Caro Freud, amo il tuo odio (1992)

Torna dopo 60 anni il grande scomunicato. Il maestro lo voleva come genero: e faceva diagnosi oltraggiose sulle sue donne. “Io, terapeuta incorreggibile. Per me conta solo l’inconscio”. Insieme a Jung era l’allievo prediletto: ma troppo critico

di Jacques Nobecourt, lastampa.it, 6 marzo 1992

Tra il 1908 e il 1914, Freud fu ossessionato dalla sua successione. Si era scelto due delfini privilegiati: lo svizzero Jung, trattato come il principe ereditario, e l’ungherese Ferenczi definito “il gran visir segreto”, “il paladino”. Uno viveva a Zurigo, l’altro a Budapest. Entrambi furono suoi compagni in un viaggio di un mese negli Stati Uniti, alla fine dell’estate 1909. Si conosceva già la corrispondenza tra Freud  e Jung, e tutte le circostanze della loro rottura alla vigilia della prima guerra mondiale. Ma Sandor Ferenczi, nato nel 1873 e morto nel 1933, era diventato un cadavere in un armadio, e la sua opera era stata cancellata dal “Gran Turco” Freud  e da tutti i suoi baroni. L’eredità sopravviveva mimetizzata in Gran Bretagna, con Balint e Melanie Klein, la grande esperta di bambini. Jones, il biografo di Freud, aveva cercato con gran cura di rafforzare la scomunica. Si dovette attendere il 1960 perché alcuni giovani psicoanalisti, curiosi di vedere che cosa si nascondesse sotto questa esclusione, cominciassero a leggere i testi e a scoprire che Ferenczi era una specie di “pietra di paragone, il personaggio centrale della psicoanalisi”, come disse uno di loro, Wladimir Granoff, che a modo suo fu un pioniere. Da allora gli scritti di Ferenczi furono pubblicati e rilanciarono le sue contestazioni a Freud. Dal 1908 affrontò la psicologia infantile, riconobbe i fondamenti della psicosomatica, cioè le ripercussioni sul corpo dei problemi psichici, la necessità di un controllo per svelare le sordità o gli accecamenti degli psicoanalisti, i drammi del “transfert” in cui “l’analizzando” (termine inventato da Ferenczi), identifica nel suo analista i personaggi che l’hanno fatto soffrire. E ora ecco in Francia la prima edizione mondiale della sua corrispondenza con Freud. Perché in francese? Perché Judith Dupont, pronipote di Ferenczi e detentrice dei suoi diritti d’autore, vive a Parigi, dove fa la psicoanalista. Il primo volume (1908-1914) sta per uscire, edito da Calmann Levy. È un avvenimento di carattere mondiale. Sono previste traduzioni in Germania, Italia, Gran Bretagna. Ferenczi, in queste lettere, cessa di essere una mummia, resuscita vigorosamente e il suo mito si incarna.
È straordinariamente presente, tale e quale l’hanno dipinto tutti i testimoni: un personaggio di una curiosità assoluta, inquieto, stimolato da tutti i piaceri dell’esistenza, fremente di vitalità e, allo stesso tempo, di un pensiero senza pause. Pieno di stranezze e dotato di un’immaginazione effervescente, privo di ambizioni di carriera. Un personaggio di straordinario calore, votato all’amicizia. Un uomo che sapeva altrettanto bene ascoltare o parlare. Insomma, per molti aspetti, l’opposto dei suoi rivali, come gli altri eredi di Freud Jung e Jones, uomini freddi e noiosi. Quando suona a casa Freud agli inizi del 1908, a 35 anni, Sandor Ferenczi è psichiatra da dieci. Ottavo di dodici figli di una famiglia di ebrei polacchi emigrati a Miskolc, nel Nord dell’Ungheria, da adolescente si interessa all’ipnosi, studia medicina a Vienna, quindi si stabilisce a Budapest. Legge per la prima volta Freud, che l’annoia, poi va da Jung, a Zurigo, nel 1907. Al ritorno, riprende L’interpretazione dei sogni di Freud: una lettura determinante. Il 2 febbraio 1908, una domenica pomeriggio, l’”onoratissimo Signor Professore” riceve l’”onoratissimo collega” ungherese, che ha il doppio merito di essere ebreo (Freud se ne congratulerà con lui più tardi), e di cultura tedesca. Nonostante le forme da protocollo, è un immediato colpo di fulmine in quanto amicizia, simpatia, stima. La corrispondenza inizia otto giorni dopo. Sono rimaste 1200 lettere, scritte dal 1908 al 1933. Il volume attuale ne comprende 483 e termina il 28 giugno 1914. La posta, da Budapest alla capitale imperiale, arriva in un giorno: un tempo breve, che favorisce la vivacità degli scambi, la risposta immediata; uniche interruzioni, quelle causate dalle vacanze e dai viaggi a Vienna per le consultazioni e le riunioni di gruppo, che Freud organizza il mercoledì. Dall’estate seguente, Ferenczi ritrova Freud sulle Alpi bavaresi. Nella primavera del 1909 lo accompagna negli Stati Uniti, con Jung. Nell’agosto del 1910 Sandor segue “il professore” in Sicilia. Le tre estati seguenti lo raggiunge in Trentino. Senza contare i congressi dell’associazione internazionale di psicoanalisi, di cui Ferenczi éuno dei fondatori. In un intrecciarsi di formalità da parte di Freud e di spontaneità da parte di Ferenczi, i due si raccontano tutto. Parlano dei rispettivi piccoli e grandi malanni fisici, che rivelano le tempeste dei loro inconsci, delle novità familiari, dei casi che trattano, dei reperti antichi che provengono da un sito archeologico ungherese, degli orari dei treni e dei battelli per il prossimo viaggio; e poi i giudizi sui colleghi, Jung soprattutto, che nello stesso periodo rivaleggia con Sandor nelle attese di Freud. I loro scambi d’opinione sulla teoria psicoanalitica svelano le prime tappe di autentiche scoperte, che fanno oggi di Ferenczi il perno delle terapie analitiche. Sandor pone la domanda principale, quella sulla guarigione: “Sono un terapeuta incorreggibile, scrive al “professore”, per me conta solo chiarire i meccanismi dell’inconscio e il testo che ne uscirà”.
Davanti a quest’uomo, che come mostrano queste lettere si impegna a fondo e costantemente nella violenza dell’analisi o dell’autoanalisi, che mette in gioco la sua soggettività, Freud appare come un manipolatore, un manager che cura i suoi affari. Non ha in testa che la sua teoria dei processi dell’inconscio, e con terapie di qualche settimana individua rapidamente nuovi sviluppi da descrivere. È anche un maestro dal cuore arido: “Mi manca, scrive, il bisogno di aiutare”. Cosa che ritiene, tutto sommato, come un desiderio di obiettività. Più ancora che con gli altri discepoli, il padre fondatore abusa con Ferenczi del privilegio di essere il primo, l’inventore, colui che non è mai stato analizzato, ma che sa di che cosa bisogna e non bisogna parlare. Mal sopporta che vengano interpretati i propri comportamenti, i lapsus o le affermazioni troppo veementi. Ma accetta volentieri tutte le obiezioni e i contributi intelligenti. Il buon Ferenczi, a questo proposito, è molto creativo. Porta farina del suo sacco. A volte è geniale. Ma, simultaneamente, fa di Freud il suo analista, e lui stesso, fin dall’inizio, si colloca nel ruolo di “bambino felice” o di “cattivo ragazzo… che non sta bene quando gli si risparmia una punizione meritata”. Freud considera la sua ammirazione “paralizzante”. Ma ama talmente il suo ungherese che lo avrebbe voluto come genero. Glielo confesserà, senza batter ciglio, insieme al rifiuto di essere considerato come un padre e un benefattore. In quegli anni fra il 1910 e il 1913, Freud, come il domatore in una gabbia, tenta di correggere nello stesso tempo Jung e Ferenczi, che vede accostarsi verso ciò che chiama “il misticismo”: per l’uno i miti che esplorerà, per l’altro i fenomeni parapsicologici, che osserverà senza servirsene. Un orrore per il razionalista Freud, in entrambi i casi. Sia con l’uno sia con l’altro, l’”obbiettività” sperimentatrice di Freud è andata lontano. Il maestro ha preso in analisi le loro giovani amanti, scambiando con essi diagnosi di un’indiscrezione totale. Ferenczi ha del resto una storia d’amore molto complicata, poiché la giovane è figlia della sua compagna, pronta a un sacrificio che le sarà risparmiato.
Questo lungo scambio di lettere assomiglia a un romanzo trasparente dietro alla storia di un’amicizia intellettuale nell’effervescente impero austro ungarico di inizio secolo, tutte le energie intime degli eroi sono facilmente visibili. Le lettere di Freud si sono raramente prestate a una lettura come questa, su più livelli. La sua simpatia per Ferenczi è costantemente smentita, tanto che il fervore di quest’ultimo va di pari passo con il suo furore. Un’altra opera arriva, guarda caso, a mostrarci gli ungheresi che erano con Ferenczi, la comunità degli scrittori di Budapest legati alla rivista Nyugat (il libro, edito da Gallimard, si intitola Cure d’ennui). Ferenczi fu il loro animatore, li introdusse ai problemi che psicoanalisi e letteratura si pongono reciprocamente. “Ferenczi sperimentava tutto su se stesso, sul suo corpo o sulla sua anima, e solo dopo ne era convinto” dice uno degli autori. È il ritratto preciso che emerge dalle lettere, e che spiega come Ferenczi sia stato e sia ancora un personaggio molto scomodo da frequentare.

http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=910126

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