IL “CATACLISMA” LACAN. INTERVISTA AD ANTONIO DI CIACCIA (2007)

di Doriano Fasoli, Il Caffé illustrato, luglio-ottobre 2007

1. Professor Di Ciaccia, quando e in quale occasione ha conosciuto personalmente Lacan?

Alla fine degli anni sessanta ero andato a studiare psicologia all’Università di Lovanio in Belgio. All’epoca, nell’Università non si faceva altro che parlare di Lacan, e l’ambiente che frequentavo era composto di giovani attratti dalla psicoanalisi. Con questi compagni mi ero iscritto alle Giornate dell’Ecole freudienne de Paris nell’autunno del 1971, giornate di studio che, come era suo solito, Lacan voleva aperte a tutti e non riservate agli psicoanalisti. Alla fine di una mattinata, dopo l’intervento di Safouan, se non ricordo male, durante il dibattito, mi feci coraggio e chiesi la parola. Coraggio che poi mi sarebbe mancato per diversi anni. Al microfono dissi qualcosa. Lacan stava uscendo dalla sala, dalla parte opposta, molto lontano. La sera, durante il rinfresco nei locali dell’Ecole freudienne de Paris, in rue Claude Bernard, vedo a un tratto vicino a me Lacan che cammina tra la folla dei presenti. Gli prendo la mano per salutarlo. Lui si gira, mi guarda e mi chiama per nome. Stupito, gli chiesi come sapesse il mio nome. Mi rispose che ero io ad averlo detto quando avevo parlato alla fine della mattinata. Mi disse: Lei ha detto che un analista non è un analista davanti alla propria donna. Era infatti la frase che avevo pronunciato: “Mi dica, mon cher, che cosa fa nella vita?”. Gli risposi che ero studente di psicologia all’Università di Lovanio e che ero prete. Le mie parole gli procurarono come una subitanea gaiezza. Prêtre? Etudiant à Louvain? Tra giorni sarò a Lovanio e mi piacerebbe che lei partecipasse agli incontri che vi farò. Ma io non sono analista“, gli risposi. “Et alors?“, fece lui. Arrangiò egli stesso la cosa. Seduta stante andò a cercare tra i presenti Antoon Vergote, che era in compagnia di Alphonse De Waelhens, ambedue famosi professori dell’Università di Lovanio. Vergote, all’epoca presidente dell’Ecole Belge de Psychanalyse, dovette cedere, dopo vane resistenze, alla richiesta esplicita di Lacan che io fossi presente a questi incontri. Cosi cominciò la mia avventura con lui.

2. Da un punto di vista intellettuale che cosa ha rappresentato Lacan nella sua vita? è con lui che si è sottoposto ad analisi?

Per me l’incontro con Lacan è stato un cataclisma. Salutare. Benefico. Vitale. Dal punto di vista analitico la mia avventura con Lacan iniziò qualche tempo dopo ed è durata fino alla sua morte. Dirò solo questo: Lacan come analista ti faceva scoppiare nella più reale crudezza le impasse del tuo proprio desiderio, ma non ti lasciava mai cadere. Penso aver detto abbastanza su questo argomento. Comunque se qualcuno si divertisse a saperne di più, mi permetto di rinviare a un breve testo che ho scritto per un volume edito da Seuil e tradotto in italiano da Astrolabio1.

3. Freud era stato allievo di Brentano… E chi è stato il maestro per eccellenza di Lacan o da lui riconosciuto come tale?

È Lacan stesso a indicare come “il nostro unico maestro in psichiatria2, Gaétan G. de Clérambault, lo psichiatra che dirigeva l’infermeria speciale della Prefettura di Parigi quando il giovane Lacan vi faceva il suo apprendistato. Era sicuramente il posto migliore per un giovane medico psichiatra per occuparsi di soggetti malati e vedere la follia manifestarsi senza veli. Ma de Clérambault non gli fu solo maestro per averlo guidato nel suo primo approccio con i malati mentali, poiché  aveva sviluppato tra l’altro una teoria sulla sindrome di automatismo mentale – che sono dei fenomeni psichici vissuti ma non riconosciuti da un soggetto come suoi – che per Lacan sono un’illustrazione del funzionamento inconscio nell’essere umano, come pure egli aveva elaborato uno studio accurato del delirio erotomane – in cui un soggetto è convinto di essere l’oggetto dell’amore e della passione di un personaggio pubblico e importante, una star, un vip, ecc. – e che Lacan indicherà come un tratto peculiare di certe forme di psicosi. Sarebbe riduttivo però limitarsi al solo de Clérambault. Perché Lacan era sì medico e psichiatra, ma era soprattutto psicoanalista. In questo settore non si può dire che il suo analista, Loewenstein, gli fu maestro. Ma Freud sì. Freud gli fu più che maestro, perché il nome di Freud è l’indice stesso del campo in cui Lacan ha sviluppato tutto il suo insegnamento. Tuttavia non poche volte Lacan riconosce di essersi ispirato, di aver attinto, di riferirsi all’opera di grandi maestri. Non solo i grandi del passato: da Platone a Plotino, da Aristotele a san Tommaso, da Cartesio a Kant e via dicendo, ma anche dei suoi contemporanei. Si veda il ricorso a Jaspers nella sua tesi di dottorato per liberarsi di un eccessivo psichiatrismo, a Lévy-Strauss per aprirsi a certe prospettive sul simbolico, a Kojève il cui insegnamento lo introduce a Hegel, al ruolo stesso che fa giocare a Marx sulla scoperta del sintomo freudiano e che potrà sembrare di primo acchito un’astruseria, mentre in realtà è di una grande, immensa, attuale importanza.

4. Qual è la sua opinione sul libro di Mikkel Borch-Jacobsen, “Lacan, il maestro assoluto” (tradotto in Italia da Einaudi), che ripercorre pazientemente tutto l’arco della riflessione lacaniana?

Lo conosco ma, sebbene come lei dice ripercorra l’arco della riflessione lacaniana, penso non colga ciò che è fondamentale nell’insegnamento di Lacan, il quale non porta verso un’erudizione ma verso un’incarnazione di ciò che fa la passione dell’uomo. Ora, a mio parere, questo libro erudito non coglie ciò che fa la passione dell’uomo. Per questo non mi stupiscono due cose. La prima è questo strambo titolo: Lacan, il maestro assoluto. Che titolo è? Che vuol dire? È  forse un titolo consono per colui che ha posto al centro del suo insegnamento che l’Altro, il grande Altro, è strutturalmente barrato? La seconda cosa che non mi stupisce è il fatto che questo professore abbia contribuito a quell’attacco contro la psicoanalisi che è il Libro nero della psicoanalisi3. Come ricorda Elisabeth Roudinesco nell’Anti libro nero, si tratta di un autore che “fa parte della scuola revisionista americana, quella dei ‘distruttori di Freud’4.

5. Quali altri culture, oltre il sapere psicoanalitico, entravano in gioco nel pensiero di Lacan?

Questa domanda richiede almeno due risposte. La prima è questa: fin da giovane Lacan manifestò una curiosità intellettuale senza pari. Adolescente, si interessò a Spinoza; da giovane, frequentò l’ambiente parigino di Joyce; fu amico di Salvatori Dalì, dei surrealisti, di Picasso. Anche da medico, psichiatra e psicoanalista, coltivò interessi al di fuori del suo campo: ebbe contatti e conosceva i lavori di scrittori, saggisti, filosofi e intellettuali provenienti dagli ambienti più diversi, come Géorges BatailleJean-Paul SartreAlbert CamusRaymond QuénauPierre Teihard de ChardinMaurice Merleau-PontyRoman JakobsonMartin Heidegger e via dicendo. Egli rimase sempre aperto a quanto l’altro poteva portargli come sapere. In un certo senso fu anche ricambiato, poiché  diversi intellettuali, e non sono analisti, assistettero un certo tempo al suo seminario, cito tra gli altri André  GreenJean HyppolitePaul RicoeurMichel de CerteauPhilippe SollersJulia Kristeva, eccetera. La seconda risposta necessita una precisazione nella domanda: secondo Lacan quali sono i saperi che sono necessari alla formazione dello psicoanalista? A una domanda formulata in questo modo avevano già risposto degli analisti anglosassoni, memori del fatto che Freud stesso, per illustrare quel complesso che prende l’essere umano fin dalla nascita, abbia fatto ricorso all’Edipo di Sofocle, o che per illustrare altri aspetti del funzionamento inconscio si sia rivolto a scrittori come Heine o Goethe. La letteratura è necessaria dunque alla formazione dello psicoanalista, e con essa le varie manifestazioni della cultura, perché illustra, anzi insegna, vari aspetti di quello che comunemente viene chiamata psiche. A questo riguardo, Lacan stesso per illustrare il desiderio inconscio si appoggia sull’Amleto di Shakespeare5 o addirittura si fa guidare con mano da Joyce, come fosse il suo Virgilio, nel suo ultimo insegnamento sul sintomo6. Lacan amplia però a dismisura i campi che l’analista in formazione deve affrontare. E lui stesso ci obbliga a occuparci di questi campi se vogliamo seguire il filo del suo insegnamento. Così troviamo un costante ricorso ai vari saperi: oltre evidentemente alla psichiatria e alla letteratura classica psicoanalitica, non solo quella freudiana, troviamo in Lacan che la sua elaborazione si intreccia con la filosofia – che è una novità rispetto a Freud – con la linguistica, l’etnologia, la sociologia, la logica, la teologia stessa e perfino la matematica e infine la topologia. Ma a che cosa servono tutti questi saperi? Perché lo psicoanalista deve coltivarli? Per comprenderlo bisogna considerare che, secondo Lacan, l’inconscio freudiano non è un ineffabile o uno stato affettivo di cui non si può dire o sapere nulla. Noi sappiamo o ipotizziamo almeno una cosa: che il sintomo psichico che ci fa soffrire debba avere un senso. È  proprio su questa scia che ci indirizziamo a uno psicoanalista sperando che la sua interpretazione abbia un effetto sul sintomo. Dire questo vuol dire in parole povere quello che Lacan dice nel suo famoso aforisma: l’inconscio è strutturato come un linguaggio. L’importante qui è il “come”. Secondo Lacan, Freud afferma – e la clinica psicoanalitica attesta – che il sintomo cede, si modifica, si sposta, diminuisce o addirittura aumenta in risposta all’interpretazione dell’analista. Se è così, vuol dire che l’inconscio è un sapere, anche se è un sapere diverso da quello conscio. Anche se inconscio, è un sapere fatto della stessa stoffa degli altri saperi. Questa è l’ipotesi di fondo perché ci possa essere psicoanalisi. In parole povere, quando il sintomo è un fatto medico, e cioè è una disfunzione dell’organismo, allora bisogna intervenire a livello dell’organismo, con la farmacologia o la chirurgia, per esempio. Non è questo il campo proprio della psicoanalisi. Ma quando il sintomo è un disagio che si presenta in modo ripetitivo e si mette a far segno al soggetto che qualcosa non va – per esempio se un soggetto non riesce ad allacciare un legame con un partner e ogni volta la faccenda va male, sempre allo stesso modo, anche se le situazioni sono completamente differenti – allora abbiamo a che fare con un sintomo che fa segno al soggetto, ed è il campo proprio della psicoanalisi. Per ritornare alla questione dei saperi, lo psicoanalista ricorre a tutti i saperi che da lui possono essere conosciuti, proprio per avvicinarsi al massimo al sapere “inconscio”. Perché l’analista ricorre a un simile stratagemma? Perché l’essere umano non ha uno strumento specifico per affrontare il sapere inconscio e il suo stesso pensiero è inadeguato. Deve fare una deviazione. Lei mi dirà: ora arrivano le neuroscienze e si capirà tutto. Calma. Il sapere neuroscientifico potrà sicuramente portare il suo contributo in questa faccenda, ma se pretende di svelare l’inconscio – l’inconscio come lo intende Freud naturalmente, – allora o ci riesce, e allora tutta la teoria freudiana era una panzana, o non ci riesce, e deve fare un passo indietro. Per ora le scoperte delle neuroscienze o anche tutte le ricerche della cosiddetta psicologia scientifica chiariscono cose che sono agli antipodi dell’inconscio freudiano: uno è al polo nord e le altre al polo sud. C’è chi lo confonde, ma generando un grande pasticcio.

6. Lacan ha definito la sublimazione come l’articolazione tra il soggetto e la “cosa“. Può dire con parole semplici cos’è  questa “cosa“?

Se parlassi con un collega lacaniano, basterebbe dire che la “cosa” è ciò che resiste a ogni significantizzazione. Linguaggio da specialisti. E non è quello che lei mi chiede. Se parlassi con un collega freudiano, direi che la “cosa” – o meglio, come la chiama Freud, das Ding – è strettamente collegata con quel famoso oggetto perduto, che ricerchiamo sempre tutta la vita anche se non è mai esistito: si tratta insomma, per rimanere nei termini edipici, di quel mitico godimento che avremmo avuto se la madre fosse stata tutta per noi e non fosse venuto quel rompiscatole di padre a riattivare su di sé il desiderio della madre. Ma anche questa è una lettura da specialisti, anche se mitica. Cerco di parlarne a modo mio. Prendiamo la cosa prima di tutto a quel livello che la filosofia ha saputo affrontare da secoli. Al centro di noi c’è una zona in cui non sappiamo che cosa dire né come andarci. Prendiamo a mo’ di esempio questa semplice domanda: chi sono io? Qualunque cosa io dirò per rispondervi non farà altro che dire qualcosa che dice di me, che gira intorno a me e che non sono io. Posso dire che sono figlio di Tizio e di Caia. Ma anche i miei fratelli lo sono. Posso dire questo o quest’altro, ma non arrivo mai a nominare il mio essere. Tanto che posso dire al contempo – come capita a tutti – che sono un genio e sono un cretino. Ma anche se fossero vere tutte e due, queste definizioni che mi do, non dicono affatto chi sono io. Al centro di me, al più profondo di me c’è  silenzio, c’è  un vuoto, c’è la più profonda alterità, come già  sant’Agostino aveva finemente percepito. La questione si raddoppia con l’interrogativo: che cosa sono io? O meglio ancora, che cosa sono io per te? Domanda indirizzata alla madre, al padre, al coniuge, al figlio, all’amante eccetera. Anche qui non sappiamo la risposta e ci aspettiamo che l’altro ce la dica. Di solito ci aspettiamo che la risposta sia segno d’amore. L’amore ci assicura che abbiamo un posto, per esempio, nel cuore dell’altro. Se manca l’amore perdiamo la bussola. E addirittura ci può sembrare che tutto perda senso. Non sappiamo più chi siamo, che cosa siamo. E non c’è più gusto alla vita. Insomma, al di là del fatto di sapere se si tratti di un bene o di un male, questo vuoto, questo silenzio, questo non-senso, per l’essere umano, è strutturalmente centrale. Ora, cosa rivela il processo analitico, e cioè il fatto di attenersi alla regola fondamentale che è quella di dire qualunque cosa venga in mente in analisi? Ci rivela che il soggetto dirà, che se ne accorga o no, tutte le sue rappresentazioni – tutti i suoi significanti diciamo nel gergo lacaniano – le quali si metteranno a girare come in un vortice attorno a un vuoto di rappresentazione, vuoto che li aspira e che funziona, se posso utilizzare quest’immagine che vale quel che vale, come quella del famoso buco nero in cui finiscono le galassie. Tutta l’analisi gira intorno a questo buco nero, che ha due versanti. Primo versante: tutto quello che io penso di me non dice chi sono io, ma gira intorno a questo buco centrale che lo aspira. Ma, secondo versante, anche tutti gli oggetti – soprattutto le persone – che io vorrei, che io desidererei, che potrebbero farmi godere, da cui vorrei essere amato, girano attorno al quel famoso oggetto freudiano di cui parlavo prima, che è un godimento mitico, mai esistito, eppure di cui ho continuamente fame, che voglio, che esigo e che urlo davanti al mondo il diritto per averlo. Questo buco nero, dunque, ha due versanti. Che disgrazia!, mi dirà lei. È quello che canta il coro di Sofocleche non fossi mai nato! La psicoanalisi, la potenza della psicoanalisi, è quella di rovesciare questo buco nero affinché  il soggetto vi ritrovi, non solo che la verità del suo essere è proprio li, ma che è da li che egli potrà, umanamente, desiderare e, umanamente, godere. La “cosa” è il nome dato a un primo approccio a questo buco nero.

7. Da dove nasce l’interesse di Lacan per l’Anamorfosi?

Che cos’è un’anamorfosi? Ci sono degli affreschi, dei quadri – prendete il volume di Baltrusaitis7 – addirittura dei fumetti, in cui voi vedete una certa cosa, per riprendere un’illustrazione di Arcimboldo, per esempio, voi vedete una natura morta, con una ciotola, cipolle, carote e insalate varie, ma se girate il quadro vi vedrete la figura di un ortolano8. Lacan ricorre all’anamorfosi perché illustra bene quel rovesciamento di veduta che si ha e si dovrebbe avere in analisi. L’anamorfosi princeps che egli usò, la troviamo nel Seminario I Quattro concetti fondamentali della psicoanalisi9 ed è il quadro Gli ambasciatori dipinto da Hans Holbein il Giovane nel 1533 che si trova a Londra nella National Gallery. In questo quadro c’è  un oggetto strano, sospeso, obliquo, come una specie di siluro davanti ai due nobili personaggi. Guardando il quadro, questa “cosa”, vi dà fastidio. È un hapax per un quadro così compito come può essere un’opera di questo grande artista, pittore alla corte del re Enrico VIII d’Inghilterra. Nella sua magnificenza, però, il quadro ripropone la vero valore del mondo: ci sono raffigurati tutti gli oggetti che nella pittura dell’epoca raffigurano i simboli della vanitas. Ma come sono belli da vedere questi simboli della vanità del mondo! Solo quella specie di osso di seppia che sta di traverso disturba e non è bello da vedere. Ma che cos’è ? Che ci sta a fare? Per saperlo, bisogna uscire dalla stanza e girarsi. Se si è nell’angolazione giusta si vedrà la verità del quadro: è un teschio. Il quadro dice la verità di tutta questa magnificenza: la verità è la morte. Ognuno di noi si trova nella propria vita come in un’anamorfosi: crediamo di essere in un circo e invece siamo in un’arena, come dice Henri Miller da qualche parte. Anche se Lacan direbbe il contrario: crediamo di essere in un’arena, invece siamo in un circo. Ebbene, la “cosa” – per riprendere la domanda precedente – si presenta nella vita sempre come un’anamorfosi. Della “cosa” non si può avere una visione diretta. Il lavoro dell’analisi è, per Lacan, quel lavoro che ti permette di occupare correttamente quel posto da cui puoi vedere che cos’è  quella “cosa” che ti inquieta ma che è il centro del tuo pensiero e della tua vita stessa.

8. Nel 1955, a Pasqua, Lacan si recò a Friburgo in compagnia di Beaufret, per incontrare Heidegger. Costui, riferisce Beaufret, sembrò abbastanza turbato dalla questione del transfert come relazione affettiva del paziente con l’analista e, rivolto a Lacan, gli chiese: “Ma il transfert?“ Al che Lacan rispose: “Il transfert non è ciò che comunemente si dice, ma incomincia con la decisione di rivolgersi a uno psicoanalista”. Il transfert, tradusse in buon tedesco Beaufret, non è che un episodio interno alla psicoanalisi, la sua condizione a priori. Condivide la risposta di Lacan?

Evidentemente le lunghezze d’onda non erano sintonizzate. Lacan dice fischi e Beaufret capisce fiaschi. Ignoro che cosa abbia pensato Heidegger. Certo, sarà rimasto perplesso. La cosa richiederebbe una lunga trattazione, ma cercherò di essere chiaro anche se succinto. Ogni volta che un essere umano si rivolge con la bocca, o con quel che si vuole, a un altro, si verifica chiamiamola così, un’interdipendenza. Interdipendenza che non è mai equilibrata – anche se la si vorrebbe equilibrata. La parola, come ogni forma anche non verbale di comunicazione – il sorriso del lattante per esempio – richiede risposta, anche non verbale (Questo lo dico per sfatare quella grande panzana che riduce il linguaggio al solo verbale). Si crea così un campo in cui la fa da padrone la suggestione. Si tratta di quella suggestione corrente che la parola come tale porta con sé. Diciamo: me l’ha detto il medico, e quindi è vero; l’ho letto sui giornali, e quindi è vero; l’ha sentito alla televisione, e quindi è vero. Tutta la pubblicità sfrutta questa vena. Ora, per una sorta d’improprietà c’è una confusione tra la suggestione e il transfert. Diciamo che, impropriamente, vengono chiamate transfert tutte quelle forme di suggestione in cui interviene direttamente un altro essere umano a cui il soggetto si indirizza in un modo qualunque e che occupa per il soggetto un certo posto: medico, insegnante, giudice, prete eccetera eccetera. Su questa linea evidentemente c’è  anche lo psicoanalista. Per questo possiamo dire che il transfert viene – normalmente almeno – in modo automatico. Per farmi capire, dirò che il transfert è come un ramo innestato su un tronco che si chiama suggestione. Il giovane psicoanalista si meraviglia che questo transfert-suggestione si metta in moto e crede che sia grazie alla sua capacità. Se pensa così, è come l’asina – per riprendere una metafora cara a Lacan – che crede che la gente che si inginocchia al suo passaggio lo fa per lui e non per il Sacramento che trasporta – come succedeva nei tempi andati. Certo, più l’analista è stato poco analizzato, più è infatuato di sé, e più è esposto a dire e fare enormi schiocchezze. Qui, per aprire una parentesi, si profila l’importanza delle Scuole o delle Società di psicoanalisi che riportino l’analista a terra dal suo iperunanio. L’analista deve dunque sapere che il transfert è un ramo innestato sulla suggestione, ma deve anche saperle tener distinte – cosa che nemmeno Freud è riuscito sempre a fare. Che cos’è la suggestione? È l’effetto immediato e automatico della parola nel campo intersoggettivo. Che cos’è il transfert? Il transfert è l’analisi della suggestione10. Ora però quando ci si indirizza all’analista ciò che è messo in moto è la suggestione, che potrebbe trasmutarsi in transfert se l’analista sa stare al suo posto. Tocca quindi all’analista – rinunciando nel modo più assoluto, categorico, imperativo, inderogabile a quel potere che il paziente gli conferisce – tocca dunque all’analista di operare in modo tale che ci sia effettivamente analisi della suggestione. Solo allora si può parlare, correttamente parlando, di transfert. E quindi, in questa prospettiva, l’ambito del transfert è eminentemente quello analitico.

9. Alla morte di Lacan, ci sono state delle lacerazioni, delle lotte intestine: secondo lei, chi ne ha raccolto “legittimamente” l’eredità?

Mi permetta di dirle che la domanda è equivoca. Se lei mi chiede se Lacan ha affidato la sua opera scritta e parlata a qualcuno e chi sia questo qualcuno, la risposta è chiara, anche se è stata messa in discussione da un certo numero di persone che addirittura ha fatto ricorso al giudizio del tribunale di Parigi. Il quale del resto non poteva fare altro se non attenersi alle chiare indicazioni testamentarie di Lacan: la persona indicata da Lacan è Jacques-Alain Miller. Direi, su questo aspetto, non c’è  nient’altro da dire. Se lei mi chiede chi è colui che si possa dire eticamente erede, credo che la domanda non possa avere che una risposta: è eticamente erede non chi vanta dei diritti ma chi sa stare al passo dei doveri, non già che Lacan o Freud richiedono, ma dei doveri che la struttura dell’inconscio richiede. In questo senso noi diciamo che Lacan è stato l’erede etico di Freud. Penso che sia compito di ogni analista essere all’altezza ed essere eticamente responsabile di quel lascito che è la psicoanalisi e di quel compito che è la pratica clinica della psicoanalisi.

10. L’attività clinica era ritenuta fondamentale da Lacan?

Lacan è conosciuto come lo psicoanalista filosofolo psicoanalista linguista eccetera eccetera. Lacan invece era essenzialmente un clinico. Mi dispiace ripetermi, ma tutto, proprio tutto lo scibile era per lui in funzione affinché potesse essere illuminato l’operazione analitica a livello della clinica. La clinica era dunque essenziale. In fondo che cos’è  la clinica? È  il trattamento della “cosa”. Questa “cosa” che come esseri umani ci travaglia, ci inquieta, ci tormenta, ci fa sognare, ci fa delirare, ci fa impazzire, ma anche ci fa inventare e ci fa creare. In che modo si manifestava questa pratica clinica di Lacan?, mi chiederà lei. Pochi sanno che mantenne per tutta la vita e tutte le settimane una pratica molto diffusa nella psichiatria francese, come del resto in quella tedesca, della presentazione dei malati che egli faceva all’ospedale di Sante-Anne. Ognuno sa che Charcot le faceva all’ospedale della Salpêtriere e Freud vi aveva assistito. Lacan dunque ascoltava e parlava con un malato alla presenza di una piccola schiera di clinici. Non ebbi la fortuna di assistervi, ma chi la ebbe riferisce non solo di un tatto unico, di un saper dosare le parole affinché dicano e non feriscano, insomma sapeva creare un incontro unico con il malato – e si trattava di malati gravi – di cui a volte seguiva successivamente il decorso attraverso lo psichiatra che l’aveva assistito nell’incontro. È un aspetto della clinica che chiamerei psichiatrico-psicoanalitica di Lacan. Ma non era affatto da meno in quella che chiamerei la clinica psicoanalitica per eccellenza e cioè nel maneggiamento del transfert. Uso volentieri questo termine di maneggiamento perché indica il contrario dell’intellettualismo: nella cura analitica egli era presente, terribilmente presente, attivo nella più perfetta passività. Frase che potrà sembrare oscura. Cercherò di chiarirla. Che cos’è che si percepiva in lui in modo imperioso? Come una pulsione affiché tu, paziente, affronti la tua “cosa” senza più ricorrere ai fingimenti del tuo sintomo. Ma questa pulsione era totalmente silenziosa: la sua parola, il suo gesto, il suo esserci non serviva mai né  a dirigere né  a consolare né  a consigliare, ma indicava le impasse in cui facevi finta di andare, dove dicevi di voler andare – per esempio andare verso la soluzione del tuo sintomo – mentre andavi dalla parte opposta. In fondo una cosa lo psicoanalista deve sapere: che il paziente che gli chiede la guarigione non è detto che la voglia: si sta tanto bene nel brodo del proprio sintomo che non si vede perché disfarsene! Lacan sapeva incarnare quest’istanza etica che tu, soggetto, sei responsabile del tuo inconscio. Questo che dico lo ho appreso da lui quando ero un suo caso clinico. Ma è anche ciò che mi permette d’incarnare – spero volta per volta – la funzione analista.

11. In cosa consiste la distanza che Lacan prende da Freud, al quale tuttavia si richiamerà esplicitamente sino alla fine dei suoi giorni?

Il campo della psicoanalisi è e rimane quello freudiano. Se non è più freudiano non è più analitico. Che cos’è  il campo freudiano? È  quel campo in cui viene messo sul tappeto un fatto strano, stranissimo, vero scandalo per l’io cosciente: che in me, essere pensante, c’è  non solo una forza, ma una forza organizzata, che mi fa fare determinate cose senza che io le voglia, come fa il sintomo che si ripete beffandosi dei buoni propositi che posso avere. Questa forza si ripete a suo piacimento: coazione a ripetere, la chiamò Freud. La lettura che Lacan fa di Freud qui si distingue dai postfreudiani: per Lacan ciò che importa in primo luogo – non che non sia importante in un secondo luogo – non è che cosa questa forza trasporta ma “in che modo” la trasporta. Come la trasporta? Risposta: la trasporta come in un discorso si trasporta la parola. Da qui la famosa frase di Lacan: “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Fin qui possiamo dire che Lacan interpreta Freud. Ma Freud però è come Mosé che portò il popolo d’Israele fino alle soglie della terra promessa, ma non ci mise piede. Qual è questo terra promessa che Freud seppe indicar senza però metterci piede? È il campo del godimento, che possiamo chiamare – come Jacques-Alain Miller ha titolato un capitolo del Seminario Il rovescio della psicoanalisi11 – il campo lacaniano. Ecco perché Lacan resta freudiano anche quando si inoltra in una terra inesplorata com’è quella del godimento.

12. Quale era l’identikit politico di Lacan?

Se ricordo bene Jacques-Alain Miller disse una volta che Lacan votava De Gaulle. Era però molto, molto interessato alla sinistra.

13. è utile lo studio della medicina per uno psicoanalista?

Si certo. Anche chi non è medico dovrà conoscere degli aspetti prettamente psichiatrici, e affrontarli con competenza. Ma non bisogna cadere in uno scientismo medico che farebbe pensare che la medicina sia la panacea di ogni male. È utile anche lo studio della psicologia. Ma anche qui bisogna guardarsi dallo scientismo psicologico che si sta rivelando ancora più dannoso.  Nella pratica clinica sia la medicina che la psicologia dovrebbero essere un’arte più che una scienza. Comunque il medico e lo psicologo che voglia diventare psicoanalista una buona lettura nel campo della filosofia non solo non gli farebbe male, ma gli acconsentirebbe di non cadere in certi eccessi. Come ho già detto, Lacan richiede comunque allo psicoanalista in formazione di cimentarsi in settori ancora più ardui. Cito, a mo’ d’esempio, la topologia, così come la definisce Eulero nel 1736, e che Lacan utilizza – al contrario di Freud che ricorre a una topica – per mostrare il modo in cui si congiungono il soggetto, l’Altro e l’oggetto; il modo in cui si articolano il linguaggio e il godimento; il modo in cui per l’essere umano si annodano l’immaginario, il simbolico e il reale; dove si piazza il sintomo in tutto questo, eccetera eccetera.

 14. Fichte si spinse a dire che la fortuna del padre della Critica“, Kant, in larga parte si doveva alla sua oscurità… C’è  chi ha sostenuto lo stesso argomento a proposito della notorietà di Lacan… Secondo lei, Lacan amava davvero sorprendere con l’estro della enigmaticità? Fece davvero dell’enigma una prerogativa del suo pensiero? Perché lo stereotipo che più frequentemente viene associato alla figura di Jacques Lacan è proprio quello di un autore ambiguo e impenetrabile…

Mi capitò un giorno di dirgli, nel suo studio, che a volte non capivo un’acca di quanto insegnasse nel suo celebre seminario – che ho tuttavia seguito dal 1971 fino alla fine – e che trovavo ostici i suoi scritti. Mi guardò con aria sorpresa e mi rispose: “Pourtant, je suis tout à fait clair“. Lo guardai con un’espressione di tale sbigottimento che si mise a ridere, come a volte faceva. Lì per lì pensai che si prendesse gioco di me. Evidentemente mi ci sono rotto la testa sugli scritti e sui seminari di Lacan. Ho avuto anche la fortuna d’incontrare colui che Lacan chiama “il mio unico lettore“, Jacques-Alain Miller, il quale, nei suoi corsi, è riuscito e riesce a dare quelle chiavi di lettura che illuminano un testo, ne rivelano le linee di forza, ne precisano il contesto. Personalmente credo che tutta l’opera di Lacan rimarrebbe oscura senza questo lavoro da certosino di Jacques-Alain Miller. Ma a parte quest’aspetto, la sua domanda rimane pertinente: Lacan coltivava l’enigma per l’enigma? Come lei sa, da ormai vent’anni curo e traduco i seminari e altri testi di Lacan per Einaudi e Astrolabio, e mi sono quindi fatto un’idea in proposito. Lacan non coltivava affatto l’enigma per l’enigma. Egli cercava di gettare un fascio di luce su ciò che, strutturalmente, rimane fuori della portata del conscio. Il suo modo di avvicinarsi a questo buco nero è come quello che usano quelle che noi chiamiamo le formazioni dell’inconscio – il sogno, il lapsus, gli atti mancati, il sintomo – ed è quello di avvicinarvici con un movimento rotatorio, a spirale. Sovente lui stesso si lamentava di non poter andar dritto alla meta, e cioè dire qual è il reale di questo buco nero. Solo la scienza, la religione, l’ideologia credono poter dire il reale di questo buco nero. In realtà non lo dicono, ma lo ricoprono.

Note
1 Cfr. J.-A. Miller e altri 84 amici, Chi sono i vostri psicoanalisti?, Astrolabio, Roma, 2003.
2 J. Lacan, Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 61.
3 C. Mayer (a cura di), Il libro nero della psicoanalisi, Fazi, Roma, 2006.
4 E. Roudinesco, “Perche’ tanto odio?”, in J.-A. Miller (a cura di), L’anti-libro nero della psicoanalisi, Quodlibet, Macerata, 2007, p. 343.
5 Cfr. le sette lezioni del Seminario VI di Lacan, Il desiderio e la sua interpretazione, pubblicato su La Psicoanalisi, n. 5, Astrolabio, Roma, 1989, pp. 9-114.
6 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XXIII. Il sinthomo (1975-1976), Astrolabio, Roma, 2006.
7 J. Baltrusaitis, Anamorfosi, Adelphi, Milano, 1990.
8 Il quadro di Giuseppe Arcimboldo, dipinto nel 1590, si trova a Cremona nel Museo Civico.
9 J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Einaudi, Torino, 1979 e 2003.
10. Cfr. in Lacan il capitolo “transfert e suggestione”, Il seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino, 2004.
11. J. Lacan, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Einaudi, Torino, 2001.

Tratto da:

http://haecceitasweb.com/2011/08/19/il-cataclisma-lacan-unintervista-con-antonio-di-ciaccia/

http://www.scoop.it/t/notizie-dall-inconscio/p/398547136/il-cataclisma-lacan-un-intervista-con-antonio-di-ciaccia

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