Massimo Fagioli: “Avrei potuto trovare…”

di Massimo Fagioli, left.it, 8 dicembre 2012

…altri termini verbali da far diventare parole. Avrei potuto dare identità alle realtà mai pensate dalla mente umana.
Iniziai, cinquanta anni fa, con i termini: fantasia di sparizione che, non potendo legarsi l’uno all’altro, crearono il nome di una realtà invisibile, mai pensata esistente.
Poi vennero: movimento, tempo e pulsione. Ed il primo termine fu l’ultimo amore, sorto per la realtà immaginabile del corpo che, se si muove, viene percepito dalla coscienza in movimento. Ma seppi subito che era rapporto con lo spazio.
Non avevo mai avuto rapporto con lo spazio perché, ero indifferente nel rapporto con la realtà materiale percepibile. L’avevo, evidentemente, confinata alla sopravvivenza del corpo, alla soddisfazione dei bisogni.
Ero ormai lontano, dopo vent’anni, dall’idealizzazione del comunismo la cui proposizione teorica era togliere il sadismo dal rapporto interumano ed alleviare la sofferenza del corpo. Cercavo altro, il misterioso inconoscibile della mente umana.
Non conoscevo Freud, ma l’idea che “tutti i mali del mondo” dipendono da noi stessi, era inaccettabile. Deduco che la mia mente non era alterata, nel suo pensiero, dalla depressione. Poi venne l’orrore nella lettura dei suoi scritti, in cui era palese la dissociazione mentale.
Avevo visto e compreso che, nella storia del rocchetto, fondamentale era il termine: sparizione. Freud pensò soltanto alla distruzione. Sparizione è legata ai termini: esistenza o non esistenza.
Non aver compreso la differenza significa non avere più nessuna possibilità di interessarsi di realtà non materiale umana, ovvero del pensiero. Il legame con la realtà materiale diventa l’unico rapporto con la realtà umana. Ed il corpo è tutto, non esiste nessuna idea che la vita umana è: esistenza del pensiero.
E, per la coscienza, il pensiero è soltanto linguaggio articolato. Il linguaggio articolato è linguaggio imparato. Non sarebbe possibile dare un nome a realtà nuove mai pensate, che non avevano identità verbale.

Ma mi rendo conto che sto girando intorno ad un’altra parola che, pur scritta con un senso nuovo, non ha ancora la sua identità. La conosco fin dall’inizio, ho sempre detto che la fantasia di sparizione è legata ad essa.
Il termine verbale, in uso da sempre, è tempo. Da sempre la certezza della sua esistenza sta insieme alla certezza della sua incomprensibilità. Accanto alla sua esistenza sta l’idea che non è mai lo stesso di prima. Ma nella storia, nessuno ha mai pensato che la vita si ha quando inizia il tempo della propria vita.
Nel vedere l’inizio della vita umana nel respiro la categoria è sempre quella dello spazio. La stessa che riguarda il feto ed il suo sviluppo endouterino. Il pensiero prevalente è sempre lo stesso, non c’è nessuna differenza tra realtà del feto e realtà del neonato.
Il rapporto dell’essere umano con il mondo è una realtà materiale che è legata con lo spazio. Forse perché viene visto come infinito. Il tempo per un essere umano è palesemente finito avendo esso un inizio ed una fine.
E così penso che è stata sempre la difficoltà dell’essere umano di pensare la realtà non materiale. Ha creduto a dei e spiriti, non è mai riuscito a pensare la realtà non materiale come espressione del corpo.
Certamente perché, nell’essere umano, esiste il pensiero del sonno che non ha linguaggio articolato che indica le cose, dando un nome ad esse. O, forse, perché il linguaggio articolato si impara, prima udendo le parole, poi vedendo la scrittura.
Siamo così costretti a pensare, che la realizzazione della scrittura chiede una ricreazione più profonda.

Ma, forse, approfondendo la ricerca, ricordo che, quando scrissi di fantasia di sparizione, dissi “la vitalità deve essere inferiore alla violenza del mondo non umano che uccide il neonato”.
E torna la logica che è stata sempre la colonna portante della ricerca. Ed essa diceva “se il feto avesse maturato la capacità di difendersi dal mondo non umano, non  farebbe la fantasia di sparizione”.
“Se non fa la fantasia di sparizione non fa l’immagine e la memoria dell’esperienza avuta dal feto nel contatto con il liquido amniotico”.
Così l’essere umano non avrebbe, per natura, il sentire interumano che è un oltre quella sensibilità biologica che è udito fisiologico e fisiologia degli altri quattro sensi. L’essere umano, diversamente dagli animali, ha un primo anno di vita che farà la sensibilità nel rapporto interumano, che non è soltanto rapporto di realtà materiale.
Ed ora non riesco a fare la memoria che mi avrebbe detto del dramma dell’obbligo di essere, esseri umani. Quest’obbligo sta nella necessità, per il neonato, di basare la sua realizzazione di adulto sul rapporto fin dall’inizio della vita, con un altro essere umano.
La carenza di vitalità, alla nascita, è molto fisica, ed è legata alla sopravvivenza del corpo.
Ed è ovvio. Il corpo è il fondamento dell’identità mentale umana. Da esso, essa nasce e si sviluppa, insieme alla realtà mentale.
Avevo scritto della necessità della carenza di vitalità ma, in fondo, le parole “si nasce sani” avevano avuto la prevalenza. Dovevo meglio precisare che la carenza è fisiologica e non malattia.
È fisiologia che ci si realizzi nel rapporto interumano anche se, crescendo, si diventa sempre più autonomi ed autosufficienti. Ma è importante stabilire che la natura umana non è del narcisismo senza affetti, profetizzato dal solito “imbecille” che dice che il neonato è come un narcisista schizofrenico.

Mi sembrò un dramma che inficiava l’idea della felicità della nascita, visualizzare la carenza di vitalità. Sarei caduto nell’idea della natura umana perversa, con l’ideologia religiosa del peccato originale.
È perversa l’idea della cattiveria naturale umana. La carenza è nella naturale impotenza della prole inetta, propria della specie umana. E si colloca nel fatto che la realizzazione dell’individuo è basata sul rapporto con i propri simili. E l’impotenza non è malattia.
Ma, ancora di più, è lecito pensare che la socialità umana è naturale dal momento che la certezza dell’esistenza di un altro essere umano è propria della nascita. E vedo che fu saggio chiedersi perché, nel logos occidentale e nella religione cristiana e… nella psicoanalisi, il bambino viene considerato animale, cattivo peccatore, polimorfo perverso.
E, non ricordo quando la mente mi disse “fascinans et tremendum”, che il problema fondamentale del pensiero dell’essere umano era la sua propria nascita.
Facile pensare all’angoscia della morte ma l’osservazione di alcuni vecchi centenni in cui non si notava nessuna angoscia della morte imminente, mi suggerì di pensare che un’idea, che si esprime con le parole “mancato funzionamento del cervello”, si riferiva all’assenza dell’attività psichica.

Allora è soltanto la parola «diverso» che determina la crisi dell’identità umana che somiglia alla pazzia. Odio, rabbia, violenza fisica, senza motivo.
Ed un giorno vidi che il malato non era odiato e non veniva ucciso. La massa era favorevole che il malato venisse curato fin dai tempi degli stregoni.
Il pensiero comune era, quindi, che la malattia non rendeva l’uomo diverso. Diverso, non è come gli altri. Ed io guardavo che il giallo non era come il nero, ma vedevo un essere umano uguale. Il colore della pelle, evidentemente, non era importante.
E pensai che il colore della pelle non era la manifestazione di identità diverse e non pensavo ad una identità fisica che, in ogni luogo del mondo, era uguale per tutti, ma ad una identità culturale.
E vennero le parole forti. È il pensiero diverso, che fa l’identità mentale, che scatena l’odio feroce che vuole uccidere. Ed ancora non è chiaro se è il pensiero diverso nei riguardi del mondo naturale non umano o della realtà mentale umana.
Così sono costretto a pensare che il rapporto interumano si basa sulla realtà interiore. La fanno diventare realtà del corpo e dei vestiti.
Come se tutto diventasse colori e forme, come se non riuscissero a comporre le parole che esprimono il loro pensiero e le loro volontà.

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