naia di per­sone e cominci a pen­sare che quello che hai scritto non fun­ziona se nes­suno rie­sce a reci­tarlo come vor­re­sti tu, e poi, tac, un giorno arriva uno ed è per­fetto per la parte. Con Gan­dol­fini era tutto molto dif­fi­cile. Anche quando ha fatto la prima audi­zione se ne è andato a metà; quando comin­ciava a girare un film o una cosa, il primo giorno non arri­vava sul set. Era fatto così: non era mai sicuro, gli sem­brava di non essere abba­stanza bravo.
Il casting di Lit­tle Ste­ven, ovvero Ste­ven Van Zandt della E Street Band, è legato ai suoi tra­scorsi musi­cali (Chase da gio­vane è stato bat­te­ri­sta)? Bruce Spring­steen e la Band del resto sono in gran parte ita­loa­me­ri­cani del New Jer­sey…
Sono sem­pre stato un grande appas­sio­nato di Spring­steen, ma non sapevo che era di ori­gini ita­liane; magari lo per­ce­pivo. Guar­davo le coper­tine degli LP e mi sem­brava che Lit­tle Ste­ven avesse una fac­cia inte­res­sante, poi quando ha lasciato la Band per inci­dere da solo, con quella ban­dana e l’aria da pirata, mi pareva un Al Pacino gio­vane. Quando poi l’ho visto in tele­vi­sione men­tre intro­du­ceva i Rascals, una band in cui tre dei com­po­nenti erano ita­liani, nella Hall of Fame, era così auto­re­vole che ho deciso che era per­fetto per i Soprano e ho tirato fuori un ruolo per lui.

Nancy Mar­chand, che ha il ruolo della per­fida madre di Tony Soprano, Livia, era stata inter­prete in tea­tro di Marty, a sua volta incen­trato sulla comu­nità ita­loa­me­ri­cana.
Sì ma lei non era ita­loa­me­ri­cana. Ave­vamo fatto 150 audi­zioni per quel ruolo ma tutte le attrici si met­te­vano a fare la donna ita­liana pazza (e gesti­cola visto­sa­mente) men­tre io avevo in mente mia madre. Quando Nancy provò è stato pro­prio come vedere mia madre; anche i parenti si sono impres­sio­nati: sem­bra pro­prio lei!
La serie gioca in un modo sofi­sti­cato tra ste­reo­tipo e per­so­nag­gio…
Certo, per­ché spesso lo ste­reo­tipo è reale. Mai visto quanti uomini grassi, col pan­cione come Tony Soprano, girano per i quar­tieri ita­loa­me­ri­cani?
Que­sta sin­tesi può essere peri­co­losa, però, basti pen­sare ai film ame­ri­cani di oggi…
Ma in que­sto cinema non ci sono più veri per­so­naggi, né rac­conto: sono gio­cat­toli e fumetti.
La pecu­lia­rità dei Soprano, che ora è diven­tata un carat­tere tipico delle serie tv, è la coe­si­stenza di più regi­stri, in par­ti­co­lare dell’Ironia, della meta­co­mu­ni­ca­zione, del distacco, e dall’altra parte dell’identificazione e del natu­ra­li­smo psi­co­lo­gico.
Io volevo che i Soprano fun­zio­nas­sero come una satira, ma se scrivi bene, i per­so­naggi devono essere a tutto tondo.
Lei usa il let­tino dello psi­ca­na­li­sti per rac­con­tare Tony Soprano.
Nella comu­nità ita­liana la psi­ca­na­lisi è rifiu­tata; come dice Livia nei Soprano «è un rac­ket degli ebrei» ma io ho fatto ana­lisi per diversi anni e la mia ana­li­sta era una donna; su di lei ho costruito il per­so­nag­gio della dot­to­ressa Melfi.
Nel suo film qui a Vene­zia, «She’s Funny That Way», Bog­da­no­vich ha «fir­mato» i titoli di coda pro­prio con un cameo in cui lo si vede men­tre inter­preta il super­vi­sore ana­li­tico della dot­to­ressa Melfi nei Soprano; come mai lei aveva scelto que­sto col­lega regi­sta per quel ruolo?
C’eravamo cono­sciuti men­tre lavo­ravo per la serie Nor­thern Expo­sure; gli avevo chie­sto di inter­pre­tare un per­so­nag­gio per­ché in quella pun­tata si par­lava di genia­lità e lui è un esperto di Orson Wel­les. E dopo mi sem­brava per­fetto per que­sta parte; lui l’ha fatta volen­tieri. Ha anche diretto un epi­so­dio.
Anche Buscemi, oltre a inter­pre­tare un per­so­nag­gio impor­tante come il cugino di Tony, ha diretto due epi­sodi della serie e vinto per­sino l’Emmy.
Avevo visto Mosche da bar e lo avevo molto amato. L’ho chia­mato come attore pro­prio per quello e poi è venuto da sé far­gli girare degli epi­sodi.
Il titolo della serie è un richiamo al suo amore per la musica, che la serie uti­lizza peral­tro in modo dav­vero inno­va­tivo?
No, era il cognome di un mio com­pa­gno di scuola al liceo. Mi era sem­pre pia­ciuto, ma l’HBO era per­plessa per­ché diceva che con quel titolo tutti avreb­bero pen­sato che si trat­tava di opera. Ma a me la cosa non dispia­ceva…
Secondo lei per­ché la serie, che ha avuto un suc­cesso così cla­mo­roso (e in un certo senso insu­pe­rato) in Ame­rica non ha avuto molto suc­cesso in Ita­lia?
Mi hanno detto per­ché qui si pensa che non ci sia niente di diver­tente nella mafia. Forse è stato anche per l’ora molto tarda in cui veniva tra­smessa. Forse non vole­vano che la gente la vedesse, per­ché, come si evince dai film qui a Vene­zia, la mafia è ancora qui ed è ovun­que; il paese è uno dei più cor­rotti del mondo occidentale…Anche l’America non scherza, da que­sto punto di vista. Comun­que a me è pia­ciuto molto Bel­lu­scone, il film di Maresco.

http://ilmanifesto.info/david-chase-i-soprano-una-famiglia-disfunzionale/

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