Contributi – Una formidabile solitudine. La Grande Madre

di Tiziana de Rogatis, leparoleelecose.it, 3 novembre 2015

Oltre che sul titolo della bella mostra, La Grande Madre (Palazzo Reale, Milano, 26 agosto-15 novembre 2015), vale la pena soffermarsi sul sottotitolo: “donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015”. La prima riflessione – mentre si passeggia nelle sale del Palazzo Reale – è quindi sul metodo: la mostra, curata da Massimiliano Gioni, racconta infatti la madre, dal Novecento a oggi, da un punto di vista visuale, iconografico (quadri, fotografie, collage, manifesti, sculture, video, installazioni…). Tutto quello che invece è produzione di parole e di racconti – il mito, l’antropologia, la filosofia, la letteratura – trova accoglienza nel Catalogo dell’allestimento, e nelle sale attraverso il gioco associativo delle immagini (o da alcune bacheche), ma non ha uno spazio proprio. Vista la densità della mostra – mi dico mentre vago per le sale riccamente allestite – non era evidentemente possibile includere tutto. Ma, continuo a considerare, come mai allora non troviamo traccia di questo immaginario così ricco e potente nei dibattiti pubblici, nelle produzioni di cultura collettiva, e ancor meno nei programmi scolastici, per esempio, o in quelli universitari?

Mi colpisce poi il nesso che il sottotitolo stabilisce tra identità femminile e materna e potere: esiste davvero nella prassi quotidiana e nella soggettività femminile contemporanea questo nesso, questa relazione forte e risolta tra queste due parti dell’esperienza (unite insieme, non dissociate) e l’assertività, l’agency? Mi pare di no. Chi visita la mostra può dunque pensare che in queste sale le artiste e gli artisti (l’esposizione offre anche il punto di vista maschile sull’universo materno) prefigurino quindi un’utopia, in senso creativo, psichico e politico… E così veniamo al titolo, omaggio implicito a Die Grosse Mutter (1956), la grande ricerca dello junghiano Neumann. Evoca ovviamente un repertorio materno che giganteggia, che si accampa con una forza e una singolarità tali da creare “un simbolismo dotato di tonalità emotiva” (Neumann). Ma in che modo? La madre rappresentata in questa mostra è polifonica e polimorfa: struggente, tenera, sensuale, sognante, avanguardista (futurista, dadaista e surrealista), smisurata, potente, fallica, spettrale, malinconica, disperata, alienata, mostruosa, viscerale. Gli aggettivi possono mutare di segno e di significato, possono opporsi tra loro, ma ciò che accomuna queste definizioni è la solitudine: questa madre non è mai in coppia. Oltre la presenza fisica delle opere d’arte alla Mostra, visualizzavo questa assenza. Mancava il padre e mancava ciò che il padre forma con la madre: la coppia (genitoriale e non). Le poche immagini – tre in tutto – che rinviano esplicitamente alla figura paterna e alla coppia sono eloquenti; spiegano cioè indirettamente le ragioni profonde di questa assenza. In una foto (Oscar Brony, La familia obrera 1968/1999), un terzetto familiare è seduto su due dislivelli: un padre contempla dall’alto del suo predellino sua moglie e suo figlio, intento a leggere. La seconda è un collage (Hermann Höch, Der Vater 1920), in cui una testa maschile è poggiata su un corpo femminile che culla un bambino; la terza (Claude Cahun, Le père 1932) è ancora una foto – questa volta di una marionetta, stesa sulla sabbia, che esibisce una punta metallica, stilizzazione di un fallo: ma subito sotto il pube, nella sabbia, è disegnata una vagina: i due scatti possono essere letti come una trascrizione visiva dell’angosciosa immagine kleinania dei “genitori congiunti”, un ibrido delle prime fantasie infantili in cui la figura materna incorpora il pene del padre.

L’aspetto a mio parere più convincente del discorso lacaniano sul materno è “la madre che va e che viene”, la madre che entra ed esce cioè dal legame con il figlio/a, la madre che si dedica al figlio/a ma aggira la simbiosi perché è costantemente richiamata altrove da un altro suo desiderio: la relazione con l’alterità e quindi (nel caso di una relazione eterosessuale) con il maschile incarnato dal padre (o dai suoi sostituti). Ma questa madre, che contiene in sé il materno e l’erotico, questa madre/donna felicemente decentrata dalla doppia relazione con il bambino e con l’altro (il padre o un’altra incarnazione del desiderio), è un precetto astratto, una chimera – per le arti visive e non solo. Ecco allora che proprio questo vuoto di rappresentazione non è un limite della mostra, ma un suo punto di forza. È un vuoto parlante, riempito cioè di significato dalla complementare espansione della madre, che – a fronte di questa assenza – non può che grandeggiare con la sua M maiuscola, non può che farsi archetipo: valore assoluto, dimensione totalizzante, esperienza che si astrae dal confronto con le altre esperienze e con le proprie. Quanto la dolorosa solitudine della madre parli della realtà di oggi, quanto rinvii ad una onnipotenza della madre (spesso compensatoria di carenze e frustrazioni) e/o ad un rifiuto dell’essere madre per un terrore di questa stessa onnipotenza, quanto poi questa onnipotenza possa spiegare anche certi recuperi perentori e volontaristici della funzione paterna (non sempre condivisibili), quanto tutto questo infine produca un legame filiale talmente assoluto e totalizzante (quel “furioso attaccamento alla madre” espresso secondo Freud da molte figlie) da risultare indicibile e non rappresentabile: tutto questo credo sia un elemento condiviso dell’esperienza moderna della maternità. Sperimentiamo insomma un paradosso. Per un verso, la madre è una presenza dominante della vite materiali e psichiche degli esseri umani nelle quali finalmente, con la modernità, si impone anche come portatrice di contraddizioni radicali: contiene nel proprio corpo e nella propria psiche l’autodeterminazione dell’individuo e la potenzialità generatrice della specie (cito dal Manifesto Rivolta femminile 1970, esposto alla Mostra: “il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell’essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut”). Per l’altro, è difficile raccontare la madre al di là degli stereotipi sulla cura, sul dolore e sul sacrificio, al di là della facile equivalenza tra materno e biologico, al di là delle immagini di maniera e dei generici essenzialismi. La madre non riesce ancora a oltrepassare lo spazio angusto della vita familiare, del privato, delle dipendenze materiali, non riesce ancora a rendere metaforico il suo universo. Questa carenza di immaginario – su cui il femminismo italiano ha sempre molto discusso e lavorato – non espropria solo le donne, ma anche ciò che le donne mettono al mondo: l’intero genere umano. È una carenza che questa mostra colma, e molto felicemente, ma è ancora solo un piccolo passo.

Segue qui:

http://www.leparoleelecose.it/?p=20812

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