CURARE CON LE IDEE (2011)

di Luciana Sica, repubblica.it, 10 ottobre 2011

Nessuno ne parla come di una terapia, tanto meno come di un’alternativa all’analisi: nel “prenderla con filosofia” non affascina l’enigmaticità dell’inconscio ma il rigore del pensiero, secondo l’idea che la sofferenza non è psicologica ma culturale: deriva dalla perdita di ogni bussola della mente, dal mondo indecifrabile e insensato in cui viviamo. Esclusa ogni ricetta sbrigativa contro i più svariati disagi esistenziali, la consulenza filosofica punta a giocare sulla funzione critica del dubbio, scommette su scenari e argomenti nuovi, tenta di elaborare un punto di vista diverso e non schiacciato sulla realtà.

L’oggetto rimane comunque sfuggente, misterioso, evanescente. Sarà anche probabile che spesso Platone è meglio del Prozac, ma è esclusa la prescrizione dei filosofi al posto dei farmaci, a differenza di quanto promette quel titolo ad effetto del bestseller un po’ facile di Lou Marinoff. Si potrà seguire il percorso di Hegel o Foucault, di Nietzsche o Popper, magari utilizzare il trascendentalismo di Kant o la fenomenologia di Husserl o la riflessione ontologica di Heidegger, ma fa sorridere l’idea di un collage di dotte citazioni e aforismi folgoranti adattati ai problemi di chi non si fida di un piccolo Freud e rischia di affidarsi a un Socrate in versione bonsai. In più, se rimanda a una questione culturale anche molto sofisticata, la consulenza filosofica neppure ancora si configura come un mestiere. È vero che in Italia, già da una decina d’anni, associazioni più o meno autorevoli e soprattutto master universitari formano consulenti filosofici. Non si sa però con precisione quanti siano i “professionisti” – più di quattrocento, secondo una stima di massima – e soprattutto se e dove svolgano un’attività che in molti preferiscono definire una “pratica”.

Neri Pollastri, nome notissimo nell’ambiente, che per Apogeo ha scritto due libri importanti, il secondo con un titolo problematico: Consulente filosofico cercasi, è il fondatore e l’attuale presidente di un’associazione ormai “storica” come Phronesis. Ma non si affanna a nascondere la realtà: «Sono uno di quei tre o quattro che in tutta Italia vivono facendo esclusivamente il consulente filosofico. Lavoro a Firenze: nel mio studio e da un anno anche in un Centro di salute mentale, insieme con psichiatri e psicoanalisti: un esperimento davvero interessante… Come mi definirei? Una persona che con i suoi strumenti puramente filosofici indaga sulla visione del mondo di un’altra che ne fa richiesta. È una definizione minima, lo so, ma è anche la sola condivisa a livello internazionale. Certamente non dò mai consigli e tanto meno spiegazioni di storia della filosofia: chi viene da me è interessato a ben altro».

È stato il tedesco Gerd Achenbach a inaugurare nel 1981, giusto trent’anni fa, la consulenza filosofica. Da allora si è diffusa in diversi Paesi, come l’Olanda e Israele, la Francia e soprattutto gli Stati Uniti – dov’è diventata una tecnica di problem solving. Come documenta un articolo del Washington Post, ci sono trecento “philosophical counselors” in 36 States che rispondono a un dettagliato elenco di problemi: divorzi, stress da lavoro, rovesci economici, difficoltà genitoriali, malattie croniche, complicate questioni sentimentali. Disagi esistenziali più che patologie evidenti.

Dice Umberto Galimberti, analista junghiano e “apripista” dei master di consulenza filosofica nell’università di Venezia in cui insegna: «Oltre alle emozioni, si ammalano anche le idee che spesso sono anche più forti degli istinti. Se la capacità di ragionare è deficitaria, se si hanno delle idee sbagliate in testa, servirebbe innanzitutto acquisire nuovi strumenti mentali per rendere la propria condizione meno irriflessa. È in questo scenario – quando non c’ è più rimedio nella religione, forse neppure in psicoterapia, e tanto meno in farmacia – che va situata la pratica filosofica come critica radicale all’esistente, nel passaggio epocale dalla società della disciplina – del permesso e del proibito – a quella dell’ efficienza, del ce la faccio o non ce la faccio…». Ma lei, professore, nel suo studio fa l’analista o il consulente filosofico? «Valuto di volta in volta, ma ormai per un 50 per cento dei casi faccio consulenza filosofica: alcuni di quelli che vengono da me, la chiedono esplicitamente».

Ma chi sono questi “consultanti” che Achenbach chiama “ospiti”? Ne traccia l’ identikit Annalisa Decarli, che fa parte dell’Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche presso l’ateneo di Trieste: «Sono persone normali che vivono crisi coniugali, lutti, impasse professionali, difficoltà con i figli… E che in alcun modo si considerano “malate”. Hanno fra i trenta e i cinquant’anni e sono soprattutto donne: gli uomini non sono più del 30 per cento del totale». A istituire l’Osservatorio è stato cinque anni fa Pier Aldo Rovatti, che ha curato per Mimesis Consulente e filosofo: «È un libro nato da un convegno in cui si faceva il punto sullo stato dell’ arte delle pratiche filosofiche in Italia, discutendo a più voci il tema della consulenza individuale, della funzione del filosofo in azienda, nelle scuole, nelle istituzioni pubbliche… Le iniziative concrete intanto si sono moltiplicate, ma almeno per me è l’aspetto filosofico la posta in gioco di tutto: la funzione radicalmente critica del dubbio. Questo era anche il senso del mio libro uscito da Cortina: La filosofia può curare?».

Tra le “iniziative concrete”, in questa rigogliosa giungla della filosofia antiaccademica, c’è anche il tentativo di creare felicità spirituale negli ambienti di lavoro, c’è Il business del pensiero, almeno secondo il titolo di un saggio tagliente di Alessandro Dal Lago. Ci sono i manager folgorati dalla filosofia, com’è il caso di Andrea Vitullo, l’autore di Leadershit (“Rottamare la mistica della leadership e farci spazio nel mondo”, Ponte alle Grazie), un economista che con la sua società “Inspire”- così si chiama – propone la strategia della consulenza filosofica a grandi banche, aziende farmaceutiche, imprese familiari, multinazionali – come Intesa Sanpaolo, Volvo Trust, Cisco. Dice lui: «Il nostro è un approccio di cuore, di testa, di pancia. L’ irrazionale conta moltissimo e la gente ha un bisogno disperato di rintracciare un senso in quello che sta facendo. Funziona così: due consulenti filosofici, che provengono dai master di Venezia e Verona, portano le persone a riflettere su di sé attraverso interventi di gruppo, workshop o anche coaching one to one ».

Socrate dall’agorà in ufficio, per lavorare meglio, meno solitari e meno alienati. E poi, tra scuole e scuolette, anche gli “Sportelli del Filosofo” disseminati nelle città. A Roma ce n’è uno aperto dal Comune e affidato a Rosanna Buquicchio, attivissima presidente di “Vivere con Filosofia”: «Affrontiamo il disagio esistenziale dei nostri consultanti attraverso un dialogo che si fonda sullo stile e il metodo della filosofia. Mediamente abbiamo avuto una sessantina di richieste l’ anno, il servizio è gratuito…». In questi giorni la sua associazione ha ospitato nella capitale Ran Lahav, guru americano “alla ricerca della saggezza” (come si legge nel titolo di uno dei suoi libri usciti da Apogeo). E però lui stesso sembra dubitare del successo dell’ impresa, se il tema della conferenza lasciava aperto l’ interrogativo di fondo. Infatti: “La filosofia oggi può ancora aiutare?”.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/10/curare-con-le-idee.html?ref=search

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